Robinson, 30 novembre 2025
Il mio tuffo libero nel Medioevo di Umberto Eco
I lettori di Milo Manara hanno dovuto sospirare oltre due anni prima di avere tra le mani la seconda parte del suo Il nome della rosa (edito da Oblomov, come il primo volume, pubblicato nel 2023) dove il romanzo di Umberto Eco è reinterpretato nel segno del fumetto. Le tavole tratte dai due volumi sono esposte per la prima volta integralmente, in una mostra curata da Elisabetta Sgarbi con l’allestimento espositivo di Luca Volpatti, al Volvo Studio di Milano (fino al 15 gennaio). Manara ha compiuto da poco 80 anni. È un uomo fine e colto. Un maestro nella sua arte. Non era certo facile misurarsi con un testo che, al di là del successo planetario, conserva insidie culturali e di ambientazione. Come restituire non tanto gli scenari medievali (cosa già riuscita assai bene nel primo volume) quanto le dispute teologiche e filosofiche che costituiscono una parte fondamentale del romanzo? Come districarsi tra le lotte intestine all’interno della chiesa o tra le spinose questioni ereticali? Contenuti di non facile trasposizione nel linguaggio dei fumetti. Dice Manara: «Per disegnare immagini occorre fantasia. Una qualità che il fumetto amplifica più di ogni altro genere visivo».
Come ha tenuto insieme fantasia e fedeltà al testo di Umberto Eco? «Il romanzo è una sorta di opera mondo che racchiude i grandi temi della civiltà medievale. Nessuna epoca ha avuto lo stesso rapporto con il fantastico. A un certo punto mi sono accorto che le stesse trame del Nome della rosa invitavano a una certa libertà del segno».
La parola segno è stata fondamentale per Eco.
«Da studioso di semiotica e di linguaggi non c’è dubbio. Del resto, il romanzo è cosparso di segni, sui quali indaga l’acume di Guglielmo di Baskerville».
Nelle nuove tavole ha dovuto affrontare argomenti complicati. Ad esempio, rendere per immagini le dispute teologiche.
«Il secondo volume è molto più drammatico del primo perché le dispute alle quali allude non sono innocui confronti intellettuali; spesso è in gioco la vita di chi mette in discussione il potere della chiesa e i suoi comportamenti. Lo stesso Guglielmo è in odore di eresia per le sue posizioni. È un francescano che deve vedersela con i domenicani, in particolare con l’inquisitore Bernardo Gui».
È uno scontro tra ordini religiosi
«La disputa vera è sulla povertà, perorata dai francescani e invisa ai domenicani. Nel raccontarla non ho potuto non pensare a quanto oggi l’argomento oggi fosse attuale».
Alcuni aspetti del Medioevo sembrano riproporsi nella nostra epoca.
«Salta agli occhi, allora come oggi, l’enorme divario tra ricchezza e povertà. Io credo che larga parte dei guai che affliggono il nostro presente nasca da questa profonda ingiustizia, difficilmente giustificabile dal punto di vista economico e morale. Un altro aspetto che mi ha colpito è la progressiva feudalizzazione del mondo. Ci sono realtà economiche così potenti da contrapporsi agli Stati. Ma temo che così stiamo uscendo dalle mie competenze».
Ha compiuto da poco ottant’anni, credo si possa permettere un giudizio che in parte esula dal suo mestiere.
«Da giovane, come molti, anch’io sono stato un indignato. Ancora oggi mi è difficile rassegnarmi alle prepotenze e alle ingiustizie».
Ha fatto parte della generazione del Sessantotto.
«Frequentavo architettura a Venezia e contestavo soprattutto il mondo dell’arte. Mi affascina un personaggio come Emilio Vedova: la sua sulfurea protesta contro i sostenitori di un’arte compromessa con il mercato».
Ma lei voleva diventare architetto?
«Studiare architettura fu per me un ripiego. La verità è che la mia ambizione era diventare pittore. Sebbene disegnassi in modo egregio, fui bocciato all’esame di ammissione all’Accademia d’Arte».
Quindi la delusione fu doppia?
