la Repubblica, 1 dicembre 2025
Scacco a Mediobanca in cinque mosse: “Strategia coordinata”
Una strategia consapevole e coordinata» in cinque tappe. Passate ai raggi X dalla procura di Milano e dalla Gdf, nell’inchiesta sul presunto patto occulto tra gli indagati Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio per scalare Mediobanca e puntare a Generali. Ma i personaggi coinvolti sono molti di più.
Il primo passo è la procedura con la quale il Tesoro vende il 15% di quote del Monte dei Paschi a soli quattro soggetti: Caltagirone, la Delfin di Milleri, Anima e Banco Bpm. Una gara che sembra «pilotata», e vede come intermediaria Banca Akros. La procedura, piena di «anomalie», esclude altri partecipanti e si chiude in pochi minuti. Il 13 novembre 2024, parte dei titoli finisce a Caltagirone e Delfin. Entrambi pagano 5,9 euro per azione, entrambi con un premio del 6,96%. Coincidenza? Pensarlo «sarebbe ingenuo», scrivono i pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, con l’aggiunto Roberto Pellicano. Diverse le persone già sentite sul caso. A partire da Alessandro Melzi D’Eril, ex ad di Anima, oggi ceo di Mediobanca, che ha «trasmesso materiale» alla Procura dopo le sue «dichiarazioni». E poi i manager di Akros, Giulio Greco e Giuseppe Puccio. Quest’ultimo racconta della telefonata con un legale del Mef, nei minuti della vendita, durante la quale gli viene ordinato di comunicare subito che la partita è chiusa.
Delfin e Caltagirone entrano così nella «cabina di regia» della banca di Siena. Cinque consiglieri indipendenti si dimettono. Tre di loro su pressione del ministero e del deputato leghista Alberto Bagnai. Nel cda entrano cinque nomi legati ai registi del «patto». Il 24 gennaio l’annuncio: Mps lancia una “Ops” (offerta pubblica di scambio) su Mediobanca. Operazione da 13,3 miliardi. Intanto, fino al 17 aprile, Delfin e Caltagirone aumentano la loro partecipazione in Mps: passano al 9,86 e al 9,96%. Questi acquisti, «in quanto concertati», per i pm avrebbero richiesto l’ok di Bce e Consob. «Per ovvie ragioni», il duo «si è ben guardato» dal fare comunicazioni.
Terza tappa. Il 17 aprile l’assemblea di Mps approva l’aumento di capitale per scalare Mediobanca. Un azionista parla di «conflitti d’interesse, una cosa da terzo mondo». L’ad Lovaglio difende «l’operazione»: «L’ho presentata per la prima volta nel dicembre 2022 al ministro Giorgetti, credo fosse il giorno del suo compleanno». Poi invia una nota al governatore della Banca d’Italia e all’Ivass: la presenza di «alcuni soci e il supporto governativo» hanno avuto «in questo momento un ruolo facilitatorio».
Piazzetta Cuccia tenta una manovra difensiva. E lancia a sua volta una “Ops” su Banca Generali. Uno dei consiglieri di Mediobanca in quota Delfin, Sandro Panizza, chiama Caltagirone per dirglielo: «C’è stato un consiglio che ha approvato...non con il voto favorevole da parte mia e della professoressa Pucci...». Per i pm, «dalla telefonata si coglie l’atteggiamento reverenziale e imbarazzato» del consigliere. Che “lavora” per Delfin ma risponde al costruttore. Della manovra difensiva si lamenta un dirigente del Mef, Stefano Di Stefano – sentito dai pm – con Alessandro Tonetti, vicedirettore di Cassa depositi e prestiti: «Mediobanca sta facendo di tutto per salvare il posto al suo ad. Un approccio molto antigovernativo». Dalla telefonata emerge una volta di più il ruolo che il ministero avrebbe avuto.
L’assalto a Mediobanca riesce a settembre. Lovaglio, al telefono, parla dei critici al progetto: «Abbiamo il controllo (...) Se volete ancora continuare a farci problemi, a speculare, a inventare storie, a fare i bastardi della Finanza, regolatevi». Delfin aderisce all’Ops a metà agosto con una scelta «priva di senso finanziario»: la holding dice sì all’offerta di scambio persino prima che Mps metta sul piatto dei soldi per convincere gli azionisti. Ancora: Enasarco ed Enpam, casse previdenziali degli agenti di commercio e dei medici – oggetto di un ordine di esibizione del Nucleo di polizia valutaria della Gdf – comprano azioni di Mediobanca. Gli intermediari si trovano «in Paesi non collaboranti con le autorità di vigilanza». Caltagirone, Milleri e Lovaglio, per l’accusa, hanno omesso di comunicare il loro accordo. Non hanno fatto una offerta pubblica di acquisto (Opa), necessaria col superamento del 25% del capitale sociale di Piazzetta Cuccia. Hanno assunto il controllo attestando «falsamente» che «non vi sono persone che agiscono di concerto». Un patto, per la procura guidata da Marcello Viola, che esisteva almeno dal 2019.