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 2025  novembre 27 Giovedì calendario

Intervista a Teresa Piazza

Teresa Piazza, immagino che oggi abbia smesso. Ma in quei fantastici anni, con il suo grande amore, il cantautore Stefano Rosso, di spinelli ne ha fumati tanti...?
«Canne? Ma cosa dice? Ah, allude alla canzone...».
Certo, Una storia disonesta e il suo ritornello iconico: “Che bello / due amici / una chitarra / e uno spinello”...
«No e poi no! Chiariamola una volta per tutte, questa storia. Stefano non è mai stato fissato con le droghe, anzi, non le toccava proprio. A casa niente canne. Fumava sigarette, questo sì. Ma il suo problema, semmai, era il bicchiere di troppo a fine serata...».
Si rende conto che sta demolendo un mito?
«E che ci posso fare? Stefano a suo modo era salutista: andava in piscina, in palestra. Pensi che ho ancora a casa i suoi attrezzi, la sbarra da mettere sulle porte per fare le flessioni. La verità è che c’è stato un enorme equivoco: quella canzone non era una memoria personale ma un testo politico, lucido, acuto, scritto da Stefano per raccontare il clima degli anni ‘70, e infatti si concludeva dicendo: “Quanta politica ci puoi trovar...”».

Eccola la «Piazza rossa», come fu ribattezzata dai giornali, che la paparazzavano in compagnia del cantautore trasteverino morto nel 2008. Teresa Piazza, 80 anni, prima donna «mezzobusto» nei tg della televisione pubblica, annunciatrice con la fama di «voce più sexy della Rai», dai tabloid definita la «Maria Schneider della radio» per la vaga somiglianza all’attrice, donna volitiva e di carattere nell’altalena di sogni e cadute che è la vita, si racconta. 
Ma con una premessa: «Parliamo di tutto, anche con leggerezza, perché purtroppo la vita va avanti, e sottolineo purtroppo. Però, la prego, il mio dolore deve emergere. Perché io sono sottoterra, straziata. Il pensiero costante è per Jesto, il figlio avuto da Stefano, rapper amato da tanti, che se ne è andato quest’estate, a 42 anni, mentre era a cena a Ponte Milvio».
Teresa, vogliamo provare a raccontare la sua storia di donna, di compagna di un grande cantautore e di madre?
«Sono nata a guerra appena conclusa a Sperlonga, figlia di contadini. La mia vita sarebbe stata nei campi, probabilmente, se non mi fossi messa in testa che dovevo fare l’annunciatrice alla radio. E siccome sono capocciona...».
Quando l’illuminazione?
«Già alle elementari. Stavo in seconda e le maestre mi portavano in quinta, come esempio. “Sentite come legge bene questa bambina”, dicevano. In aula magna toccava sempre a me recitare le poesie. Amavo il teatro, la ribalta. Imitavo Edy Campagnoli, la mitica conduttrice di quei tempi, e mi riusciva benino».
Diploma?
«Alle magistrali, come usava allora. I miei mi sognavano maestra. Ho fatto le scuole a Fondi e poi mi sono iscritta alla Pro Deo, l’antenata della Luiss. Avevo la passione del giornalismo, ma anche urgenza di lavorare. Il primo impiego fu alla Standa di Latina».
Il primo mezzobusto donna della Rai iniziò impilando camicette sugli scaffali?
Ride. «Neanche per sogno! Sa cosa mi misero a fare? L’annunciatrice. Mi sedevo in un ufficetto davanti ai microfoni giganti dell’epoca e scandivo “Gentile clientela, il magazzino tra pochi minuti chiude”. Oppure: “Oggi offerte speciali sconti al reparto Maglieria”».
Una predestinata.

«Provai anche nello spettacolo, qualche particina, un po’ di cabaret con Gianfranco D’Angelo. E poi al Messaggero, da collaboratrice. Ma siccome non mi assumevano, tentai alla Rai».
Lo ammetta. Lei era di Latina, feudo democristiano, e avrà trovato uno sponsor.
«Ma no! Nel 1968 partecipai al concorso per voci nuove, da annunciatrice, e lo vinsi. Senza raccomandazioni. Furono apprezzate la fluidità dell’eloquio, la mia voce, la presenza. Può suonare strano, ma la Rai degli esordi premiava le competenze, era libera, forse più di oggi».
Veniamo a Stefano Rosso. Quando scattò il colpo di fulmine?
«C’erano state le elezioni e io facevo la speaker al Tg2. Doveva essere il 1979, o il 1980... Quand’è che si andò a votare?».
Giugno 1979, le Politiche dopo il caso Moro. Vinse la Dc e il partito comunista andò giù...
«Esatto, ora ricordo. Nello studio di via Teulada, per commentare i risultati, c’erano tra gli altri Pino Daniele e Stefano Rosso. Finimmo alle due di notte. Uscii e lo trovai che mi aspettava fuori dal portone. L’avevo colpito parecchio».
Relazione complicata. Eravate entrambi sposati, lei con il mimo Hal Yamanouchi, dal quale aveva avuto da poco un figlio, Taiyo, oggi attore e rapper con lo pseudonimo di Hyst.
«Bisogna pensare al contesto. All’epoca la coppia aperta si praticava davvero. Io e Hal eravamo già in crisi, ma non ci separammo subito. Non dico che fu felice dell’arrivo di Stefano, ma poi il rapporto si è stabilizzato e siamo tuttora in ottimi rapporti».

