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 2025  dicembre 20 Sabato calendario

Gli architetti del controllo

Piaccia o non piaccia, il mondo sembra spostarsi a destra. E, quando le cose si muovono sul serio, non sono solo le dichiarazioni dei leader politici a dimostrarlo. Si evince invece da mille eventi specifici, magari di per sé non enormi, ma considerati nel loro complesso sicuramente rilevanti. Testimonianze di un cambiamento. Tra le ultime di queste testimonianze, c’è la copertina dell’11 dicembre 2025 della prestigiosa rivista americana Time. Che rappresenta nientemeno che gli «architetti della AI». Personaggi come Mark Zuckerberg e Sam Altman, tanto per intenderci. Il cambiamento simbolico, per chi frequenta il mondo della comunicazione, è straordinario. Perché questa copertina, a prima vista scontata, ne richiama esplicitamente – nell’una come nell’altra i protagonisti sono seduti su una trave sospesa nel vuoto – un’altra famosa del 1932. Nella copertina di Time del secolo scorso, però, si vedevano operai seduti su una trave, intenti a consumare un lunch in alta quota negli intervalli della costruzione di un grattacielo newyorkese. Il messaggio politico è indiretto, ma chiaro. In poco meno di un secolo, Time passa da mettere in copertina dei poveri operai a metterci i padroni delle compagnie più ricche del pianeta.
Ma il mutamento di significato non è solo etico-politico. Esprime invece anche un passaggio da materiale a immateriale. Una sorta di decostruzionismo implicito sembra all’opera. Nel senso che gli operai, che fanno tanto 1900, costruivano palazzi, lavoravano su cose, sollevavano pesi e cementavano travi. Mentre i capi («archi…») di adesso lavorano su testi e persone. I loro oggetti sono soggetti, in buona sostanza. Soggetti che, volenti o nolenti, sono strumentalizzati a fine di profitto dalle compagnie del digitale che usano i nostri dati per venderli alla pubblicità.
Insomma, Marx si poteva immaginare anche guardando la cover del 1932, pensando che gli operai con la testa tra le nuvole fossero sfruttati dai Rockfeller di turno. Con il corollario che lo stesso capitalismo detta le regole allora come ora. Foucault pure si poteva evocare perché quel momento di libertà durante una colazione vicina al cielo ti faceva venire in mente il resto del giorno in cui il controllo sugli umani operava in maniera incessante. Controllo che permane anche oggi. Non per niente Shoshana Zuboff, in un libro diventato per molti un cult, ha parlato delle compagnie digitali come dei protagonisti di un capitalismo (Marx) della sorveglianza (Foucault).
Ma i nuovi architetti dell’AI non si limitano a controllare i corpi delle persone, come facevano gli antichi padroni. Piuttosto, entrano nelle coscienze, operano sulla mente degli umani. È il passaggio «dal controllo dei corpi al controllo delle emozioni» adombrato da Byung-Chul Han, cioè il passaggio dalla biopolitica disciplinare foucaultiana alla psicopolitica neoliberale: il potere non si esercita più principalmente sul corpo, ma interiorizzando e capitalizzando affetti, desideri e auto-sfruttamento. In questa trasformazione, la libertà diventa il principale strumento di dominio e le emozioni la nuova «materia prima» del capitalismo digitale. A questa posizione fa eco il tweet di uno degli architetti dell’AI, Sam Altman, che ha esplicitamente affermato di aspettarsi che l’AI diventi capace di «superhuman persuasion» molto prima di raggiungere una vera super-intelligenza generale, indicando la persuasione come rischio anticipato e più concreto dell’AGI stessa. Il punto non è quindi solo l’ipotetica super-intelligenza, ma la combinazione fra sistemi non pienamente «intelligenti» e una capacità iper-efficiente di influenzare emozioni, decisioni politiche e consumi.
In questo modo, trasformano la sintassi e la semantica dei nostri linguaggi. Ne costruiscono anzi una nuova. E, come sappiamo, le tecniche non sono mai soltanto strumenti da adoperare a nostro piacimento. C’è sempre un condizionamento implicito come altra faccia del progresso che è legato al loro sviluppo dalla ruota all’AI. Proprio per questo, non è luddismo quello che ci spinge a volere capire di più. Sotto il cielo in cui siedono gli architetti della AI ci siamo noi, che subiamo gli effetti di questa rivoluzione – epistemica prima che economica – in corso. E il minimo che possiamo fare in questa condizione subalterna è costruire un’etica per la difesa dell’umano. Che poi altro non è che un timido tentativo di articolare un pensiero critico.