Robinson, 14 dicembre 2025
Tutto nuovo sul fronte orientale
A geografia dei premi letterari, e in particolare il Nobel, assegnato in tempi recenti a Olga Tokarczuk, Svetlana Aleksievič e per ultimo a László Krasznahorkai, induce a pensare che stia spirando un nuovo vento da est. A ciò si aggiunge l’eco internazionale di autori come Mircea Cărtărescu, Georgi Gospodinov o Andrei Kurkov, ai quali possiamo magari aggiungere anche scrittori provenienti da quell’area, ma che scrivono in altre lingue, come la già affermata Herta Müller o i più giovani Saša Stanišić e, a suo modo, perfino David Szalay, vincitore del Booker Prize. Ma c’è sempre un pizzico di azzardo nel voler ridurre la molteplicità geografica dell’Europa orientale – e ancor di più di quella centrale – a una tendenza letteraria unitaria. E se proprio volessimo identificare dei tratti comuni, andrebbero cercati nella poetica della dissonanza, nella sfasatura tra realtà e percezione, nella sovrapposizione dei punti di vista, nell’alterità del normale e del quotidiano.
Che si tratti di un’immaginazione apocalittica capace di oltrepassare i confini del reale o di uno sguardo concentrato sull’individuo prigioniero nella sua dimensione corporea, questi autori danno prova di una straordinaria capacità di osservare l’uomo dall’esterno. «Come lo può vedere chi, dall’Europa dell’Est, lo considera con l’impassibile oggettività d’un etnologo che studi i costumi d’un abitante degli antipodi», aveva scritto Italo Calvino nella sua recensione dell’Insostenibile leggerezza dell’essere. La sensazione di andare incontro a un imminente cambiamento, tanto confuso e indistinto quanto minaccioso, sembra riattivare un vecchio riflesso condizionato, quello di cercare risposte alla fluidità del presente nella letteratura. Come del resto aveva fatto Louis Aragon, nel 1968, definendo un romanzo multiforme come Lo scherzo di Milan Kundera «uno dei maggiori romanzi del secolo», in grado di offrire «la spiegazione del non spiegabile» e assicurare «la sopravvivenza dell’uomo».
La parte centro-orientale del continente, la “nuova Europa” dei paesi entrati nell’Unione europea nel nuovo millennio, sembra ora nuovamente esposta ad ataviche tendenze espansionistiche. La letteratura è quindi messa di fronte al solito antico dilemma: dedicarsi a una rilevante disamina del presente o privilegiare al contrario l’aspetto estetico, interrogandosi sul destino dell’uomo in quanto tale? Molta letteratura impegnata, com’è noto non sopravvive all’epoca storica in cui aveva dato scandalo, se non come testimonianza, basti pensare all’esempio di Aleksandr Solženicyn, a sua volta vincitore del premio Nobel nel 1970. Ogni nuovo autore dell’Europa centro-orientale porta con sé, volente o nolente, l’eco di una stagione precedente, in cui la letteratura corrodeva i dogmi ideologici con l’ironia, trasformando il romanzo in una macchina per disinnescare la lingua del potere. Gli scrittori oggi sembrano recuperare quell’energia, combattendo però, invece della censura politica, l’omologazione del discorso pubblico; invece della propaganda, l’estrema semplificazione; invece dei confini rigidi, la liquefazione del futuro. A essere cambiata è la percezione: non si tratta più di una condizione altrui, il destino di questi romanzi è ormai anche il nostro.
Dietro all’idea che, nella narrativa internazionale, una parte significativa delle proposte più interessanti venga da est riflette probabilmente anche quella geografia subordinata a precise costruzioni ideologiche che collocano il centro del continente a ovest. Viene così spinta verso oriente quella parte d’Europa frammentata in lingue poco conosciute e culture dal passato complesso. Ripensandoci, c’era qualcosa di commovente nella tenacia con cui Kundera ha costruito la sua discussa e discutibile idea dell’Occidente prigioniero, tentativo forse velleitario di ridisegnare la mappa concettuale del continente, rivendicando il ruolo «della parte d’Europa situata geograficamente al centro, culturalmente a Ovest e politicamente a Est».
È probabilmente la prospettiva occidentale a provocare l’effetto ottico che rende atipici gli scrittori di quest’area, benché in realtà partano da una concezione del tutto “occidentale” del romanzo come ricerca. Queste voci, pur tra loro così diverse, offrono uno sguardo che mette in crisi ciò che, con automatica sicurezza, viene considerato stabile. Raccontano infatti di luoghi abituati agli strappi della storia, a convivenze forzate, a memorie incancellabili. Ne deriva la capacità di parlare ai lettori senza rinunciare alla specificità delle storie di partenza, come in fondo sapeva fare lo stesso Kundera. E spesso le storie sono costruite attraverso un’elaborata sperimentazione linguistica, che ha raggiunto una delle sue vette nello stile scarnificato e implacabile di Agota Krištof. In fondo è forse per questo che i loro testi, febbrili e inquieti, sembrano meglio cogliere certe contraddizioni del presente. In un’epoca in cui tutto scorre via, scelgono la complessità e l’ambiguità come forme di resistenza culturale.
Due esempi, legati a importanti riconoscimenti recenti, tracciano un arco che congiunge i due poli estremi del fenomeno. Krasznahorkai, con i suoi interminabili periodi e la sua raffinata prosa labirintica, non si limita a raccontare storie, ma trascina il lettore alla ricerca dell’integrità perduta, in un mondo in via di disgregazione. Szalay mette invece in scena attraverso i suoi magistrali dialoghi una società estranea, afasica e uniforme, in cui i personaggi, soprattutto maschili, sono sempre in bilico, imprigionati in destini di passaggio. E nel mezzo troviamo la dimensione favolistica e visionaria di Tokarczuk, con il suo mondo trasformato in un organismo vivente da decodificare, il tempo instabile sospeso tra presente e memoria di Gospodinov o la fine del mondo sbeffeggiata da Patrik Ouředník.
Se per la letteratura degli anni Settanta e Ottanta la resistenza era riferita a un sistema politico logoro, per questi autori diventa una questione di affermazione di una diversa percezione del reale, dominato dalla complessità. L’instabilità politica che caratterizza gli ultimi anni in buona parte del continente sembra trovare qui una risposta incentrata sull’urgenza di descriverne le crepe. La sete di comprendere spinge inoltre lo scrittore spesso in altri luoghi e paesi lontani, come la Cina di Radka Denemarková, specchio deformante dell’odierna Repubblica ceca. E non è un caso nemmeno che spesso sfuggano alle regole del mercato: troppo lunghi, “strani”, difficili da riassumere. Romanzi che richiedono tempo.Se allora il disfacimento dell’impero comunista induceva a una lettura politica del testo letterario, come nel caso di Aragon, oggi le macerie dell’ex impero sovietico, le periferie urbane devastate, i paesi sospesi fra passato e presente acquisiscono subito valore universale. Le storie nascono dunque a est, ma arrivano poi “qui” non come anomalie geografiche, ma per le loro vulnerabilità universali. In un continente che fatica a riconoscersi, è allora forse da questa “periferia inquieta” che arrivano le visioni più nitide. La letteratura centroeuropea non offre alcuna soluzione, ma un modo diverso di guardare e, soprattutto, l’idea che la resistenza culturale continui a passare dalla letteratura.