5 maggio 2025
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Biografia di Martha Nussbaum
Martha Nussbaum,(Martha Craven), nata a New York (New York, Stati Uniti) il 6 maggio 1947 (78 anni). Filosofa. Cattedra alla Università di Chicago, già professoressa a Harvard e alla Brown University. Specializzata in filosofia antica greca e romana, filosofia politica, esistenzialismo e etica, con una particolare attenzione per diritti delle minoranze e diritti degli animali. «Non credo che in filosofia esistano “star”, come in architettura: ma se esistessero, Martha Nussbaum sarebbe la più famosa» [Leonardo Caffo, 7 17/1/2024] • Fu allieva di John Rawls, uno dei più importanti filosofi politici del Novecento. Ha avuto una relazione sentimentale con Amartya Sen, futuro premio «Nobel» per l’economia, viaggiarono assieme nei Paesi del Sud del mondo per conto dei programmi di sviluppo delle Nazioni Unite alla ricerca di un indicatore economico che descrivesse il benessere delle Nazioni meglio dell’arido Pil • Femminista • Vegetariana • Convertita al giudaismo riformato • Parla correntemente greco antico, latino, tedesco e francese • Appassionata di podismo, e maratoneta • Capace di scrivere 7-800 parole al giorno, 365 giorni all’anno. Ha pubblicato decine di libri e centinaia di articoli scientifici. Tiene conferenze in tutto il mondo, ha ricevuto 66 lauree honoris causa tra Stati Uniti, Canada, Europa, Asia e America Latina, e numerosi premi tra cui il premio Kyoto (come Karl Popper e Jürgen Habermas prima di lei) e il premio Balzan per la filosofia • Negli anni «ha abbandonato gli studi di filosofia antica e si è dedicata a questioni sempre più legate ai grandi temi contemporanei. E il suo successo è diventato addirittura travolgente» [Matteo Nucci, Mess 31/8/2012] • Molto ascoltata tra i ricchi progressisti americani, vota per i democratici, ha detto che è giusto abbattere le statue dei generali sudisti e che dobbiamo «riscoprire la nostra animalità». Ha sostenuto l’importanza degli studi umanistici, per contrastare l’acronimo Stem (science, technology, engineering and mathematics) ha coniato la formula H=Mc, cioè «humanities» uguale «more cash», sulla falsariga dell’equazione della relatività di Einstein • «Certo non si riesce a immaginarla nelle vesti di una Ipazia seduta tra i suoi discepoli, autorevole ma solare, o di un Socrate che se ne va in giro per la città a porre domande ai concittadini. Nussbaum, tutto al contrario, non fa nulla per apparire meno algida e consapevole dei privilegi dell’élite bianca statunitense a cui appartiene» [Valeria Palumbo, 7] • Non c’è da sorprendersi che molti la trovino insopportabile. Giuliano Ferrara: «La Nussbaum è una filosofa amerloque (copyright Matzneff) che si porta nel politicamente correttissimo, che teorizza il multitutto iperculturale e dimentica Thomas Jefferson, filosofa che ha idee piuttosto confuse e molto ben confezionate per un pubblico di confusi, roba da premio Nobel, glielo commineranno di sicuro» [Foglio 18/1/2016] • Persino tra i suoi colleghi, all’Università di Chicago, qualcuno mormora: «Si può sapere chi l’ha nominata custode morale dell’Universo?».
Titoli di testa «Ero felicissimo, domenica scorsa, di poterla incontrare. Camminavo per una Roma deserta che bruciava a quaranta gradi […] Ho attraversato i corridoi freschi dell’albergo lussuoso al centro dei Parioli e finalmente ero lì. Esile, elegante, Martha Nussbaum era seduta in poltrona di fronte a una macedonia e una Coca Cola. “Non ho voglia di parlare” ha esordito stringendomi la mano. Credevo che scherzasse. “E poi, su cosa mi vorrebbe intervistare?”» [Nucci, cit.].
