la Repubblica, 26 novembre 2025
Sull’arte ceroplastica fiorentina
Cera una volta. Sculture dalle collezioni medicee» (fino al 12 aprile 2026). Francesca Alliata Bronner su la Repubblica: «In Toscana esiste una materia che ha saputo attraversare secoli e linguaggi, trasformandosi da strumento di fede a oggetto d’arte, da mezzo di conoscenza scientifica a simbolo di luce e rinascita. È la cera. Protagonista, a dicembre, alla Galleria degli Uffizi, della mostra Cera una volta. I Medici e l’arte della ceroplastica, dedicata appunto all’arte ceroplastica fiorentina tra Cinquecento e Seicento. Una occasione che apre la porta, oltre che all’esposizione (dal 18 dicembre al 12 aprile 2026), verso un itinerario originale e curioso sulla via della cera tra collezioni medicee, laboratori, biodiversità e tradizioni secolari. In un’epoca in cui l’arte e la scienza si rispecchiavano l’una nell’altra, la cera divenne strumento per riprodurre la vita, per studiare il corpo, per evocare il divino e dove il gesto dello scultore si confonde con quello dell’anatomista.
Dagli Uffizi alla Specola
E proprio da Firenze inizia il viaggio “a cera” che si estende oltre l’Arno, per tutta la Toscana: un percorso (e discorso) della materia, della forma e della conoscenza. A pochi passi dagli Uffizi c’è un luogo che sembra nato per proseguire quel racconto: La Specola, il più antico museo scientifico d’Europa. Qui la cera si fa corpo, insegnamento, spettacolo silenzioso. Le celeberrime cere anatomiche del Settecento mostrano muscoli tesi, vene sottili, gesti sospesi nel tempo. Non sono solo strumenti di studio: sono sculture di una bellezza struggente capaci di restituire la perfezione anatomica e insieme un senso di pietà e stupore. Accanto, un’altra collezione meno nota ma altrettanto sorprendente: quella delle cere botaniche, un “giardino artificiale” di oltre duecento piante modellate con tale precisione da sembrare vive, nate da quella curiosità rinascimentale che cercava di riprodurre la natura per comprenderla meglio. Ma Firenze è anche la città dove la cera diventa il primo passo verso il bronzo.
Al Museo nazionale del Bargello, nelle sale dedicate alla scultura barocca, i modelli in cera di Benvenuto Cellini, Alessandro Algardi e Massimiliano Soldani Benzi raccontano la fase segreta della creazione: quando l’artista studia la forma e la luce prima di affidare tutto al fuoco della fusione. Quelle piccole cere sono come appunti tridimensionali, l’eco di un pensiero che ancora vibra nella materia. E nel vicino Museo Ginori di Sesto Fiorentino, la cera torna ad avere una funzione diversa ma altrettanto affascinante: materiale preparatorio per le porcellane, ponte tra il mondo delle botteghe artistiche e quello delle manifatture, dove l’invenzione si traduce in mestiere.
Tra arte e anatomia
Anche più a sud, la cera diventa linguaggio di scienza: tappa a Siena, nel Museo Anatomico Leonetto Comparini, per scoprire una collezione che testimonia la passione per la conoscenza e l’osservazione. Le cere anatomiche qui non cercano l’estetica, ma la verità: crani, feti, sezioni corporee, studi di patologia e ostetricia raccontano la ricerca di un sapere che voleva essere utile e universale. L’atmosfera è sospesa tra museo e teatro della mente dove l’anatomista e l’artista dialogano senza saperlo. Anche a Pisa, tra le aule storiche dell’università, la cera diventa una chiave di lettura del mondo. Nel Museo di Anatomia Umana Filippo Civinini, i modelli anatomici e i preparati didattici tracciano la genealogia della medicina moderna, mentre nella vicina Certosa di Calci, il Museo di Storia Naturale raccoglie secoli di ricerca sulla vita e sulla materia, dalle cere agli animali imbalsamati, dai minerali alle collezioni zoologiche. È la Toscana delle università e delle accademie, dove la conoscenza diventa spettacolo e ogni collezione è un frammento di meraviglia.
E quando la cera lascia il laboratorio per entrare nella fonderia, la scena si sposta in Versilia. A Pietrasanta, la “piccola Atene”, la fusione a cera persa è una tradizione viva ereditata dai maestri del Rinascimento e reinventata dagli scultori contemporanei. Tante le fonderie d’arte (fra cui le Mariani, Del Chiaro e la fonderia Versiliese) dove la cera è solo un passaggio effimero, destinato a scomparire nel momento in cui la forma si trasforma in bronzo. Ma è proprio in quella scomparsa che risiede il suo potere: la materia che si sacrifica per dare vita all’opera. E la stessa magia sopravvive anche nel Chianti, nelle piccole fonderie artigiane come quella Del Giudice, dove il gesto antico della fusione convive con il design e l’arte contemporanea e il bronzo diventa memoria del fuoco toscano.
Le candele di Santa Lucia
Un fuoco che brucia e illumina di luce e la celebra proprio attraverso candele di cera che, fra pochi giorni per la festa della santa della luce, Santa Lucia, il 13 dicembre, e poco dopo per la lunga celebrazione del Natale, illuminerà, case, chiese, strade nelle notti di vigilia, nascita, efifania riempiendo ogni luogo di candele accese. Qualche appuntamento da segnare? La Luminara di San Ranieri a Pisa, con migliaia di fiammelle che si riflettono sull’Arno; la Luminara di Santa Croce a Lucca, quando le vie si trasformano in un fiume di candele; il Corteo dei Ceri e dei Censi per il Palio dell’Assunta a Siena, dove la cera diventa offerta, voto, segno di comunità.
Sono momenti in cui la materia diventa fuoco, calore, unione. In una Toscana che continua, ancora oggi, a sciogliersi e ricomporsi, come una candela al sole: morbida, luminosa, immortale e che conserva in più zone antiche fabbriche di candele che vale la pena di visitare a completezza di questo itinerario attraverso i luoghi della cera. Fra tante segnaliamo due particolari: Cereria Graziani fondata nel 1805 a Livorno che porta avanti da oltre due secoli l’arte della lavorazione della cera con tecniche tradizionali tramandate di generazione in generazione e un sapere artigianale che rappresenta un patrimonio unico nel suo genere. Candele che si distinguono per una finitura lucida ottenuta con un doppio bagno: prima una cera opaca, poi una vernice naturale a base di cellulosa che asciuga fino a sei giorni, senza uso di forni acceleranti.
La Meloria
Il nome Meloria? Sì. Fiore all’occhiello della loro produzione la linea di lusso Meloria il cui nome si ispira alla Torre delle Meloria, simbolo storico della città di Livorno, a sottolineare il forte legame dell’azienda con le proprie origini territoriali. E nel cuore di Siena, la Fabbrica delle Candele, una bottega artigianale, a pochi passi da Piazza del Campo, dove la cera prende forma in candele artistiche, decorate e dipinte a mano, realizzate con materiali certificati e sostenibili. Ogni creazione è unica e racconta l’amore per un mestiere antico reinterpretato con sensibilità contemporanea, passione e cura artigianale, La bottega è aperta anche alle visite guidate per un invito a scoprire da vicino la magia della lavorazione e il fascino delle sue luci colorate.