la Repubblica, 20 dicembre 2025
Miami la nuova Ginevra: la diplomazia del golf riscrive i destini globali
Se Ginevra avesse l’oceano sarebbe una piccola Miami. C’erano una volta i colloqui di pace che si riflettevano nella superficie del lago ritrovandosi quieti, riservati, chic. In questo tempo tumultuoso sono stati spostati dove la risacca è forte, la musica alta, i colori vivaci. Può ben titolare con orgoglio il Miami Herald che la sua sede è diventata anche «il quartiere generale della politica estera di Trump 2.0». Il vento che soffia da Mar-a-Lago ha deviato la rotta della diplomazia scompigliando le parole: Lago-a-Mar. È qui la festa. La pace, chissà. Metamorfosi di un microcosmo: Miami non era considerata una grande città d’America, ma la più grande città del Centro America. Ora è l’epicentro dei destini del mondo. Che cosa è accaduto e perché?
Il Novecento ha lasciato Miami ai margini della storia. I pochi momenti che avrebbero potuto marcarne la rilevanza sono stati dimenticati. Tutti sanno che a Dallas hanno sparato a un presidente, Kennedy. Pochissimi che a Miami (trent’anni prima) un italiano (Giuseppe Zangara) aveva mirato a Franklin Delano Roosevelt, lasciandolo illeso ma colpendo il sindaco di Chicago, una guardia del corpo, un architetto, la moglie di un industriale, una ballerina e venendo condannato alla sedia elettrica. I crimini locali più conosciuti sono quelli sgominati da una coppia bicolore di poliziotti con abiti e veicoli sgargianti.
A New York guardavano Miami dall’alto in basso, non soltanto geograficamente. Chi mai avrebbe pensato di andarci in vacanza, ci si domandava con sussiego. Unica eccezione: quel discutibile affarista di Donald Trump. E anche questo confermava il pregiudizio. Miami era un rifugio, una scelta da esuli, evasi o evasori. I cubani che espatriavano si trovavano tutti laggiù, «alle spalle una storia impossibile e un amore che non conta più». Il loro cuore si ammalava nel Paese della libertà, sognando l’eterno ritorno e battendo all’unisono con quello di gangster di piccola e media taglia, speculatori che gonfiavano la bolla edilizia e reietti o pensionati scacciati dalla vita attiva di Washington, dove si decidevano i destini del pianeta, mentre lì si sceglieva tuttalpiù la lenza per pescare.
New York e Miami erano separate da una rivalità sportiva nel basket: Knicks contro Heat. Quattro volte a duello nei playoff di fine secolo, tre vittorie dei Knicks. Epica semifinale di due anni fa: Heat in gara 6, il vento è cambiato. Già nel ’97 era successo l’incredibile, nel baseball: avevano vinto le World Series i Marlins, fondati a Miami appena quattro anni prima. E gli Yankees, con la loro bacheca, le uniformi gessate e le stelle, erano stati a guardare. Miami era South Beach, una sineddoche, prima fila davanti alle onde, una sfilza di alberghi in cui qualcuno che coniava mode e parole venne fuori con l’idea di fare “hotelling”: passare dalle geometrie minimaliste del Delano, alla scatola di pennarelli del Pelican, alla valigia di ricordi del Fontainebleau. Tutto in tre notti, poi via. Troppa gente, troppi italiani agganciati agli sgabelli dei bar dai pallini dei mocassini senza calze, a caccia di donne replicate dalla matrice custodita in una clinica di chirurgia estetica. La sua più grande crime story, l’omicidio di Gianni Versace, è stata seppellita nella sabbia, insieme con il cadavere dell’assassino, trovato morto in una casa galleggiante, sempre a Miami, con il suo movente e il suo mistero. Tempo di svoltare, di puntare sull’arte, sulle nuove costruzioni con i moli privati lontane dal chiasso della spiaggia, di reinventarsi, via dal luogo-comunismo.
E poi arriva Trump. Non tanto Donald I, quanto il secondo, quello con le mani libere, pronto a tutto e al suo contrario. Mar-a-lago è diventato il centro della tela del ragno, il tavolo delle cene in cui nascono, crescono o finiscono relazioni che spostano capitali e porzioni di Stati. Miami è dove la tela si chiude. Al posto della diplomazia del ping pong, quella del golf; ma se Nixon la esercitava andando in Cina, Trump lo fa stando a casa e aspettando, per esempio l’anno prossimo gli ospiti del G 20 al Doral Club. È di Miami il suo segretario di Stato, Marco Rubio, per 14 anni senatore della Florida. Dallo stesso Stato proviene un terzo degli ambasciatori nominati dall’amministrazione in carica. Trump ha serrato i ranghi: meno persone, più fidate e per lo più di Miami, come l’avvocato Felix Lasarte, consigliere strategico, che all’Herald ha dichiarato orgoglioso: «Siamo i suoi lealisti».
I dioscuri del presidente, suo genero Jared Kushner e l’inviato speciale per le missioni di pace Steve Witkoff, guidano le operazioni da Miami. Da lì telefonano in Medio Oriente. Lì ricevono esponenti del governo ucraino e oligarchi russi mai caduti in disgrazia. Ovviamente, nella club house di un circolo golf, costruito dall’impresa di cui Witkoff è a capo, che ha cementato mezza città. Come se Flavio Briatore diventasse ministro degli Esteri e spostasse la Farnesina a Forte dei Marmi. Zitti, che la fantascienza si fa cronaca. Trump ha voluto ridisegnare la geografia interna mentre tenta di farlo con quella internazionale. Ha staccato la luce ai simulacri che ha in odio: il Palazzo di vetro è un’aula sorda e grigia, cancellata dalle tinte forti di un resort di Miami. Sotto l’ombra degli alberi esotici un esule ha ritrovato casa, un guerrafondaio cerca pace e qualcuno farà affari ancora più colossali: hole in one, buca in un colpo solo.