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 2025  dicembre 14 Domenica calendario

I neoegizi

Una canzone del 1974. «Prendo tutto, e come San Giuseppe/ mi trovo a rotolare per le scale, cercando un altro Egitto», cantava Francesco De Gregori. Potremmo muovere da questi versi per accostarci all’egittomania che, da più di un secolo, contagia l’arte contemporanea. Si tratta di un fenomeno che ha trovato una tra le sue più alte voci in Alberto Giacometti, inventore di una statuaria negativa, fatta di piccole larve allungate o aggrovigliate. Personaggi filiformi, dolenti, consunti, prigionieri in sé stessi, che sembrano sfuggire. Attori scampati a un’apocalisse, collocati a pochi passi da noi, eppure posti in una dimensione intangibile. Sospesi sopra l’abisso del tempo, occupano un’eternità che trascorre. Camminano verso orizzonti ignoti, ma sembrano indietreggiare. Con i piedi imprigionati in blocchi inclinati, si avvicinano ma restano in una sovrana immobilità. In bilico tra l’Essere e il Nulla.
Dietro questi residui materici si nascondono tanti echi. Le visioni mistiche di Giotto, la maestosità di Tintoretto, i feticci africani, le dissoluzioni di Cézanne, le decostruzioni di Picasso. E ancora: i reperti pompeiani, la statuaria greca. Ma, soprattutto, le sculture egizie. È una fascinazione che matura sin dagli anni di formazione. Ottobre 1917: l’allora sedicenne allievo della scuola superiore di Schiers, in un tema, parla della «nobiltà» della cultura maturata sul Nilo. Nel corso del suo itinerario, Giacometti ha continuato a interrogare quei misteriosi modelli. A margine del primo soggiorno in Italia (1920-1921), in una lettera ai familiari, elogia la superiorità delle opere egizie rispetto a quelle greche, romane e rinascimentali: «Hanno una magnificenza, un’armonia di linee e forme, una tecnica così perfetta che nessuno è riuscito a superare. (...) Come sono vive queste teste, come se guardassero o parlassero». E, riferendosi a Die Plastik der Ägypter (La scultura dell’Egitto) di Hedwig Fechheimer (1920), aggiunge: «Ho acquistato anche un bel libro sull’arte egiziana (...) che contiene meravigliose immagini e anche poesie piene di forza e di vita».
Da queste seduzioni nascono ritratti nei quali Giacometti mescola i propri lineamenti con quelli del volto del faraone Echnaton (1340 a. C.); e silhouette stilizzate, ieratiche, allungate, con sguardi fissi nel vuoto, debitrici delle icone funerarie egizie.
Potrebbe essere, questo, l’ideale prologo a un’ampia mostra tenutasi qualche mese fa al Metropolitan Museum di New York, curata da Akili Tommasino, intitolata Flight into Egypt: Black Artists and Ancient Egypt, 1876-Now («la Lettura» #688 del 2 febbraio 2025). Una sorprendente ricognizione che ha esplorato i modi attraverso i quali gli artisti neri (provenienti dall’Africa, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dai Caraibi) – dal XIX secolo all’Harlem Renaissance, dal Black Arts Movement degli anni Sessanta e Settanta fino ai giorni nostri – si sono confrontati con l’Egitto, riscrivendone leggende, visioni e archetipi in una sequenza di esercizi pittorici, plastici, musicali, performativi. In sequenza, rivisitazioni, omaggi, profanazioni. I re egizi sono sommersi sotto una coltre di graffiti, in un quadro di Basquiat. Il trono di Cleopatra diventa una sedia dorata, in una scultura di Barbara Chase-Riboud. Ancora Cleopatra è la protagonista di un cortometraggio visionario di Madeleine Hunt-Ehrlich. Nefertiti è una divinità a tre teste, in un olio di Loïs Mailou Jones. Sempre Nefertiti è declinata in diverse versioni: nelle statue di Fred Wilson e in uno spettacolo psichedelico da Awol Erizku. La regina guerriera di Nubia assume le sembianze di un fantasma, in un acrilico di Robert Colescott. Le sirene sono reperti espressionisti, in un assemblage di Betye Saar. Le dee egizie rivivono in una stampa a colori di Barbara Jones-Hogu. I templi edificati nella valle del Nilo sono ricreati nelle colonne neo-barocche di Lauren Halsey. Le sfingi sono ridisegnate, con un tratto a carbone, da Kara Walker. Osiride, il dio della fertilità, ricorda una mummia, in un busto di Karon Davis. Feticci, amuleti e resti archeologici (Tutankhamon), come miniature, convivono in un acrilico d’impronta postmodernista di Derek Fordjour. Non privo di assonanze con la colonna di Brancusi, il motivo della stele è riproposto da Mildred Thompson e, su un registro kitsch, da Lauren Halsey. La figura della piramide viene rimodulata in chiave pop da Maren Hassinger, da Rashid Johnson e da Sam Gilliam e, su un piano astratto, da David Hammons. Il sarcofago è ri-locato da Eric Mack in un assemblage ricco di affinità con The Bed di Rauschenberg. Infine, Steffani Jemison e Jamal Cyrus allestiscono una stanza di lettura, alle cui pareti sono copie di una rivista dedicata alle comunità nere.
