Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  novembre 09 Domenica calendario

Gli "otroversi"

Ormai l’esigenza di appartenenza, sembra essere il pane quotidiano, di ogni individuo. Se un tempo si circoscriveva all’identità politica, nazionale, sportiva, oggi, il bisogno primario è quello di riconoscersi in un gruppo. E i gruppi si sono centuplicati in infinite sottospecie, ognuno è in cerca della sua tribù. Per non parlare dei social, orfani di parole – si sa l’esperanto ha fallito – pullulano di immagini simili che si leggono in tutte le lingue. L’algoritmo vince. Gli hashtag non si inventano, piuttosto si seguono. Nell’arena delle foto felici (all’insegna di no lamentatio), l’omologazione batte l’originalità. Ogni giorno siamo invitati a dichiarare chi siamo, a quale “famiglia” culturale, sessuale o emotiva apparteniamo. Il profilo che la società “scarta” è quello degli individui che decidono di non identificarsi con nessuna unione.
I cani sciolti creano sospetto. Eppure è proprio lì, in quello spazio franco tra l’introversione e l’estroversione, che si annida una fetta sempre più ampia di esseri umani. Non parliamo di persone patologiche, misantropi, timidi cronici, piuttosto individui che non sentono il bisogno di identificarsi in una comunità per sentirsi reali. Persone che amano la socialità, ma a tempo debito scelgono di tornare alla solitudine. Ma soprattutto scelgono la loro via di pensiero. Partecipano senza aderire, senza confondersi nell’altro. Parlano senza fare coro. Lo psichiatra americano Rami Kaminski li definisce otroversi: letteralmente, “rivolti in un’altra direzione”. Il profilo, spiegato nel suo libro Né introversi né estroversi (Corbaccio, 2025), più che una definizione psicologica, è una chiave di lettura della contemporaneità. Il pensiero di “essere dentro” – un ideale, una conversazione, una community – significa misurare il valore implicito personale. Non a caso, esiste un acronimo: Fomo, fear of missing out, ossia la paura di essere esclusi.
Ma che cosa accade quando, “restare fuori” diventa una scelta consapevole? Kaminski definisce l’otroverso come una persona perfettamente integrata, ma intimamente estranea alle dinamiche di massa. Non c’è disadattamento, né isolamento, piuttosto una forma di autonomia psichica: l’assenza di quel bisogno di riconoscimento che regola la vita collettiva. L’otroverso non misura l’identità attraverso l’approvazione, e spesso viene frainteso. Viene percepito come assente, distaccato, persino arrogante. Kaminski paragona la sua condizione a quella dei mancini in un universo di destrimani: sono funzionali e felici, se lasciti liberi di usare la mano che preferiscono. Sono quei bambini che invece di giocare nel cerchio, restano in disparte a guardare. Quei bambini che oggi, vengono attenzionati dalla scuola che riferisce ai genitori che sono incapaci di integrarsi. Bambini, poi adulti che rifiutano il contratto implicito del “noi” – quel patto di reciproca finzione che regge gran parte del quotidiano.
In un mondo che premia la presenza continua e la partecipazione assidua, la discrezione diventa sospetta. Non esiste più distinzione tra solitudine e isolamento, si finisce per confondere l’indipendenza con l’asocialità. Se non sei connesso, sei assente; se non partecipi, sei escluso. Eppure, l’idea di “non aderire” è semplicemente una forma di libertà cognitiva. Significa poter pensare fuori dall’eco del gruppo. Non rivendica superiorità, piuttosto suggerisce autenticità. C’è qualcosa in controcorrente in questa visione, soprattutto in una società che trasforma ogni esperienza in appartenenza. La palestra, la causa, il fandom, la serie tv: tutto diventa un badge identitario. Eppure, quante conversazioni collettive rimbombano come monologhi simultanei? L’otroverso, non fa altro che rifiutare l’assioma del “noi” come rifugio dall’io. La psicologia, in questo senso, diventa filosofia morale. Kaminski, che per decenni ha lavorato come psichiatra tra New York e il Sinai, suggerisce che la felicità non deriva dall’essere accettati, ma dal riconoscersi coerenti. La libertà si fonda sulla scelta individuale. La solitudine non rappresenta affatto il fallimento sociale. Parliamo di individui che non fuggono dal mondo, anzi: lo osservano, lo pensano, e – quando serve – lo interpretano. Mancini felici che – come recitava un meraviglioso titolo di Milan Kundera – sono assolutamente consci, che La vita è altrove.