Robinson, 30 novembre 2025
Shostakovich nel labirinto di passioni
Il 2025 è un doppio anniversario per Shostakovich, grande protagonista dell’apertura della stagione della Scala con la messa in scena della sua Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk. La ricorrenza può essere riferita sia al 1975, l’anno della morte, che al 1925, l’anno dell’inizio trionfale della carriera. Aveva diciannove anni e il suo fu il tipico caso di un artista che nasce perfetto e compiuto come Minerva dalla testa di Giove. E così rimane fino all’ultimo giorno della sua parabola, costituita da una miriade di lavori piccoli e grandi tra loro diversissimi ma tutti uguali nella sostanza estetica. Come dimostra anche la cospicua e sovente stupenda produzione per il cinema, che annovera almeno quaranta opere tra il 1928 e il 1971. A cui si uniscono le composizioni sia di musica orchestrale che di musica da camera. Ma, vista tutta insieme, la sua produzione è coesa e compatta, come se avesse composto una sorta di immensa e variegata opera unica.
Nel 1925, dunque, viene presentata a Leningrado dall’eminente direttore Nikolaj Mal’ko la prima sinfonia del giovanissimo compositore, in realtà completata già due anni prima, ma (come capiterà spesso) funestata da inconvenienti e circostanze avverse. Il lavoro è di una qualità e una maturità espressiva sorprendenti, specie se si considera che quando vi mise mano Shostakovich non aveva nemmeno completato i suoi studi accademici. Aveva avuto la fortuna di trovare al Conservatorio di Leningrado un saggio, dotto, comprensivo ed eminente musicista come Alexander Glazunov, direttore dal 1905.
La prima sinfonia ebbe un successo strepitoso e definì compiutamente il senso di tutta la sua carriera successiva. Ma è la storia di Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, la migliore conferma di questa complessità dell’opera e del carattere dell’uomo e dell’artista. Un articolo anonimo comparso sulla Pravda nel gennaio del 1936, intitolato “Caos anziché musica”, attaccò aspramente la sublime (perché tale è) opera, assimilandola a quella situazione di presunta confusione in base alla quale la critica accademica aveva in anni precedenti demolito le avanguardie. Circolarono aneddoti in realtà mai verificati e che sono però rimasti radicati nell’immaginario collettivo. Ad esempio si raccontava che Stalin, avendo sentito del successo strepitoso ottenuto da Lady Macbeth al Piccolo Teatro dell’Opera di Leningrado, sarebbe andato ad ascoltarla con grande interesse, da quel sincero cultore della musica che è sempre stato. Ma ne sarebbe rimasto disgustato, uscendo prima della fine e muovendo critiche pesantissime.
Comunque è certo che l’articolo della Pravda uscì pochi giorni dopo e subito si disse che dietro l’articolo ci fosse Stalin in persona. Ma è improbabile, mentre ben possibile è che l’articolo servisse soprattutto a spostare le critiche da quelle in definitiva innocue nel pur sempre futuristico ambiente russo (nutrito, a onta del realismo socialista, di artisti eccelsi come Tatlin o Ejzenstejn) a quelle, ben più rischiose, di pornografia e delirante esaltazione della violenza e del sangue, indubbiamente latente (almeno secondo la mentalità dell’epoca) nella cupa vicenda dell’opera. Tratta da una celebre novella del gogoliano Nikolaj Leskov.
Shostakovich pare si disperasse per le crudeli critiche, di cui lo stesso Stalin però lo indusse a non tenere così gran conto. Ma la verità era che l’autentica ispirazione del grande musicista non avrebbe mai vibrato in sintonia con le istanze del marxismo-leninismo. Istanze che pure condivideva, ma senza alcun coinvolgimento ideologico, politico o emotivo reale. Come trapela da una frase contenuta nelle sue Memorie: «È in base a essa (la musica, ndr) che la gente dovrebbe giudicarmi». La gente, si noti bene, e non i politici, gli ideologi, i critici ufficiali più o meno condizionati dall’opportunismo di regime.
In realtà Lady Macbeth era piaciuta molto e per lui le cariche prestigiose e i successi professionali continuarono, tanto che a breve distanza dalle vere o presunte diffamazioni subite Shostakovich nel 1938 fu nominato professore ordinario a Leningrado. E nel 1940 divenne presidente della Lega dei compositori sovietici, ricevendo il premio Stalin dopo la pubblicazione del mirabile Quintetto per pianoforte e archi op. 57. Anche se poco tempo dopo, dal 1948 e fino alla morte di Stalin nel 1953, fu costretto a subire le persecuzioni di Zdanov. Eppure, poté proseguire in ampia libertà espressiva la sua carriera fino all’apoteosi della sua stagione estrema.
C’è in tutto questo una logica paradossale, del resto coerente col personaggio Shostakovich, uomo alternativamente di opposizione e di governo. Una storia burocratica e creativa che racchiude in sé un autentico afflato popolare in senso tolstojano e una costante tensione insieme comica e dissacrante in senso gogoliano.
Già la prima sinfonia mostra entrambe queste facce e tali resteranno fino alla fine della sua vita, quando le sinfonie compiute saranno in tutto quindici. Nella prima sinfonia c’è un ispiratore esplicito e possente che è Modest Musorgskij, amato e studiato profondamente da Shostakovich nel corso di tutta la sua vita (ne riorchestrò tra l’altro il Boris Godunov) e uno più segreto e altrettanto meraviglioso che è Paul Dukas con il suo celeberrimo L’apprendista stregone, scritto su ispirazione goethiana nel 1897, circa dieci anni prima della nascita di Shostakovich. Una doppia influenza che mostra uno spirito che, con un po’ di imprecisione, potrebbe essere definito “citazionistico”. Il senso della citazione nel lavoro di Shostakovich è ai limiti dell’insondabile, sia per la tipologia della citazione (talora del tutto criptica) sia per il significato che le viene attribuito quando invece è assolutamente esplicita, come nel caso dei prelievi da Gioachino Rossini.
C’è in questa tensione linguistica il simbolo dell’appartenenza del grande musicista a un mondo in cui l’incanto e il disincanto abitano lo stesso spazio.