Ideale epilogo di questo revival è la rassegna Art d’Égypte, fondata e diretta da Nadine Abdel Ghaffar, dal 2020 allestita ogni anno nell’altopiano di Giza, non di rado accompagnata da polemiche. Una sorta di piattaforma culturale animata da alcuni tra i maggiori artisti della nostra epoca, che hanno creato installazioni site specific ai piedi delle Piramidi, trasformando quel luogo senza tempo in un’officina all’interno della quale si intrecciano memorie archeologiche e intenzioni contemporanee, mitologia e intermedialità, silenzio e inquietudine linguistica. La filosofia sottesa a questa iniziativa è in uno slogan: Forever Is Now. L’obiettivo: servirsi delle «armi improprie» dell’arte di oggi per riattivare il valore dell’antico; per offrire uno sguardo «altro» sulla storia; e per richiamare l’attenzione sulle emergenze ambientali di un territorio fragile, sottoposto a violenze e a spoliazioni.
Tra le presenze più significative (nell’edizione di Art d’Égypte terminata il 6 dicembre): Michelangelo Pistoletto ha reinventato il segno del Terzo Paradiso; Vhils ha assemblato reliquie provenienti da abitazioni del Cairo; il duo Recycle Group ha proposto una riflessione sull’idea di rinascita nell’era digitale; Alex Proba e SolidNature hanno offerto un tributo a questa terra e ai suoi colori; Nadim Karam ha fatto nascere dal metallo riciclato i suoi desert flowers, come simboli di resilienza; Ana Ferrari ha composto un canto di flauti che mescola arte, scienza e spiritualità; King Houndekpinkou ha «fermato» un gesto intimo in dialogo con la vastità del deserto e con la potenza metafisica delle Piramidi; Salha Al-Masry ha ridisegnato un antico gioiello regale.
Se accostiamo questi diversi e lontani episodi, ne emerge un racconto critico eccentrico, che potremmo rileggere ritornando ai rilievi teorici del filosofo Mario Perniola, il quale, in un libro del 1990 (Enigmi, Costa & Nolan), aveva parlato di un Egitto «del sentire». Non sta dietro di noi, ma è avanti e di fronte. Non è traccia di un’inclinazione archeologica o nostalgica, in cerca di un «falso inizio», ma meta necessaria e, insieme, lente attraverso cui leggere il «problema del presente». Siamo dinanzi a un «momento» ancora vivo, che ci consente di cogliere il volto più perturbante della tarda modernità, rivelata nelle sue strutture primarie, nelle sue risorse, nei suoi segreti. Distante da ogni tentazione mimetica, l’arte egizia, ha scritto Perniola, mira a creare entità indipendenti e autonome, che decretano il «primato dell’inorganico sull’organico»; valorizzano l’ornamento come astrazione, come ritmo, come capacità di conferire un notevole rilievo ai valori tattili, ai contorni, alle linee. Siamo dinanzi a un «momento» che determina scambi e transiti tra spirituale e materiale, tra arte e natura, tra creazione e conoscenza, tra cose vive e cose morte, tra umano e animale: la piramide è come un enorme cristallo che emerge e si solidifica, affiorato dalle acque del Nilo; i raggi infuocati dal sole, proiettati dalla terra al cielo, si pietrificano nello slancio acuminato di obelischi privi di ombra.
Forse, però, la scelta di rifugiarsi poeticamente nel culto dell’Egitto da parte di figure lontane e diverse – da Giacometti a Pistoletto e Vhils – dice anche altro. Annuncia il bisogno di abbandonarsi a una sorta di anti-utopia, intraprendendo un cammino a ritroso verso una vaga età dell’oro, in un viaggio di purificazione da ogni idolatria dell’attualità. È, questa, una dinamica che è possibile incontrare soprattutto nelle fasi nelle quali alcuni artisti avvertono il bisogno di portare indietro le lancette del tempo. Senza lasciarsi sedurre dall’imperativo dell’originalità, accettano l’«angoscia dell’influenza»: rivisitano il passato situandolo a una distanza di sicurezza.
Ricordate l’angelo della storia con le ali spiegate immaginato da Paul Klee in una celebre opera, interpretata con raro acume da Walter Benjamin in un saggio classico? Non guarda più davanti a sé, ma volge lo sguardo dietro di sé.