Vita Com’era la sua famiglia? «Mia madre mi ripeteva: “Non parlare così tanto, o ai ragazzi non piacerai”» [Roberta Scorranese, Cds 27/11/2020] • I Craven, la classica famiglia della borghesia wasp. Bianchi. Origini anglosassoni. Episcopaliani. Una bella casa su Main Line, in centro a Filadelfia, Pennsylvania • La madre, Betty Craven, i cui antenati erano arrivati in America con il Mayflower • Il padre, George Craven, avvocato, un vecchio razzista del Sud. «Proveniva da Macon, Georgia. Umili origini, si era fatto strada, grazie alla sua abilità e al duro lavoro, in uno studio legale fino a diventarne socio, ed era convinto che il sogno americano fosse accessibile a tutti. Obbligava la servitù a usare un bagno separato e minacciava di diseredarmi se fossi apparsa in pubblico in compagnia di un afroamericano […] Diceva sempre che se i neri non erano riusciti ad affermarsi sul piano economico, è solo perché non si erano impegnati abbastanza […] Guardi, io ho amato profondamente mio padre, ci tengo a dire che è stato di grande aiuto per la mia educazione e per la mia carriera. Lui credeva che le donne potessero essere del tutto uguali agli uomini. Ma allora com’è possibile che ragioni bene per un verso e male per un altro? Il problema è che le persone sono complicate […] Mio padre era nato nel 1901. È cresciuto nel Sud della Georgia in un momento storico in cui non c’erano esempi di antirazzismo da seguire. Quando si è trasferito al Nord aveva ormai quasi cinquant’anni, un’età in cui è difficile cambiare opinione. Però mi ha sempre incoraggiato a pensare con la mia testa, e così ho fatto, rifiutando le sue teorie» [Scorranese, cit.] • Martha ha tre o quattro anni quando dice alla mamma: «Io credo di sapere praticamente tutto!». La signora Craven, severa: «No, Martha, sei solo una bambina tra le tante». La bimba ci rimane così male che comincia a sbattere la testa per terra. Il signor Craven, tornato a casa dal lavoro, orgogliosissimo. Approva in pieno l’arroganza della bambina. Pensa che con quella tigna non potrà che fare strada nella vita • George Craven, che diceva di essersi sbagliato solo una volta nella vita, quando pensò di essersi sbagliato • La casa dei Craven a Bryn Mawr, quartiere ricchissimo e elegante, alla periferia di Filadelfia. Martha descrive la loro esistenza «un’opulenza limpida e fredda». Il signor Craven, che non si vede mai, tutto il giorno in ufficio. La signora Craven, annoiata e insoddisfatta, che comincia a bere per la disperazione, e nasconde il bourbon in cucina. Gail Craven, la sorellina più piccola di Martha, racconta che una volta la madre era svenuta sul pavimento, lei aveva chiamato un’ambulanza, ma il padre l’aveva mandata via. Robert Craven, fratellastro di Martha, figlio del primo matrimonio di George Craven, dice che il padre non ammetteva che la gente potesse avere un lato irrazionale. «Era un ambiente emotivamente sterile. Bisognava semplicemente tirare avanti» • Martha trascorre il tempo libero da sola, a leggere in soffitta. La sera va nello studio del papà, e leggono assieme. Lei ama Charles Dickens. «Trovavo una via di fuga da una vita amorale verso un mondo in cui la moralità conta». Lui adora la poesia Invictus di William Ernest Henley, e gliela recita: «Non ho vacillato né pianto ad alta voce./ Sotto i colpi del destino/ La mia testa è sanguinante, ma indomita.../ Sono il padrone del mio destino:/ Sono il capitano della mia anima» • L’etica di George forma il carattere di Martha. Il loro rapporto è fortissimo, quasi romantico. «Mi ha davvero messa sulla strada della felicità e dell’entusiasmo per la vita. Rappresentava la bellezza e la meraviglia». Gail Craven, la sorellina, trova il temperamento del padre meno affascinate. «Era molto narcisista, autoritario e maniaco del controllo. Nostra madre era terrorizzata per la maggior parte del tempo. Credo fosse probabilmente uno psicopatico» • La giovane Martha, e la passione per il teatro. Va