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 2025  dicembre 21 Domenica calendario

Asset confiscati: prima dei beni russi, il precedente di Palazzo Venezia sottratto agli austriaci

Confiscare i beni di un Paese in guerra solo per punire le atrocità commesse contro civili innocenti? Il dibattito sul destino dei fondi russi miliardari sequestrati in Belgio, che molti nell’Unione europea vorrebbero espropriare per finanziare la resistenza ucraina, ha un precedente illustre. Un caso che difficilmente può venire ignorato dalla destra italiana, oggi contraria ad aggredire il patrimonio di Mosca, perché riguarda un simbolo di quel passato da cui fatica a distaccarsi. Stiamo parlando infatti di Palazzo Venezia. Sì, quello che ha segnato i fasti e la caduta di Benito Mussolini.
Un edificio monumentale di cui l’Italia si è impadronita nel 1916, sottraendolo all’Austria come rappresaglia per i bombardamenti terroristici sulle case della Serenissima. Una situazione che rispecchia perfettamente quello che accade ogni giorno in Ucraina.
Il capolavoro architettonico del Quattrocento è stato la storica ambasciata della Repubblica di San Marco poi, quando il Trattato di Campoformido nel 1797 ha decretato l’annessione di Venezia all’Austria, è diventato la rappresentanza diplomatica di Vienna presso la Santa Sede.
Nel 1915 l’Italia entra nella Prima Guerra Mondiale rivendicando Trento e Trieste. Di conseguenza, l’impero asburgico chiude l’ambasciata presso il Regno d’Italia – che si trovava in affitto a Palazzo Chigi – e tiene formalmente aperta quella con lo Stato Pontificio, protetta dalla tutela diplomatica riconosciuta dal diritto internazionale. Uno scudo inutile.
Subito dopo l’occupazione italiana di Gorizia, tra il 9 e il 16 agosto 1916 gli austriaci scatenano raid aerei sul centro di Venezia: sganciano oltre duecento bombe che uccidono dieci persone e provocano incendi in più zone. C’è indignazione nell’intero Paese ma anche una polemica sull’inefficienza delle difese e soprattutto cominciano a trapelare notizie sulla carneficina avvenuta durante l’offensiva sul Carso, costata al nostro esercito 50 mila tra morti e feriti.
Il governo Boselli, in carica da due mesi, allora inventa una mossa per distrarre l’opinione pubblica e cavalca le proteste antiaustriache come giustificazione per assestare un colpo d’immagine all’Austria: la confisca di Palazzo Venezia, proprio davanti al colossale cantiere del monumento a Vittorio Emanuele II.
Ecco il testo del decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 25 agosto 1916: “Di fronte alle innumerevoli ed atroci violazioni che l’Impero austro-ungarico commette nella presente guerra e alle devastazioni provocate al di fuori di ogni ragione militare ai monumenti e agli edifici di quella città (Venezia ndr). Al titolo di rivendicazione italiana e di rappresaglia, abbiamo decretato che Palazzo Venezia entra a far parte del patrimonio dello Stato”.Una pubblicazione di quei giorni le ha definite: “Chiare e dignitose parole, espressione di conscio diritto, monito ai barbari”. Basterebbe sostituire “russo” ad “austro-ungarico” per trovarci nella realtà odierna: ci sono “innumerevoli e atroci violazioni” e ci sono “devastazioni provocate al di fuori di ogni ragione militare”.
Nel 1916 a contestare l’esproprio non sono state le autorità austriache, ma quelle della Santa Sede. Per volontà di papa Benedetto XV, sollevano la questione dell’immunità e dell’extraterritorialità della missione di Vienna presso lo Stato Pontificio. Ma il richiamo al diritto internazionale non smuove la volontà del governo. Il primo novembre il ministro delle Finanze, Filippo Meda, accompagnato da un notaio e da due funzionari, si presenta al Palazzo e ritira le chiavi “senza opposizione”. Per rendere più patriottica l’iniziativa, la dimora dal 15 ottobre è stata già trasformata in museo a disposizione di “tutto il popolo italiano”. E dopo Caporetto verrà usata per ospitare le opere d’arte trasferite dal Veneto nel timore di un’invasione, inclusi i cavalli bronzei di Piazza San Marco. Solo con l’avvento del fascismo c’è stato l’insediamento del Gran Consiglio e dal 1929 gli uffici di Benito Mussolini.
Con motivazioni differenti, nel 1917 è stato pure di fatto espropriato il Palazzo Caffarelli sul Campidoglio, sede dell’ambasciata di Berlino. La campagna animata dall’archeologo Rodolfo Lanciani – che aveva scoperto sotto l’edificio il tempio di Giove Capitolino, il sacrario più importante della Roma antica – ha spinto il Comune a chiedere di sottoporre il Palazzo al vincolo e demolirlo per gli scavi. Il documento del sindaco è chiaro nel fondere le istanze culturali con la guerra in corso: “La liberazione di quelle antiche vestigia da moderne fabbriche e servitù che offendono i sentimenti della Nazione, debba costituire per il nostro esercito vittorioso al suo ritorno in patria il più degno e significativo attestato di riconoscenza civile”. Il decreto legge approvato il 26 giugno 1917 ha tolto alla Germania il possesso del bene, ma i lavori per riportare alla luce il tempio sono cominciati soltanto dopo la fine delle ostilità.
Leggermente diversa la vicenda di un altro complesso sottratto alla famiglia imperiale austriaca: la villa d’Este di Tivoli, con i suoi meravigliosi giardini e giochi d’acqua. Apparteneva personalmente all’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, che aveva avviato dal 1912 una trattativa per venderla allo Stato italiano, chiedendo un prezzo giudicato altissimo. Le cronache parlamentari riportano che, alla notizia dell’uccisione dell’arciduca nell’attentato di Sarajevo del giugno 1914, il ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano disse al presidente del Consiglio Antonio Salandra: “Ci siamo liberati dalla noiosa faccenda di Villa d’Este”. Si era preoccupato del negoziato per l’acquisto della dimora, senza curarsi della bufera che stava per travolgere l’Europa.