repubblica.it, 21 dicembre 2025
Come si finisce nelle città-stato asiatiche da dove partono truffe cyber in tutto il mondo
Dicono che sul fiume Moei, a Myawaddy, di notte la luce pulsa forte. È quella dei mega-complessi delle truffe digitali. A vederli da lontano sembrano centri commerciali ancora aperti, torri di vetro illuminate fino all’alba. In realtà sono fortezze.
Dietro i vetri scuri, tra piani resi anonimi da pareti insonorizzate, scorre la vita artificiale delle città-cyberscam: dormitori blindati, uffici caldissimi pieni di computer, porte che si chiudono magneticamente e corridoi in cui il tempo non esiste, né giorno né notte.
Nelle enclavi che sorgono tra Thailandia, Cambogia e Myanmar, nelle zone grigie in cui il controllo statale è parziale o inesistente, arrivano i ragazzi ingannati dalle promesse di lavoro: attraversano un valico di frontiera convinti di diventare impiegati, tecnici, traduttori. Quando scoprono la verità è già troppo tardi.
I telefoni vengono sequestrati, il passaporto sparisce nelle mani di un “manager”, e il viaggio si trasforma in un sequestro. Il lavoro è semplice e spietato: impersonare, sedurre, manipolare. Cercare online potenziali vittime, nutrirle di attenzioni e menzogne, convincerle a investire in piattaforme finanziarie fasulle. È la “macellazione del maiale”, come la chiamano i boss di Shwe Kokko e delle città-gemelle: ingrassare la vittima emotivamente fino al momento del colpo finale, quando il denaro svanisce e con lui ogni traccia digitale del truffatore.
Nella penombra di questi edifici, la vita scorre in cicli ripetuti: dodici ore di messaggi e videoconferenze false, tre pasti sorvegliati, punizioni se non si raggiungono gli obiettivi. Chi tenta di ribellarsi viene minacciato, picchiato, venduto a un altro complesso, o costretto a pagare un riscatto impossibile.
I capi vivono altrove, spesso oltre confine, protetti da milizie armate o da funzionari corrotti. E mentre i prigionieri digitano parole d’amore su schermi che non vedranno mai la luce del giorno, i soldi scorrono fuori dalla regione, attraversano criptovalute, piattaforme off-shore, conti asiatici ed europei.
Thailandia e Cambogia si scontrano al confine conteso, la Cina valuta ulteriori azioni oltre la frontiera col Myanmar dove sorgono diverse “scam cities”. Nel Sud-Est asiatico che ribolle, gioca un ruolo cruciale il cyberscam.
È come se le Scam Cities, le città-stato della truffa digitale, fossero diventate l’inconsapevole archivio di tutte le tensioni politiche sud-asiatiche: un archivio di violenza sommersa, di traffici, di corruzione e di interessi geopolitici incrociati, che coinvolge governi, eserciti, milizie, gruppi criminali transnazionali e potenze esterne.
Poco prima che gli eserciti di Thailandia e Cambogia tornassero a spararsi contro e a bombardare arre estese della frontiera contesa, le autorità di Bangkok hanno svolto uno dei maggiori raid anti scam degli ultimi anni, sequestrano beni per un valore superiore a 300 milioni di dollari e arrestando 42 persone.
I sequestri e i mandati riguardano il magnate cino-cambogiano Chen Zhi, a capo del Prince Group, sanzionato dagli Stati Uniti, e i cittadini cambogiani Kok An e Yim Leak, che secondo Bangkok sarebbero tutti legati ad operazioni transnazionali di truffe online.
Le autorità thailandesi hanno inoltre affermato di aver identificato un gruppo criminale operante in strutture in Cambogia di proprietà di Kok An che avrebbe utilizzato proventi illeciti per acquisire beni in Thailandia. A luglio, la stessa Phnom Penh aveva arrestato più di mille persone in raid contro i complessi dedicati alle truffe informatiche, ma ha sempre respinto le accuse di Bangkok di non fare abbastanza per contrastare il fenomeno.
Questi episodi non sono semplici cronache criminali: sono squarci sulla geopolitica di un’area in cui la criminalità organizzata non si sovrappone allo Stato, ma spesso lo sostituisce. È nelle terre di confine, nei territori contesi e nelle periferie della sovranità che si posizionano i centri operativi delle truffe, sfruttando vuoti di potere alimentati da antiche rivalità.
Gli scontri militari non avvengono a causa delle tensioni sul cyberscam, ma forse proprio a causa della rottura violenta dei rapporti, i due vicini si sentono più motivati a mettere sul tavolo anche una questione che sta diventando sempre più prioritaria per gli interessi dei Paesi della regione.
Myanmar, spazio strategico centro di tensioni geopolitiche
Il fenomeno è molto diffuso anche in Myanmar, dove si combatte da quasi cinque anni una violenta guerra civile dopo il golpe militare che ha disarcionato il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi. Per la Cina questa situazione non è più tollerabile. Se per anni Pechino ha considerato il Myanmar soprattutto come uno spazio strategico da stabilizzare – un corridoio infrastrutturale della Belt and Road, un cuscinetto geopolitico tra India e Mar Cinese Meridionale – ora la priorità è diventata il cyberscam.
Centinaia di cittadini cinesi rapiti e trafficati hanno provocato indignazione pubblica, amplificata dai social. Il caso dell’attore cinese rapito con una falsa audizione e portato da Mae Sot a Myawaddy ha scatenato un’ondata di rabbia nazionale e ha costretto Pechino a intervenire direttamente, negoziando rimpatri, coordinando operazioni con la Thailandia, esercitando pressione sulla giunta birmana.
La Cina si trova così intrappolata in un paradosso. Per evitare il collasso del Myanmar ha sostenuto, seppur con estrema cautela, la giunta militare. Ma proprio il fallimento della giunta nel controllare le regioni di confine è diventato una minaccia diretta per Pechino.
La cooperazione di polizia, la creazione di centri di coordinamento congiunto e i rimpatri di massa testimoniano un coinvolgimento sempre più profondo della Cina nei territori oltre il suo confine. In uno scenario in cui il Myanmar si disfa al centro – con gli eserciti etnici che avanzano, le città che cadono, le milizie filogovernative che cambiano fronte – Pechino valuta la possibilità di azioni più incisive per proteggere i propri cittadini e i propri interessi.
C’è chi pensa che il cyberscam possa così diventare la miccia di un potenziale allargamento del conflitto birmano oltre i suoi confini. La porosità tra Thailandia e Myanmar, acuita dall’offensiva delle forze ribelli e dall’erosione del potere della giunta, rende instabile tutta la regione. La Thailandia teme che gli scontri tra esercito birmano, milizie e gruppi etnici possano spingere migliaia di persone verso Mae Sot, già epicentro dei traffici illegali.
Là dove il cyberscam è più radicato, la sovranità è più fragile. E dove la sovranità si sgretola, le tensioni regionali rischiano di accendersi ulteriormente.