agli spettacoli Scrive una pièce in francese. Alla Baldwin, prestigiosa scuola privata femminile cui i genitori hanno iscritto lei e sua sorella, segue i corsi di recitazione. «Ho passato tutte le superiori sul palcoscenico» • La giovane Martha, che sogna di sfuggire all’affettazione del suo ambiente sociale. «Ho avuto un’infanzia molto privilegiata, e in molti modi è proprio contro questo che reagisco. Detestavo profondamente la società di Filadelfia: davvero, profondamente. Ho passato gran parte della mia adolescenza a scrivere poesie contro di essa» • La giovane Martha, che tra ultimo e penultimo anno del liceo partecipa a un programma di scambio all’estero e viene spedita in Galles, in una famiglia della classe operaia. «Fu la prima volta che vivevo in un posto senza impianto idraulico interno. All’improvviso, mi trovavo in una condizione di povertà e scoprivo quanto fossero schiacciati nello spirito. Era miseria estrema, disperazione. Fu un’esperienza formativa» • Martha decide di unirsi a una compagnia teatrale che mette in scene opere greche. Prende un diploma alla School of the Arts della New York University. «Ma già allora vedevo che era una vita poco adatta. Diversamente dall’Europa, dove esiste un mondo teatrale in cui si può ottenere qualcosa di simile alla stabilità di una cattedra, in America gli attori non hanno alcuna sicurezza. La loro vita personale ne risente. Sentivo che non faceva per me». E così passa a lettere classiche e filosofia • Martha scopre Aristotele, e la domanda fondamentale: «Come dovrebbe vivere un essere umano?». Martha scopre che la filosofia è praticata da individui con una forma mentis particolare, molto logici, abituati a sezionare le questioni complesse a ad analizzarle in modo pedante, quasi sempre maschi. Martha sente che non sopporta i «filosofi mandarini» chiusi nelle loro accademie, e che vuole dedicarsi al servizio pubblico come modo «per rinunciare alla sua educazione aristocratica». Martha va a pranzo con John Rawls e, mentre mangiano un hamburger (lei ancora non è vegetariana), lui – timidissimo – le dice che chi ha le capacità di diventare un intellettuale pubblica, ha anche il dovere di diventarlo • Martha entra nel programma di dottorato in lettere classiche ad Harvard nel 1969. Il suo relatore di tesi, Gwilym Ellis Lane Owen, la invita nel suo ufficio, le serve dello sherry, le parla della tristezza della vita, recita una poesia di Auden, poi allunga le mani per toccarle il seno. Lei lo spinge via con delicatezza, facendo attenzione a non metterlo in imbarazzo. «Proprio come non accusai mai mia madre di essere ubriaca, anche se lo era sempre». «Così riuscii a mantenere il controllo con Owen, e non dissi mai una parola ostile». Non sperimenta lo squilibrio di potere tipico dell’abuso sessuale, dirà anni dopo, perché si sentiva «molto più sana e potente di lui». «Guardiamo il quadro d’insieme: famiglia benestante, ottime scuole, sono stata sostenuta nel lavoro e nella carriera da tanti uomini. Eppure sono stata violentata due volte, ho subito molto spesso molestie sessuali e ho sopportato molti altri tipi di umiliazione […] Quando sono diventata la prima donna ad essere una Junior Fellow nella “Society of Fellows” di Harvard, un grande onore, un famoso professore del mio dipartimento di studi classici, quello nel quale stavo lavorando al dottorato, mi scrisse per congratularsi e si cimentò in un gioco di parole. Come avrebbe dovuto chiamarmi? Fellow o Fellowess? Fellowess (compagna, ndr) sarebbe stato imbarazzante. Allora ricorse al greco antico per risolvere il problema. Poiché in greco “compagno” è hetairos, ecco lui avrebbe potuto chiamarmi hetaira. Sapendo bene — e sapendo che anche io ne ero a conoscenza — che hetaira è il termine che si usa per una prostituta. Così quel lazzo era un tipico insulto rivolto alle donne: si fa capire loro che sono utili solo per il sesso, non per le doti intellettuali» [Scorranese, cit.].
