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 2025  dicembre 14 Domenica calendario

Piero Dorfles: "Siete voi i miei eredi"

In fondo li considera un po’ i suoi eredi. E fa bene. Perché la maggior parte delle lettrici e dei lettori che animano i bookclub d’Italia, è cresciuta seguendo Per un pugno di libri, la ventennale trasmissione di Rai 3. I conduttori si sono succeduti – Patrizio Roversi, Neri Marcorè, Veronica Pivetti, Geppi Cucciari – ma il giudice, quello che sceglieva il vincitore tra le due classi di scuole diverse che si sfidavano su un testo, è rimasto sempre lo stesso: Piero Dorfles, giornalista, scrittore, divulgatore culturale, uno dei nostri ospiti all’Arena Repubblica Robinson a Più libri più liberi nella striscia quotidiana dedicata ai gruppi di lettura. Perché Dorfles i circoli dei lettori li ama e li sostiene. Al punto che da qualche settimana ne guida uno, a Roma, all’interno «di una nobile ed eroica piccola libreria» di via Cesare Pavese, a Laurentina: Pagina 348. Gli iscritti sono già 45 e a loro Dorfles ha chiesto di mettersi in viaggio. Tre libri – Il velo dipinto di Maugham, A ciascuno il suo di Sciascia e un terzo titolo che non può rivelare ancora – da leggere, commentare «trovando però, alla fine, come in una caccia al tesoro, il filo rosso che li lega».
Dorfles perché i gruppi di lettura sono così importanti?
«Sono fondamentali per diversi motivi. Il primo naturalmente è quello di produrre interesse attorno alla lettura, cosa non facile. L’altro è di condividerla: leggere con gli altri confrontandosi». 
Lo scambio è importante?
«Ci si confronta con persone a volte molto distanti da noi che però in qualche modo sono gli interlocutori giusti. L’altro grande pregio dei circoli è l’occasione di incontro sociale: conoscere altri con gli stessi interessi. Mica poco».
Adesso ne ha uno suo, ma li frequenta e li gira da sempre.
«Sì, mi chiamano spesso e vado volentieri. Ne frequento anche uno che si tiene nel carcere di San Vittore. Ci sono tanti ragazzi stranieri che si appassionano alla letteratura e leggendo si avvicinano a una cultura e a una lingua che non conoscono».
Il suo ultimo libro, “Le parole del mare” (Sellerio), è un altro modo per raccontare la letteratura. Perché la navigazione?
«La metafora è talmente potente, talmente ricca, che parlando la usiamo continuamente senza rendercene conto: remare contro, a vele spiegate, una legge che si è incagliata. La letteratura che parla di navigazione ha una capacità di spiegare chi siamo come poche altre cose, perché dentro c’è tutta la vita dell’uomo».
Noi ci chiamiamo Robinson, non è un caso.
«Nessuno di noi nel tempo a sua disposizione potrà viaggiare tanto quanto si può fare leggendo un libro. Il viaggio è anche nel tempo. E, attraverso le riletture, dentro di noi: ci dice come siamo cambiati».
Per Bompiani ha scritto “Il lavoro del lettore": è un mestiere?
«Arrivare alla fine di un volume importante, essere capaci di leggerlo in modo analitico e magari anche di non leggerlo se non ci piace. Perché guardate: chi non è un buon lettore di solito casca nella trappola di dover leggere tutti i libri dalla prima all’ultima pagina anche quando sono brutti e non gli piacciono».
Non ci si deve sentire in colpa a mollare un libro?
«Macché. Il bravo lettore, quello che sa fare il suo lavoro, sa che il libro si può prendere in mano saltando fino a quando non si trova qualcosa che interessa; mollarlo prima di essere arrivati alla fine o peggio, come faccio io, lo confesso, andare a vedere come finisce prima ancora di aver guardato come comincia, perché trovo che non ci sia niente che rivela la qualità di un libro più della sua conclusione».
Ma non è che invece dovremmo costringerci a letture lunghe e impegnative senza cedere alla fatica per contrastare il “brain rot”, il cervello marcio?
«Dipende molto da qual è il motivo per cui si prende in mano un libro e qual è il nostro interesse. Se ne ho bisogno, mi costringo a leggere anche se faccio fatica. Ma si deve stare attenti a non perdere tempo dietro ai libri antipatici, ce ne sono. Bisogna soltanto riconoscerli e poi a ciascuno il suo».
Le manca “Per un Pugno di libri”?
«Malgrado sia stato chiuso il programma, in tutta Italia le scuole continuano a organizzare il gioco sia a livello di istituto scolastico sia, alle volte, a livello cittadino, con sfide tra tutte le scuole che poi arrivano a confrontarsi in una finale. Ogni tanto mi invitano anche a partecipare e devo dire che è sempre un ricordo magnifico. Le cose che durano più di vent’anni in televisione sono considerate già morte, impossibile portarle avanti. Chissà perché invece Bruno Vespa perdura, comunque non fa niente».
Lei era severissimo: una posa?
«Era una posa, ma sono anche cattivissimo», dice sorridendo.
L’Ia la spaventa applicata alla letteratura?
«L’intelligenza naturale già costruiva dei finti libri con dei finti autori: penso al protagonista di un telefilm che interpretava uno scrittore e che poi, come autore e personaggio di fantasia, è finito sugli scaffali delle vere librerie. Difficile fare peggio».
Ha sentito parlare del maschio performativo? Quello vicino alla sensibilità femminile, con un’estetica che prevede anche borsa di tela e libro: il trucco sarebbe però fingere per piacere alle ragazze. Ma un maschio che legge è più attraente?
«Non sono né giovane né particolarmente attivo da quel punto di vista. Ma secondo me un giovane che legge è un giovane che ha delle capacità attrattive, un giovane che non legge sarà anche performativo ma secondo me può essere molto noioso».
Un’ultima domanda: ma lei fa le orecchiette ai libri?
«Sempre. Il libro bisogna viverlo».