Corriere della Sera, 21 dicembre 2025
Lorenzo Biagi parla di suo padre
L’ultima volta. L’ultima frase: «Ciao topino, divertiti e fai il bravo. Ci vediamo stasera». La mattina del 19 marzo 2002, il professor Marco Biagi accompagna suo figlio Lorenzo al pullman che lo porterà a Mantova, in gita scolastica. Il pensiero di entrambi va alla serata che li aspetta: è la Festa del papà, ci sono la cena, i regali, la famiglia riunita. Quella sera, però, non ci sarà nessun festeggiamento. Marco Biagi verrà ucciso sotto casa, in via Valdonica, centro storico di Bologna, poco dopo le 20, da un commando delle Nuove Br. Il giuslavorista bolognese sarà l’ultima vittima del terrorismo rosso in Italia.
Incontriamo suo figlio Lorenzo in un bar non lontano da via Valdonica, dove tuttora vive con la mamma Marina. Mentre il fratello maggiore, Francesco, è altrove con la sua nuova famiglia. Se non l’avessimo già visto in foto, non avremmo alcun problema a riconoscerlo fra la gente: Lorenzo è la fotocopia di suo padre.
Cos’altro ha preso dal suo papà, oltre all’aspetto?
«La pacatezza, direi».
Era un uomo pacato?
«Lo è stato fino a un certo punto. Fino a che sono iniziate le minacce. Quando gli hanno messo la scorta e, di più, quando gliel’hanno tolta, ha perso la sua serenità».
La scorta. La brigatista pentita Cinzia Banelli disse che se fosse stato protetto non l’avrebbero ammazzato. Sappiamo che suo padre aveva chiesto ad ogni livello di riaverla.
«Voglio dire subito una cosa. Ai terroristi io non ci penso più. Per me non esistono, non sono umani. Sono stati processati e condannati. Chi negò la scorta a mio padre, invece, non ha mai pagato. Ecco, questo, ancora oggi mi fa tantissima rabbia».
Dal Viminale in giù, vi hanno chiesto scusa per questo?
«Mai. Nessuno. Non lo fecero il questore e il prefetto di Bologna, alla cui porta lui bussava continuamente chiedendo di essere protetto e venendo respinto. Nessuna scusa da prefetto e questore di Modena e di Roma. Così il capo della polizia, che era Gianni De Gennaro. Per non parlare dell’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola. Nessuno ha mai ammesso di aver sottovalutato».
Non solo sottovalutato. Suo padre veniva irriso, lo consideravano un rompiscatole.
«Ricordiamo tutti quella frase infelice di Scajola. Gli diede del rompico....».
Sì, la ricordiamo bene. Invece, la minaccia era reale. Lo percepivate in casa?
«I miei erano molto attenti a non farci respirare quel clima di tensione. Non ci parlavano delle minacce, facevano finta di nulla. Ma noi capivamo. Avevamo intuito qualcosa di quelle telefonate che arrivavano ovunque: a casa a Bologna, in quella di campagna a Pianoro, all’università di Modena, a Marina di Ravenna. Conoscevano ogni nostro movimento».
Cosa ricorda della sera del 19 marzo 2002? Quando e come seppe cosa era successo?
«Lo aspettavamo, dovevamo festeggiarlo. A un certo punto mia madre ricevette una telefonata. La voce all’altro capo – ho saputo dopo – le diceva: “Vieni giù perché è successa una cosa brutta”. Lei ci disse di restare in casa e uscì. Ma mio fratello disobbedì e scese poco dopo. Io mi affacciai alla finestra della mia camera, che dà su un cortile interno dal quale si vede il portone d’ingresso del palazzo su via Valdonica. Ho capito che era successo qualcosa di brutto al babbo quando, dalla finestra, ho visto mio fratello entrare in cortile con la bici di mio padre».
La foto della bicicletta sotto il portico di via Valdonica è diventata un simbolo. La conservate ancora?
«Sì. La tiro fuori una volta all’anno, ogni 19 marzo, per la biciclettata dalla stazione a casa in memoria di papà».
Seppe subito che era stato assassinato?
«Me lo dissero immediatamente la mamma e Francesco. Ma io avevo capito».
Le dissero anche che erano state le Br?
«Sì. Fu chiaro per tutti da subito. Intendo per gli inquirenti».
Lei era un tredicenne: aveva già sentito quella sigla?
«No. Infatti chiesi a mia madre: ma chi sono queste Brigate rosse? Lei me lo spiegò in fretta. Poi la casa si riempì di gente. Un via vai. Per giorni, settimane, mesi, abbiamo avuto i carabinieri in casa».
La scorsa estate è uscito di prigione uno dei brigatisti, Simone Boccaccini. Come l’avete presa?
«Sapevamo che sarebbe successo. Non era all’ergastolo. Ce lo aspettavamo. Ma è stato comunque un brutto colpo».
Qualcuno di loro vi ha mai cercato? Vi ha mai scritto o mandato un messaggio tramite gli avvocati?
«Mai. Per fortuna».
Vi è mai stato proposto un percorso di giustizia riparativa?
«No. E se anche dovesse accadere, rifiuterei. Rispetto chi lo intraprende, ma non fa per me».
Che uomo era suo padre, dietro il giuslavorista che tutti conosciamo?
«Era un uomo legato alla sua famiglia, un credente, un grande tifoso del Bologna, una persona metodica. Con lui si mangiava sempre alle 19.15, ovunque fossimo e in qualsiasi stagione. Quando era a casa cucinava lui: tortellini o lasagne, anche d’estate. E alle 22 a letto».
Che papà era?
«Era il poliziotto buono in casa. Il genere di padre che ti fa l’occhiolino quando la mamma ti rimprovera».
Quanto era presente nella vita dei suoi figli?
«Quanto poteva, dato il suo lavoro. Ma avevamo delle passioni in comune: il calcio, lo sci. Andavamo a sciare al Corno alle Scale, il mio maestro è stato lui. Poi c’erano i weekend tutti per noi. Ricordo le domeniche, sempre insieme, con i nostri rituali».
Le domeniche: è questo il ricordo più bello che conserva di lui?
«Sì. Era bellissimo averlo tutto per noi e fare insieme cose da maschi (sorride, ndr). Ai Giardini Margherita a giocare a pallone. Allo stadio. Il gelato alla Torinese, in piazza Maggiore. Il gelato anche con la neve».
Un rituale rassicurante. E dopo? Come è stato doverne fare a meno?
«Durissimo. Per tanti anni. Tornare a scuola, il vuoto nei weekend. Ero un ragazzino, avevo bisogno di leggerezza. A lungo non sono riuscito neppure a parlarne».
Cosa direbbe a suo padre se fosse qui?
«Che sono arrabbiato. Perché ho vissuto tutta l’adolescenza senza un papà. Tante cose che ha potuto fare con lui mio fratello io non le ho fatte. So che è irrazionale. Ma gli direi: non dovevi lasciarmi solo».
Cosa le dà conforto?
«Andare a parlare di lui nelle scuole. I ragazzi sono straordinari. Sono di gran lunga migliori di come spesso vengono dipinti».
C’è un oggetto appartenuto a lui a cui tiene in modo particolare, a parte la bici?
«Il suo orologio. Un Casio che non toglieva mai. Non lo indosso perché ho paura che si rompa, che si sciupi. Lo custodisco in casa, al riparo».
Qual è l’insegnamento più prezioso che le ha lasciato?
«Ricordati di stare sempre dalla parte di chi è meno fortunato di te, mi diceva: questo».