«Ci restai malissimo, ma in fondo la colpa fu anche mia. La prova consisteva nel dipingere un vasetto con il ciclamino. Talmente puerile che pensai di interpretarlo alla maniera di Picasso,un artista per me assoluto. E per quella “picassata” venni respinto».
Pittore no, architetto no. Come finì nel fumetto?
«Il Sessantotto non fu per me solo contestazione ma anche il primo passo verso il mestiere. Cominciai a lavorare a delle tavole che mi erano state commissionate e l’anno dopo ci fu il battesimo con Genius, una rivista di fotoromanzi che si stava riciclando nel fumetto. Pubblicai così la mia prima storia: Il morso della lupa. Nonostante fosse qualcosa di imbarazzante su cui vorrei stendere un pietoso velo, ripenso ancora con gratitudine a quella prima esperienza».
Imbarazzante perché?
«Era piuttosto pecoreccio. La rivoluzione sessuale degli anni Sessanta aveva portato la minigonna nella moda e le storie di sesso esplicito nei fumetti».
Tra i fumetti più spinti c’erano “Jacula”, la bionda vampira, e “Satanik”.
«Satanik era disegnato dal grande Max Bunker. Mentre Jacula e simili erano un piccolo campionario di perversioni a schema fisso e in presa diretta».
Intende pornografia?
«Beh sì, ma lo dico senza alcun pregiudizio: l’atto esplicito o quasi era meccanico, insieme il mezzo e il fine della storia. Le caste e inquiete sorelle Giussani, geniali inventrici di Diabolik si videro affiancate e poi superate da questa marea montante di sesso esplicito per un popolo di avidi lettori».
E lei che ruolo aveva in tutto questo?
«A me era piaciuto molto Eros e civiltà di Herbert Marcuse. Lo preferivo a L’uomo a una dimensione che invece andava molto di moda tra i sessantottini più colti. Ma non è che voglia nascondermi dietro ai libri, anche perché la vera folgorazione l’ebbi la prima volta che mi imbattei in Barbarella. Compresi che la fantasia erotica poteva essere raccontata con raffinatezza ed eleganza. E che dunque ci poteva essere spazio per il fumetto di qualità».
Oltre a disegnare lei scrive anche i testi?
«Di solito sì, tranne qualche rara eccezione, per esempio il fumetto che realizzai con Federico Fellini. Mi telefonò dicendosi interessato alle mie storie. Era stato in Messico, mi disse, per incontrare Carlos Castaneda, che poi era una specie di sciamano. Aggiunse che da quell’esperienza aveva ricavato il soggetto per un film che poi non si fece. Mi propose una storia scritta e per immagini. Ci incontrammo la prima volta nel suo studio in Corso d’Italia, a Roma. Mi colpì che il nome sul campanello fosse “Il disperso”. Capii in seguito che era un allusione a Kafka.
Al suo romanzo “America”?
«Sì, il cui titolo in origine era appunto Il disperso. Da quel nostro incontro è nato Viaggio a Tulum».
Ha capito perché Fellini rinunciò al film ripiegando sul fumetto?
«Credo per una questione di costi. Fellini amava i fumetti e i fotoromanzi. Li considerava gli strumenti culturali con cui la gente si avvicinava alle immagini e alla scrittura. Del resto, già nel Medioevo la cosa era considerata normale: le immagini raccontavano la vita di Gesù e le virtù dei santi, ammonivano i peccatori descrivendo le pene dei dannati gettati all’Inferno. Gli affreschi nelle chiese erano come fumetti che scatenavano la fantasia degli umili fedeli più delle prediche del sacerdote».
Chi è il disegnatore di fumetti?
«Non è un artista mancato perché non si pone il problema di esserlo. È un piccolo demiurgo o meglio un burattinaio. Ancora oggi mi stupisco del modo in cui posso fare agire liberamente i miei personaggi. Non vi sarebbe quell’erotismo nel quale mi riconosco senza la fantasia e il desiderio di disegnarlo. Ricordavo prima l’importanza per me di Barbarella. Le sue storie di fantascienza mi affascinavano per la sensualità con cui Jean Claude Forest aveva immaginato la sua protagonista».