Stefano Rosso nel privato?
«Vulcanico, geniale, ma che fatica stargli dietro! Artista di prim’ordine, spirito libero e insieme fragile, irrequieto. Andava e veniva da me in via della Mendola, tornava dalla moglie, affittava una casa vicino».

Il cantautore più «rosso» di tutti come si trovò alla Camilluccia?
«Eravamo entrambi di sinistra, ma lui più di me. Comunista convinto. Quindi, certo, un figlio del popolo nato e cresciuto a Trastevere».
«Via della Scala è sempre là / e io dal letto 26».
«Già, la canzone più famosa... Un trasteverino doc, dicevo, come poteva ambientarsi in un quartiere borghese? E infatti spesso Stefano me lo rinfacciava. E spariva per un po’».
Teresa, siamo al momento del dolore. Ci parla del suo secondo figlio, Justin (Justin Rossi Yamanouchi, in arte Jesto, ndr)?
«Il 25 novembre avrebbe compiuto 43 anni. Stefano lo adorava, sognava per lui un futuro da cantante e ha fatto in tempo a vederne i primi successi. La foto di loro tre alla chitarra è tra i miei ricordi più belli».
Prima dell’intervista, mi ha parlato di una sorta di premonizione.
«Justin era sensibile, profondo. Si era iscritto a Filosofia e gli mancava solo la tesi. Per mantenersi provò a trasferirsi a Milano, dove lavorò in uno studio pubblicitario. Ma durò poco. La sua passione era scrivere e il successo arrivò da rapper».
Una sensibilità speciale.
«Sì, e lo dimostra anche un episodio che avveniva ogni anno, quand’era piccolo: lui detestava applausi e canzoncine durante le feste di compleanno e si andava a nascondere sotto il tavolo, chiedendo di togliere la torta. Noi insistevamo, lo chiamavamo, e Stefano a quel punto interveniva, con il suo humour, e gridava: “Lasciatelo stare, mica è un sequestro!”. Justin era profondo, un poeta visionario. In un brano uscito lo scorso anno scrisse: “Mamma, quando me ne andrò non piangere. Quando sarà sarò”. Ed è successo davvero». Piange, ora, Teresa.
La morte di Justin, lo scorso 31 luglio, ha spalancato un vuoto nel rap italiano.
«Era sceso a Roma da Brescia, dove viveva con la sua compagna. Avevamo in progetto di andarcene qualche giorno a Ventotene, oppure da Renato Zero, che ci aveva invitato nella sua villa all’Argentario. Justin era felice, si sentiva al top dell’espressione artistica. Proprio quel pomeriggio aveva realizzato con la sua etichetta romana il video di presentazione del singolo La legge dello specchio, in uscita in queste ore».
Ma il cuore lo ha tradito.
«Faceva yoga, si teneva allenato. Unico vizio: le sigarette. Tante, troppe, lo rimproveravo sempre. La mattina Justin si affacciò in cucina, mentre gli preparavo il caffè con l’uovo sbattuto, che gli piaceva tanto. Poi disse: “Ciao, vado in palestra e nello studio di registrazione”. Verso le 19 tornò a casa con una teglia di pizza, avanzata dal catering, e uscì di nuovo per incontrare gli amici a Ponte Milvio, al locale Il macello. Quella notte dormii male. Ero in ansia. Certe cose una mamma le sente. E la mattina dopo, quando è venuto Taiyo con suo padre e mi ha detto “Ma’, siediti e fa’ un respiro profondo”, ho capito al volo e mi sono sentita svenire. La mia vita è finita lì, dovevo morire io».
Teresa, le siamo vicini.
«Infarto fulminante, è stato il verdetto. Justin era a rischio, pur senza manifestare sintomi. Mia madre, sua nonna, è morta a 46 anni nel sonno. Io ho tre bypass. Ai politici dico – conclude Teresa Piazza, alzando lo sguardo dal proprio dolore – che specie nei casi di familiarità la prevenzione è fondamentale: può salvare migliaia di vite. E lancio un appello anche ai ragazzi: controllate il cuore, mi raccomando, vi prego, fatelo anche in memoria del mio Justin! Il cuore tradisce». 
E con questo appello Teresa si congeda, lasciandoci sospesi, come ogni storia che facendo male fa bene, perché racconta l’amore, la morte, la vita.