Corriere della Sera, 1 dicembre 2025
La tentazione della filosofia: togliere il fascismo dalla storia
Nella saggistica ci sono due tipi di libri importanti: quelli che, per così dire, inventano un tema, un nodo problematico prima inesistente, ovvero quelli che in vario modo suscitano una discussione significativa intorno a un tema già noto. Senz’altro a questa seconda categoria appartiene il libro di Roberto Esposito, Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica (Einaudi). Un libro che implicitamente ripropone, intorno a un argomento particolarmente importante, l’antica questione dei rapporti tra la filosofia e la storia: anche se mi sembra che nessuna delle recensioni uscite in questi mesi vi abbia fatto se non un rapido cenno.
Il titolo stesso del libro dà modo di affrontare la questione cruciale. Il titolo parla di fascismo ma in realtà il libro ha quasi esclusivamente come oggetto il nazismo. È infatti il nazismo che interessa davvero all’autore: da esso e dai suoi aspetti egli è principalmente attratto; anche dal fascismo, sì, ma direi in misura affatto subordinata e solo in quanto la cosa possa essere ricondotta al nazismo, offrire una conferma a qualche carattere di questo. Basti dire che delle 306 pagine del testo appena in una ventina si cita Mussolini contro le ben 142 in cui si cita o si parla di Hitler o di qualche altro gerarca nazista (non un solo gerarca fascista, invece, è mai menzionato).
Uno squilibrio ancora più massiccio si nota nella bibliografia. A non più di quattro, cinque storici italiani del fascismo e ad appena una decina di protagonisti e interpreti della scena culturale italiana dell’epoca (in realtà il solo Giovanni Gentile è degnato di qualche attenzione) fa riscontro, infatti, una sfilza di decine e decine tra storici e studiosi attuali del nazismo nonché di rappresentanti della cultura coeva, specialmente tedesca ma anche francese. Insomma: sono la Germania e la sua vicenda culturale a dominare il libro, che però s’intitola al fascismo. E anche a proposito del «noi» del titolo viene da chiedersi: ma noi chi? Anche sotto questo riguardo è difficile credere che si tratti di noi italiani. In queste pagine, infatti, la nostra vicenda storico-culturale – che pure lo stesso Esposito tratteggiò così felicemente nel suo Pensiero vivente di qualche anno fa, e che forse con il fascismo ha qualcosa a che fare – non trova il minimo posto. Si tratta piuttosto, genericamente, di noi uomini e donne del nostro tempo: ai quali la vicenda nazista – quella sì, non certo l’avventura ducesca – offre adeguato motivo per meditare circa le potenzialità demoniache dell’epoca.
A Esposito sembra così ovvio parlare di nazismo, e però dire sempre fascismo, che non crede necessario fermarsi a riflettere su una tale singolarità, sulla storia del nome delle cose. Certo, la maggior parte della bibliografia da lui adoperata fa la medesima cosa, ma precisamente la datazione di tale bibliografia avrebbe potuto mettergli una pulce nell’orecchio. Infatti, finché il fascismo è una cosa solo italiana, cioè per tutti gli anni Venti, il fenomeno interessa poco o nulla la grande riflessione cultural-filosofica europea. Questa comincia davvero a occuparsi di fascismo solo all’inizio degli anni Trenta, grazie al successo del nazismo in Germania: che a questo punto, però, tutti chiamano per l’appunto fascismo. Non dovrebbe essere ovvio chiedersi come mai?
Tra l’altro, proprio la prevalente datazione prebellica di questa riflessione cultural-filosofica a cui Esposito si appoggia quasi per intero sottopone questa stessa riflessione a due limiti rilevanti. E cioè che da un lato essa nulla può sapere della futura Shoah: sicché, pur mettendo perfettamente a fuoco l’elemento della violenza nazista, non è in grado però di conoscerne l’illimitata radicalità sterminazionista che dà a tale violenza un carattere unico; dall’altro lato, sempre per le medesime ragioni cronologiche, quella riflessione necessariamente ignora anche come andrà a finire ciò di cui sta parlando: cioè ignora la totale sconfitta/cancellazione che occorrerà al nazismo e i modi così significativi della sua rovina.
Aggiungerei un ulteriore limite che presenta l’insieme di testi di cui Esposito si serve per indagare quella che chiama la «macchina metafisica» del fascismo: un limite legato sempre alla loro datazione, come ho detto molto spesso prebellica. In forza della quale, di quanto era realmente accaduto e contemporaneamente accadeva nella Russia bolscevica era possibile ignorare tutto. Ma mi chiedo: non è ovvio pensare che se invece fossero stati noti, che so, la portata sterminatrice del «terrore rosso» voluto da Lenin nel 1918-19 o i metodi selvaggi adoperati dalla Ceka contro gli oppositori, non è ovvio pensare che se di ciò si fosse saputo sarebbe sicuramente cambiato qualcosa nella riflessione sul nazismo di tanta parte dell’élite culturale e filosofica europea tra le due guerre che è al centro di questo libro?
