La Stampa, 20 dicembre 2025
Intervista ai figli di Crozza
Crozza-Signoris, cognome doppio. Al quadrato, verrebbe da dire. Di quelli che si impongono per fama e ti marchiano. Un’eredità che segna i fratelli Giovanni e Pietro (27 e 25 anni) ora che, come mamma Carla e babbo Maurizio, hanno deciso affacciarsi al mondo dello spettacolo: uno attore, l’altro regista. Le loro strade, dopo il liceo in apparenza piuttosto divergenti, si sono ora congiunte, riunite da due cortometraggi, Effetto bozzolo e Phobos, entrambi autoprodotti. Il primo – di cui entrambi sono anche interpreti – è una specie di test domestico, la prova d’esordio di Pietro come saggio per accedere al Centro Sperimentale. Il secondo è un quasi-horror fantascientifico, ambientato in un osservatorio astronomico, protagonisti un filosofo e un fisico. È stato molto applaudito in chiusura del Matera Film Festival, e anche in questo caso Pietro scrive, produce e dirige (insieme a Guido Bregante), mentre Giovanni recita.
Il vostro doppio cognome è un peso o un’opportunità?
Pietro: «Dell’essere Crozza e anche Signoris, dunque figli loro senza ombra di dubbio, ce ne siamo fatti una ragione fin da piccini. Anzi, ci ha rafforzati. Sappiamo come la gente si avvicina o si allontana quando sente come ci chiamiamo. Abbiamo imparato a farci scorrere addosso le reazioni come se niente fosse».
Giovanni: «In più io ho questa grande somiglianza con papà. Per fortuna i miei capelli sembrano tenere, da questo punto di vista è andata peggio a Pietro».
P.: «Speravo potessi riuscire a non sottolinearlo».
Come hanno reagito i genitori alle vostre scelte artistiche?
G.: «Ci hanno sempre sostenuto. Ma non ci hanno neppure mai nascosto le difficoltà. Ci hanno educati all’impegno e alla fatica in studio e lavoro».
P.: «Hanno detto: “Fate quello che volete. Ma tutto il giorno, tutti i giorni"».
G.: «Ci hanno anche messo subito in guardia: “Al cinema si resta disoccupati in un attimo”. Testuali parole di papà».
P.: «Altra frase iconica: “Ci toccherà mantenervi fino a 90 anni"».
Ma non è che hanno anche contribuito un po’, magari portandovi sul set con loro?
G.: «Tra gli 8 e i 10 anni abbiamo preso parte alla serie satirica Piccoli italiani crescono. Interpretavamo dei ragazzini che già a scuola manifestavano una mentalità furbetta tipicamente italiana».
P.: «A me invece, nei panni di bodyguard, toccava la battuta di chiusura di ogni episodio».
Che genitori sono stati?
P.: «Severi il giusto, non bacchettoni. Mamma ha rinunciato per anni alla sua carriera per non lasciarci soli».
G.: «Alla tv delle ragazze faceva lo sketch della “Mamma Elicottero": una madre piombava dall’alto in elicottero per controllare il figlio, che ero io. L’abbiamo presa in giro un sacco su quanto il personaggio fosse come lei, controllante e iperprotettiva. Ma la verità è che non era affatto così».
P.: «O forse lo era, ma anche abbastanza furba da non farsene accorgere».
Ora che siete dispersi tra Milano, Roma e Genova, riuscite ancora a ritrovarvi insieme?
P. : «Poco ma capita. E ancora oggi partono discussioni feroci sul cinema. Tutti contro tutti, ognuno con una propria idea assoluta da difendere, ma con ironia e grandi risate».
Avete due soli anni di differenza, prendete strade diverse poi il cinema vi riunisce.
G.: «Finito il liceo, dove ho fatto un po’ di teatro amatoriale, decido di fare il Centro Sperimentale. Per questioni di età non posso iscrivermi alla specializzazione che avrei voluto, cioè regia e sceneggiatura, quindi faccio recitazione. Ottimo comunque. Dopo il diploma inizio a lavorare: Il traditore di Bellocchio, le fiction Il grande gioco e Mameli. Ma conosco anche la tristissima disoccupazione. Intanto mi iscrivo a Filosofia».
Pietro invece ha una laurea in Astrofisica.
P.: «Ma nella testa avevo già il tarlo del cinema. Anch’io pensavo al Csc. Anche per questo ho girato Effetto bozzolo».
E invece?
P.:«Ho provato a entrare più di una volta, ma non mi hanno preso. Ora stop, ho deciso di imparare sul campo, da autodidatta».
Anche per lei quindi la frustrazione dei provini a vuoto?
P. «Le ossa me le sono fatte all’università, Fisica 2 l’ho rifatta sette volte. Anche Meccanica quantistica. Ma è la norma».
Di Phobos uno è interprete e l’altro regista. I due protagonisti sono un filosofo e uno scienziato: viene da pensare che siate voi.
P.: «Ragione e sentimento. Il loro dibattito ci rispecchia abbastanza: Giovanni più sognatore, io concreto».
G.: «Mi sono messo a disposizione della visione di mio fratello. Anche se, oltre a usarmi come forza lavoro a costo zero, ha quasi cercato di uccidermi. Avevo la febbre a 40 e mi ha fatto correre per tutta una notte all’aperto con la temperatura sotto zero».
Entrambi siete interessati alla scrittura e alla regia. Siete pronti a farle insieme?
P.: «Avere progetti condivisi è un nostro obiettivo. Per ora abbiamo iniziato a buttare giù idee e spunti per un futuro film comune».
G.: «Stiamo cercando di chiarirci cosa sia per noi il cinema. Comunque quella che ci aspetta è una strada lunga, prima vogliamo completare la nostra formazione e affermarci come identità individuali».
Due soli anni di differenza fa pensare che siate inseparabili?
G.: «Siamo sempre stati migliori amici».
P.: «Giovanni è un perfetto fratello maggiore iperprotettivo. Da piccoli c’era anche il calcio che ci univa, abbiamo sempre condiviso il campetto. Ma era lontano da casa e mamma ci aspettava per ore in auto per riaccompagnarci a casa».
G.: «Io ero più bravo».
P.: «Però io mi rifaccio con il ping pong, in cui lo batto regolarmente. E lui patisce».