Religione Si è unita all’ebraismo riformato (cioè gli ebrei che negano il valore assoluto delle 613 mitzvot della Torah, e cercano di conciliare la loro fede con la società moderna). Nel 2008 ha fatto il bar bat mitzvah in una cerimonia al tempio Isaiah Israel di Chicago.
Curiosità Ufficio al quinto piano del Laird Bell Law Quadrangle dell’Università di Chicago, tra la 60ª e University Avenue • Si è fatta ritrarre dalla fotografa Annie Leibovitz • Pensa che il pensatore italiano più sottovalutato sia Giuseppe Mazzini • Ha detto che «con i social media siamo tornati all’epoca della gogna, dove il pubblico è il giudice e i procuratori e le giurie amministrano la pena» • Ha criticato la teoria del gender dicendo che Judith Butler ignora la «sofferenza materiale delle donne affamate, analfabete, violentate, picchiate» a favore di una ossessione «narcisistica sull’autopresentazione personale» • Ha elogiato l’educazione delle scuole dei gesuiti • Ogni giorno che Dio manda in terra va a correre per novanta minuti, mentre canticchia fra sé e sé un’opera lirica, di solito Mozart. Per farlo, impara le melodie a memoria, corre su ciascuna per tre o quattro mesi, adattando il tempo alla sua velocità e al suo umore • Da vent’anni tiene un grafico che documenta i suoi allenamenti quotidiani • Dopo l’allenamento si mette al pianoforte e si esercita per un’ora • Di recente un direttore d’orchestra l’ha invitata a cantare a in gruppo per «cantanti anziani», lei si è offesa e ha detto che il concetto era «stigmatizzante» • Richard Stern, professore a Chicago, si ispirò alla sua incredibile autodisciplina per scrivere un racconto intitolato La mia ex, filosofo morale e che racconta di un filosofo donna che «intona un inno alla spontaneità e alla naturalezza ma è la persona meno spontanea, la più ostinatamente, nervosamente, addirittura fanaticamente non spontanea che io conosca» • Suo padre morì nel 1971, fece in tempo a smettere di votare i repubblicani perché deluso da Nixon • «Martha Nussbaum stava preparando una conferenza al Trinity College di Dublino, nell’aprile del 1992, quando apprese che sua madre stava morendo in un ospedale di Filadelfia. Non riuscì a trovare un volo prima del giorno successivo. Tenne la conferenza prevista, sul tema della natura delle emozioni. “Pensai: è disumano, non dovrei essere in grado di fare questo”, dirà in seguito. Poi pensò, beh, naturalmente dovrei farlo. “Voglio dire, sono qui. Perché non dovrei farlo? Il pubblico è lì e vuole ascoltare la conferenza”. Quando tornò nella sua stanza, aprì il suo laptop e cominciò a scrivere la sua prossima conferenza, che avrebbe tenuto due settimane dopo, alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Chicago. Il giorno seguente, sull’aereo, con le mani che tremavano, continuò a scrivere. Si chiese se ci fosse qualcosa di crudele nella sua capacità di essere così produttiva. La conferenza riguardava la natura della misericordia. Come spesso fa, sostenne che alcune verità morali si esprimono meglio sotto forma di una storia. Diventiamo misericordiosi, scrisse, quando ci comportiamo come il “lettore interessato di un romanzo”, comprendendo la vita di ogni persona come una “narrativa complessa di sforzi umani in un mondo pieno di ostacoli”. Nella conferenza, descrisse come il filosofo romano Seneca, alla fine di ogni giorno, riflettesse sulle sue malefatte prima di dire a sé stesso: “Questa volta ti perdono”. La frase fece piangere la Nussbaum. Si preoccupava che la sua capacità di lavorare fosse un atto di aggressione subconscia, un segno che non amava sua madre abbastanza. “Non dovrei essere qui a fare conferenze”, pensò. “Non avrei dovuto essere una filosofa”. Martha sentiva che sua madre vedeva il suo lavoro come freddo e distaccato, una postura di invulnerabilità. “Non siamo creature molto amorevoli, apparentemente, quando facciamo filosofia”, […]. Quando il suo aereo atterrò a Filadelfia, la Nussbaum apprese che sua madre era appena morta. Sua sorella minore, Gail Craven Busch, direttrice di coro in una chiesa, aveva detto a loro madre che la Nussbaum stava arrivando. “Non riusciva proprio a resistere più a lungo”, disse Busch. Quando la Nussbaum arrivò in ospedale, trovò sua madre ancora nel letto, con il rossetto. Un tubo respiratorio, ora staccato da una macchina per l’ossigeno, era infilato nelle sue narici. Le infermiere portarono a Nussbaum dei bicchieri d’acqua mentre piangeva. Poi raccolse gli effetti personali della madre […]. Lasciò l’ospedale, andò alla pista dell’Università della Pennsylvania e corse per quattro miglia» [Rachel Aviv, Newyorker 18/7/2016].
