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 2025  dicembre 01 Lunedì calendario

Obesità: la casa farmaceutica Eli Lilly vale mille miliardi

Gli azionisti ingrassano grazie ai farmaci antiobesità. Il paradosso è solo apparente: la dimostrazione arriva dalla finanza applicata alla farmaceutica. La scorsa settimana, grazie al boom dei suoi principi attivi dimagranti come il tirzepatide, venduto con le denominazioni Mounjaro e Zepbound, la multinazionale Eli Lilly è entrata nella storia come la prima big pharna ad avere superato una capitalizzazione di Borsa di mille miliardi di dollari. Chi avesse acquistato azioni Lilly 40 anni fa, quando valevano 6,48 dollari l’una, oggi avrebbe moltiplicato l’investimento 165 volte: venerdì a New York il titolo era scambiato a 1.075 dollari. Ma la lotta per prendersi la fetta maggiore dell’appetitoso mercato dei farmaci antiobesità è solo all’inizio, altri concorrenti incombono e spuntano interrogativi sulla sostenibilità del prezzo raggiunto dalle azioni Lilly.
Le terapie contro l’obesità sono il nuovo sacro Graal della farmaceutica. Nel 2022 nel mondo gli obesi erano oltre un miliardo, tra i quali 159 milioni di bambini e adolescenti. La progressione della patologia è impressionante: il numero di obesi è raddoppiato dal 1980, mentre la percentuale di ragazzi e ragazze colpiti è più che quadruplicata tra il 1990 e il 2022. Un’epidemia globale che ha ricadute devastanti sulla salute, con un aumento delle malattie del sistema cardiocircolatorio, dell’ictus, del diabete di tipo 2, di alcuni tipi di cancro e problemi al sistema osseo e alle articolazioni, e costi di decine di miliardi l’anno a carico dei sistemi sanitari.
La risposta arriva da alcune molecole sviluppate in origine per il trattamento del diabete. Gli attuali farmaci anti-obesità sono a base di Glp-1, un ormone naturale prodotto dall’intestino che regola la glicemia, stimola la produzione di insulina, rallenta lo svuotamento gastrico e aumenta il senso di sazietà. Il mercato globale di questi prodotti è esploso: il giro d’affari globale nel 2025 è stimato tra i 15 e i 20 miliardi di dollari ma la crescita attesa è enorme, sia per la diffusione della patologia che per l’efficacia di questi prodotti, e potrebbe raggiungere i 100-150 miliardi di dollari entro il 2030-2035. Alcuni analisi di Goldman Sachs prevedono addirittura una crescita delle vendite in cinque anni di oltre 16 volte i livelli attuali.​
L’altra faccia della medaglia è che, una volta entrati tra i consumatori di questi prodotti, difficilmente si può smettere: per mantenere i risultati, i farmaci a base di Glp-1 richiedono un uso continuativo. Questo garantisce una fonte di ricavi stabile per le aziende farmaceutiche. Inoltre questi trattamenti vanno assunti sempre sotto controllo medico, associandoli a dieta e attività fisica e monitorando continuamente i risultati, anche per i rischi di effetti collaterali.
Ma lo sviluppo di questi prodotti è solo all’inizio. La concorrenza senza tregua tra i principali produttori (oltre a Eli Lilly c’è Novo Nordisk e stanno arrivando nuovi competitori come Pfizer) sta accelerando l’innovazione, che punta a passare rapidamente dalle attuali terapie iniettabili a quelle orali. Lilly sya sperimentando l’Orforglipron, una pillola giornaliera di Glp-1.
Per ora Eli Lilly sta vincendo la corsa. Fondata nel 1876 a Indianapolis dall’omonimo farmacista, colonnello veterano della Guerra civile americana, la società è quotata a Wall Street dal 1952. L’azienda ha un lunga storia di sviluppo di principi attivi innovativi (è stata la prima azienda a produrre in serie il vaccino antipolio di Jonas Salk, la prima a vendere l’insulina commerciale, a produrre industrialmente la penicillina, ha sviluppato il Prozac) ed è attiva anche in aree come le neuroscienze, l’endocrinologia, l’oncologia e l’immunologia.
A livello mondiale la società ha oltre 50mila dipendenti con impianti di produzione in nove Paesi, con prodotti venduti in 95 Stati che nel 2024 hanno generato un giro d’affari di 45 miliardi di dollari, sostenendo una spesa in ricerca di quasi 11 miliardi e realizzando un utile di 10,6 miliardi. In Italia Lilly è presenta da oltre sessant’anni a Sesto Fiorentino con uno dei siti produttivi più grandi d’Europa per la produzione di farmaci biotecnologici, come l’insulina da Dna ricombinante, nel quale ha investito oltre 1 miliardo.
L’ultimo boom è iniziato a maggio 2022, quando ha ottenuto il via libera alla vendita del tirzepatide (il farmaco che agisce mimando l’azione degli ormoni Gip e Glp-1) con il nome di Mounjaro, in concorrenza con l’Ozempic, l’iniezione anti-diabete e obesità della concorrente Novo Nordisk, poi a fine 2023 ha lanciato lo Zepbound. Da allora, l’azione Lilly ha guadagnato oltre il 75%, battendo l’indice S&P dei principali 500 titoli quotati a New York. Nei conti al 30 settembre, Lilly ha registrato un fatturato di oltre 10,1 miliardi di dollari proprio grazie ai farmaci contro l’obesità che generano più di metà del suo fatturato totale di 17,6 miliardi, in crescita del 54% su base annua.
Ma i record hanno anche dei rischi. Lilly oggi è quotata a una delle valutazioni più alte tra le grandi aziende farmaceutiche, circa 50 volte gli utili previsti per i prossimi 12 mesi. Multipli così alti sui fondamentali di bilancio sono vicini a quelli dei colossi hi-tech come Nvidia e Microsoft, ma per sostenerli occorre mantenere invariati o migliorare i margini. Nel terzo trimestre, la crescita del fatturato di Lilly è stata trainata da un aumento del 62% del volume delle vendite (Mounjaro ha generato un fatturato di 6,52 miliardi, +109% su base annua, Zepbound vendite per 3,59 miliardi, +184%), ma i prezzi sono diminuiti di circa il 10% dopo il recente accordo con la Casa Bianca per ridurre i prezzi dei suoi farmaci per la perdita di peso venduti ai pazienti iscritti a Medicare, il programma federale Usa di assicurazione sanitaria per gli anziani.
I rivali, però, non restano con le mani in mano. Novo Nordisk cerca di uscire da un periodo di difficoltà, mentre Pfizer a inizio novembre ha vinto una gara al rilancio da 10 miliardi con Novo Nordisk per conquistare Metsera, azienda produttrice di farmaci antiobesità. Così lo scontro si sposta sulle politiche fiscali: a fronte del taglio dei prezzi medi negli Usa, Lilly ha chiesto da poco ai Paesi Ue di modificare i propri schemi fiscali sostenendo che lo schema protegge i sistemi sanitari e i contribuenti ma pesa sulle aziende produttrici. Con la spesa farmaceutica contro l’obesità destinata a esplodere e la concorrenza che incombe, forse anche per Lilly gli anni delle vacche grasse potrebbero essere vicini al termine.