La cosa bizzarra è che con molta probabilità in quegli anni Trenta del Novecento, in quella Parigi di Emmanuel Lévinas e di Georges Bataille, di Alexandre Kojève e di Simone Weil, così come nella Berlino e poi nell’imminente esilio di Ernst Bloch, di Franz Neumann o di Max Horkheimer, a orientare le menti, a suggerire i quadri interpretativi generali di quei perlopiù giovani intellettuali è, paradossalmente, proprio quanto si pensa e si proclama nella Mosca comunista della Terza Internazionale, patria di quell’annuncio rivoluzionario la cui importanza, se non il fascino, tutti loro sentono in misura vivissima. Per l’appunto, fin dall’inizio degli anni Venti proprio nella Terza Internazionale domina la convinzione che nel destino di tutte le società capitalistiche sia iscritto un appuntamento fatale con il fascismo, con ciò che essa chiama fascismo. Una convinzione che per l’appunto viene fatta propria da tutto l’ambiente intellettuale europeo il quale respira la crisi del mondo borghese che ogni giorno di più sembra convalidare le previsioni kominterniste. È da questo connubio che nel pensiero radicale europeo il fascismo assurge a termine di riferimento per niente di meno che un’intera fase storica, diviene l’epitome lessicale di tutte le brutalità e le degenerazioni destinate ad accompagnare inevitabilmente la fine del mondo di ieri. A Mosca come a Berlino, come a Parigi, tutto ciò che non è socialismo o rivoluzione è subito fascismo: o è destinato a diventarlo. Figuriamoci dunque se non è fascismo il regime di Adolf Hitler. È per questa via che il fascismo viene a essere interamente sottratto alla storia italiana, direi a qualsiasi storia concreta, per divenire il tratto dominante di una fase della storia universale. Ed è così, è in quei giorni, che nasce la portata smisuratamente epocale del fascismo stesso, la sua «eternità» con cui ci troviamo ancora oggi a fare i conti.
Ma Roberto Esposito – che pure scrive circa un secolo dopo tutto quanto ho appena detto – sembra adeguarsi senza problemi a questo tratto onnivoro del termine. Egli sembra non volerne conoscere la storia. Anche ai suoi occhi, in sostanza, sia al nazismo che al fascismo – salvo qualche perplessità avanzata timidamente qua e là tra le righe – appare ovvio che siano applicabili medesimi criteri di analisi e il medesimo giudizio. Essi sono in sostanza la stessa cosa: almeno «filosoficamente» tutto è fascismo.
Ma proprio qui sta la seconda questione importante che solleva un libro come questo: questione che accenno solo sommariamente, come può fare un non addetto ai lavori filosofici. Dopo Georg Wilhelm Friedrich Hegel, la filosofia ha sempre più messo da parte qualunque ambito specifico suo proprio e si sente autorizzata a occuparsi praticamente di tutto: ibridata specialmente dalla psicanalisi, essa è diventata un autentico sapere dei saperi, e ama spesso occuparsi di storia.
Ciò che tuttavia non manca di presentare dei problemi: nei quali Esposito si addentra per qualche pagina in specie nel momento in cui ricorda l’insistito accostamento che Simone Weil istituisce tra la Germania nazista e l’impero romano, sulla base di testimonianze di storici antichi le quali allo stesso Esposito appaiono «alquanto parziali se non faziose». «Ma ciò che vale sul piano storiografico – egli si affretta subito a precisare – non vale su quello paradigmatico, dove le relazioni tra elementi anche eterogenei riguardano non tanto gli aspetti sociali e politico-istituzionali quanto quelli categoriali». Aspetti categoriali che a conti fatti non sarebbero altro – si desume dal seguito del testo – che le qualità del carattere, le disposizioni psicologiche, le fantasie e le pulsioni degli attori storici (la determinazione, l’astuzia crudele, la volontà di sopraffazione, l’autocompiacimento).
Si tratta di un’affermazione cruciale che tuttavia non può che suscitare immediatamente una domanda altrettanto cruciale: una volta che si prescinde da quello che Esposito chiama «il piano storiografico», e cioè a suo stesso dire dagli «aspetti sociali e politico-istituzionali», cioè una volta che si prescinde – traduco – dalle forme di vita del singolo e dei gruppi, che non si tiene conto delle mentalità, delle ideologie e degli orientamenti culturali di una società, così come dei regime politici e delle strutture istituzionali, una volta insomma che si prescinde da tutte questi specifici dati di fatto che per la loro natura sono quelli che ineriscono a un’ effettiva cronologia, a un nesso effettivo con il tempo e con lo spazio, a che cosa mai si riduce la storia? Che cosa mai diventa un fatto storico come il fascismo?
La risposta è nelle pagine di questo libro: esso diviene per l’appunto un «paradigma», una «categoria», e in quanto tale si guadagna una sua «eternità»: ma perdendo ogni specificità e quindi ogni realtà autentica. Fino a che punto, insomma, la lettura della storia come filosofia della storia può fare a meno della storia vera, «come si è realmente verificata»? E imboccata questa strada, che cosa resta poi agli storici se non tacere?