Amori Nel 1969 sposò Alan Nussbaum, ebreo, conosciuto alla New York University, poi professore di linguistica a Yale. Il padre di lei disapprova l’unione al punto da non andare al matrimonio. Robert Craven: «Martha era la pupilla degli occhi di nostro padre, fino a quando non abbracciò il giudaismo e cadde in disgrazia» • Divorziarono nel 1987, ma lei continuò a utilizzare il suo cognome • La relazione con Cass Sustein. «Si incontrarono nel 1994, poco prima che la Nussbaum lasciasse la Brown per l’Università di Chicago. Il divorzio di Sunstein da un’altra professoressa dell’Università di Chicago creò quella che fu definito “uno scisma” nella piccola comunità dei docenti, quel alveare di intelletti iperattivi e ego insicuri che caratterizzano i quartieri legati a università di alto livello. Il fatto che la Nussbaum — una fervente sostenitrice della moralità personale — avesse iniziato una relazione con un uomo allora sposato fu visto come una palese ipocrisia. Sunstein, un uomo timido che porta occhiali tondi e un’aria di perpetuo stupore, è l’autore di libri come Legal Reasoning and Political Conflict (1996), One Case at a Time: Judicial Minimalism on the Supreme Court (1999) e Republic.com (2001). Dice di essere stato un “grande fan” del lavoro della Nussbaum prima di incontrarla. “Leggevo tutto quello che riuscivo a trovare. Ma non avevo idea di come fosse come persona. Poi la vidi a una conferenza e pensai che fosse estremamente bella. Non me l’aspettavo”. Era, come tutti noi, intimidito da lei? “Non sarebbe sbagliato dire che mi sentivo intimidito”, dice, dopo una breve risata. “È una persona molto intensa. Ha più energia di venti persone normali. Ma riesce a lasciarsi andare”» [Chicago Tribune, 29/9/2002 • La figlia, Rachel, avvocato, morta il 3 dicembre 2019 a causa di un’infezione resistente ai farmaci dopo un intervento chirurgico. Alla sua morte la famiglia raccolse donazioni per i diritti degli animali.
Titoli di coda «Per un attimo mi sono chiesto cosa fare, poi ci ha pensato lei a rompere il ghiaccio “Se vuole può venire fra tre ore alla mia conferenza per la Società internazionale di musicologia”. Poiché ricordavo di aver letto molti suoi commenti sull’importanza del mettersi nei panni degli altri, le ho raccontato che ero tornato apposta dal mare alle due, in quella domenica torrida, per parlare con lei. “Del resto possiamo anche chiacchierare degli antichi” ho provato “Amai molto il suo La fragilità del bene quando lavoravo all’università”. “Non parlo di ciò che ho scritto vent’anni fa”, ha mormorato. “Ma anche in questo libro” ho insistito “lei si rifà agli antichi. Qui c’è Aristotele, per esempio”. “Giusto un paragrafo” ha sbuffato. Il nostro perfetto dialogo socratico – uno dei punti forti a cui spesso la Nussbaum si richiama (la necessità di ascoltarsi, domandare e rispondere) – è finito così» [Nucci, cit.].