Le vengono in mente altri disegnatori cui deve qualcosa?
«Se penso al mio periodo di formazione direi due su tutti: Moebius e Hugo Pratt. Moebius, come posso dire, è stato artisticamente insuperabile. E forse questa è la ragione per cui a un certo punto volevo disegnare come lui. Quanto a Pratt, di cui ho avuto la fortuna di considerarmi amico, mi ha insegnato molte cose su questo mestiere. Non ultima l’invito a staccarmi dallo stile di Moebius, ripulire il segno, farne una cosa mia».
È bello questo riconoscimento.
«Hugo era speciale. Sebbene avesse la predilezione per eroi individualisti e sognatori preferiva il pronome noi all’io. La nostra saltuaria collaborazione si realizzò con un libro oggi cult, Tutto ricominciò con un’estate indiana e El Gaucho, dove Pratt scrisse i testi e io realizzai i disegni. Era uno spirito libero dalle convenzioni e dagli obblighi redazionali. Si arrabbiò tantissimo quando gli dissi che mi avrebbero assunto in un giornale. Minacciò di togliermi il saluto e fu talmente convincente che rifiutai l’offerta».
Libertà e necessità, è sempre la solita storia.
«La necessità, ossia l’essere costretti a obbedire alle leggi, che siano fisiche o morali non importa, non dovrebbe mai soffocare la libertà. È un difficile rapporto».
Un po’ come accade nel suo lavoro su “Il nome della rosa": fedele al romanzo ma con la libertà di tradirlo.
«È un paradosso, me ne rendo conto. Ma dopotutto è il destino di chi in qualche modo ha il compito di creare qualcosa. Nella libertà ci si può perdere oppure ritrovarsi. Nel mio rapporto con Eco, con il suo mondo, mi sono riconosciuto. E solo perché mi sono riconosciuto mi sono sentito libero di fare le mie scelte. Non è stato facile e questo è uno dei motivi per cui tra la prima e la seconda parte del libro, ci sono voluti più di due anni».
Paura di sbagliare?
«Quella c’è sempre. E anzi, a un certo punto ho provato a mettermi nei panni di Eco romanziere. Mi sono chiesto com’era riuscito un uomo così erudito, che per tutta la vita aveva fatto il professore, ad affrontare la forma del romanzo, come era stato possibile che le sue formidabili conoscenze del medioevo non diventassero un impedimento, un peso. E ho capito».
Cosa esattamente?
«Ho capito che la sua conoscenza sterminata, per quanto necessaria, non aveva soffocato la libertà del linguaggio artistico. In fondo era lo stesso problema che avevo io nei suoi confronti: come sentirmi libero dal testo pur standone dentro. Mi è stato di aiuto pensare, come le dicevo prima, al Medioevo come a un’epoca fantastica».
Ha letto il libro di Jurgis Baltrušaitis “Il Medioevo fantastico”? Lì forse c’è qualche risposta ai suoi interrogativi.
«Non l’ho letto, però so quanto Eco fosse convinto che il Medioevo non fosse affatto un’epoca oscura, anzi lo considerava un periodo divorato dalla fantasia, dove l’ignoranza della gente più semplice era compensata da un immaginario che andava oltre la realtà delle cose».
Eco ha chiuso il romanzo con una citazione latina: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Anche lei l’ha messa in conclusione della storia. Quella frase così enigmatica cosa le suggerisce?
«La frase credo vada attribuita a Bernardo di Cluny. Ho appreso anche che questo monaco si riferiva alla decadenza e alla fine di Roma. Quanto a Eco, penso che con questa citazione volesse dire che tutto ciò che nasce, che esiste, come appunto una rosa, è destinato a perire e non resta di quella rosa, di qualunque cosa grande o piccola, che il nome».
Che effetto le fa?
«Siamo di passaggio, prendiamone atto. Alla fine del romanzo la grande biblioteca va a fuoco e ciò che resta sono i segni della sua cenere. In fondo lo stesso nostro pianeta rischia di andare in fumo. E i segni, le tracce, i nomi che le civiltà passate hanno lasciato, dovrebbero insegnarci a non ricadere negli stessi errori».