Tuttolibri, 20 dicembre 2025
Gli scatti oscuri del Mensur: tagliarsi il volto con le spade per vedere l’effetto del male
A metà tra il Fight club e la confraternita deviata, c’è un fantasma che si nutre del nostro peggio e continua a tagliare la società. La graffia, la ferisce, la spinge persino a convincersi che del sangue versato in nome del coraggio si deve andare fieri. Anche se non c’è motivo per sprecarlo.
Lo spettro, fin troppo contemporaneo, ci arriva in una raccolta di foto che partono dal 1890 e arrivano fino al 1968, ma non hanno tempo, solo sguardi. Li mette in mostra Linda Fregni Nagler, alla Gam di Torino, in una operazione inedita. Lei è abituata a un metodo creativo che parte dal collezionismo e arriva all’arte, è allenata a interagire con il passato perché rincorre, per credo, i dialoghi tra chi ha lasciato una traccia nel mondo, meglio se anonima, e chi lo abita. Stavolta però non ha aspettato il completamento del puzzle, ha sparpagliato i pezzi subito, in un collage ancora incompiuto e troppo inquietante per essere messo in attesa. Ci racconta il Mensur, un duello ingaggiato per il gusto di farsi male e sarebbe tanto facile relegare la pratica violenta e splatter a un tempo oscuro, però da quel pozzo di immagini truculente emerge la consapevolezza di non poter archiviare la mostruosità. Ce la troviamo tra i piedi ed è per questo che la guardiamo dritta negli occhi, nelle espressioni al contrario di quei ragazzi devastati e soddisfatti.
Il Mensur è una sorta di scherma libera in cui non puoi vincere schivando il colpo, lo devi accettare: devi essere sfigurato, guadagnare la cicatrice. E non una singola volta per un rito malato di iniziazione, a ripetizione, secondo vincoli assurdi che servono solo a soffrire di più e a rischiare oltre. Combattimenti privati, al chiuso di gruppi, esclusivamente maschili, autogestiti, dove l’unico momento destinato alla condivisione postuma è la fotografia, lo scatto di quel che resta. Facce maciullate e ricucite, segni indelebili. Ed è lì che arriva Fregni Nagler per scoperchiare gli effetti del fascino del male e neutralizzarli: «Sono rimasta sconvolta dalla difficoltà di datare, gli uomini sono sempre vestiti alla stessa maniera, sorridono in una ingenuità difficile da schivare. La fase più attiva dei duelli è tra il 1.900 e il 1.930, ma dentro i moti studenteschi, in piena ribellione Anni Settanta, si faceva ancora il Mensur e nel cantone di Berna, non in chissà quale realtà parallela. Le foto mi hanno catturata subito, più scavo e più ne escono, è un lavoro che continua, sto anche scrivendo una piccola sceneggiatura per dare un contesto». Ci piacerebbe confinare il Mensur tra la devastazione del nazionalsocialismo, ma sarebbe stupido considerarci liberi: «Nel Mensur motivano l’ingiustificabile con il senso di appartenenza, secondo principi di velata massoneria e di ostentato antimodernismo. Il Mensur non è più tollerato, ma resiste nel retro di qualche confraternita privata, si spaccia per vincolo di famiglia. Ne ho trovato testimonianze presenti a Monaco, per esempio. Per questo guardare le foto, soprattutto montate in una storia che risale la corrente della logica e del progresso, è come osservare la metafora dell’origine del male».
È pure complicato scappare dall’empatia. I protagonisti dello scempio sono giovanissimi, spesso diciottenni, incastrati nel ripetersi di un evento traumatico, strumentalizzati da una setta, a disposizione di quelli che ancora si chiamano «vecchi signori» e gestiscono il macabro sistema. Oggi sono poche persone nascoste, eppure l’ideologia che sgorga insieme al sangue, è fresca. Le ferite che non guariscono mai.
«Il Mensur richiama l’iconografia del gerarca nazista, rappresentato quasi sempre con lo squarcio sul volto. Hitler chiuse le confraternite, lo spaventava il potere occulto, poi però ha preso da lì il capitale umano per la sua gerarchia militare. È un pezzo del racconto, tristemente non ci si ferma lì». Nella rarità di informazioni trovate sulle persone che si vedono nelle foto, travolge il vissuto di un singolo svelato in mostra con nome e pensieri. Sono molto lontani da quelli ipotizzabili: è quasi illuminato, si esprime sui diritti e li difende, è motivato dall’ideale dell’olimpismo, eppure sta dentro un sistema disturbato. Anche lui consegnato al macello con il sorriso sbilenco di chi ha perso la simmetria della faccia, ostentata prova di un legame in cui ritrovare purezza.
Gli anni Duemila, così densi di narcisismo, non sono immuni: «Ci si tatuano lacrime sotto gli occhi, ci si sottopone a chirurgie estetiche che cambiano i connotati». Con un’idea, per quanto contorta, del bello: «Pure i ragazzi che catturano i sentimenti in quelle foto erano convinti del giusto o per lo meno del necessario. La fuga dalla paura nell’autolesionismo non ci è estranea oggi». Come nei Fight Club diventati famosi con il libro di Palahniuk e poi con il film del 1999, Brad Pitt e Norton con una sola semplice regola: «Mai parlare del Fight Club» ed è eterna, «Mai parlare del Mensur» in modo che l’orrore venga tramandato travestito da resistenza. Anche a secoli di distanza, con la possibilità però di liberare fantasmi da cui non è proprio il caso di fuggire. Meglio ascoltarli.