la Repubblica, 20 dicembre 2025
L’uomo che credeva di essere Napoleone e lo era davvero
Quando al Congresso di Vienna arrivò la notizia che Napoleone era fuggito dall’Isola d’Elba, i diplomatici che stavano ridisegnando l’Europa risero. Pensavano a uno scherzo; e in effetti la vita di Napoleone è spesso incredibile tanto è straordinaria, come dimostra l’avvincente biografia di Bart Van Loo Napoleone. L’ombra della rivoluzione, 500 pagine ora tradotte da Chiara Nardo per Mondadori. E tutto quello che su Napoleone ancora si scopre ha tratti quasi inverosimili – come il trattatello giusnaturalista in latino di suo padre Carlo Maria Buonaparte nei suoi studi di diritto all’Università di Corte in Corsica, appena aperta da Pasquale Paoli, u babbu di a Patria, con docenti volterriani. E chi poteva aspettarsi di scoprire a Londra il manoscritto del memoriale di Las Cases – le memorie dell’Imperatore a Sant’Elena – con interventi di sua mano?
Era stato confiscato a Las Cases nel 1816, quando fu allontanato di forza dall’isola, col monito che quel manoscritto non lo avrebbe mai più visto; gli fu restituito invece, in copia, alla morte di Napoleone, e lo pubblicò nel ’23 (l’originale, proprietà dell’allora ministro della guerra Lord Henry Bathurst e degli attuali eredi) si trova dal 1965 alla British Library. E finalmente possiamo leggerlo con fiducia che sia autentico («Ma sì, scriviamo le nostre memorie», annota Napoleone: «toccherà lavorare; anche il lavoro è la falce del tempo») e con i passaggi censurati. Un solo esempio: il matematico Monge, al club dei Giacobini, offre le sue due figlie ai primi due soldati feriti in guerra per la Rivoluzione.
Bart Van Loo è belga, e si è scoperto un trisavolo disertore, nel 1814, della Grande Armée: così, la racconta con lusso di particolari. Il nome Grande Armée nasce nel 1805, ad agosto; Napoleone scrive a Talleyrand che per sorprendere gli austriaci bisogna «guadagnare venti giorni»: questo significa per i soldati marciare quaranta chilometri al giorno, con un fucile da quattro chili sulle spalle e un sacco di trenta sulla schiena, cinque minuti di riposo all’ora, mezz’ora a metà percorso: i soldati dormono marciando: «ci tenevamo nei ranghi», raccontava il capitano Jean-Roch Coignet, «spalla contro spalla, chi cadeva non riuscivamo più a svegliarlo».
Van Loo è saggista e scrittore, e conferisce a quella vita inimitabile del giacobino Imperatore il respiro della grande storia. Si parte dalla Rivoluzione, si passa attraverso gli amori di Letizia Ramolino col governatore francese in Corsica (collaborazionismo prezioso per il marito Carlo e poi per il figlio) e gli scherni subiti all’accademia militare di Brienne dal giovane corso che parla il francese a stento per quel nome Napoleone: mai sentito! I compagni lo storpiavano in Napollioné, all’italiana, o “La-paille au nez”, la pagliuzza nel naso (beneficiario cioè di un’opportunità illecita). Ma su questo nome merita aprire una parentesi.
«Napoleone! Che razza di nome è?»: uno dei nomi alla moda a Parigi; Buonaparte! Buonaparte! Si sente la frode, un essere inventato, «un nome immaginato dal Direttorio» si dice, si ricorderà, nelle Confessioni di un italiano (1858-1867) del risorgimentale Ippolito Nievo. Nel 1986 (ora da Adelphi) Emmanuel Carrère, in Ucronia – il genere letterario che riscrive la storia: l’utopia sogna il futuro, l’ucronia ripensa il passato come avrebbe dovuto essere – racconta dell’incantevole Napoléon et la conquête du monde. L’autore, Geoffroy-Chateau, è figlio di un ufficiale dell’esercito napoleonico caduto a Austerlitz; scrive in apertura: «E se malauguratamente Napoleone Bonaparte fosse stato sconfitto a Mosca, rovesciato a meno di 45 anni, per andare a morire su un’isola-prigione, in mezzo all’oceano, anziché conquistare il mondo e salire al trono della monarchia universale, non sarebbe cosa da far venire le lacrime agli occhi?».
Il diritto a «sopperire alla storia», il risentimento verso l’implacabile autorità di ciò che è stato, è stato spesso rivendicato proprio per Napoleone, e Salvatore Silvano Nigro ha raccolto gli scritti che attestano l’inesistenza di Napoleone, a partire dal magistrato giansenista Jean-Baptiste Pérès (Napoleone non è mai esistito, 1827, poi 1835) o il libello del reverendo Whately, vescovo di Dublino, datato 1° d’aprile già nel 1819: per i gazzettieri «è la notizia a fare la storia», i testimoni sono inattendibili, e fioriscono così «gli storici del meraviglioso» (basta il nome – lo “pseudonimo” Napoléon/Apollyon/Apollon, mito solare). Secondo il manoscritto ritrovato dal reverendo Aristarchus Newlight, vescovo di Killaloe (1851), il nome va letto all’inverso, Noel-Opan: è personaggio “leggendario”. Anche Sciascia, anche Tolstoj hanno giocato sull’esistenza di Napoleone – tutto da Sellerio, ora con la preziosa aggiunta di due resoconti di Umberto Eco e Giorgio Manganelli. L’opinione di Eco è che costoro sono tutti reazionari, ma insegnano che basta portare all’estremo la tesi degli altri, e una risata li seppellirà.
E se Napoleone fosse realmente esistito? Allora vale la pena abbandonarsi al trascinante racconto di Van Loo: e se Napoleone sia stato il propagatore della Rivoluzione o la sua ombra, il civilizzatore dell’Europa o un tiranno, in Italia non conta. Ai nostri staterelli codini ha portato l’idea della libertà, e per noi Waterloo è una sconfitta.