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 2025  novembre 22 Sabato calendario

"L’accendino di Falcone, le partite con Dell’Utri Così Brusca stava per sequestrare mio figlio"

Una vita da film, verrebbe da dire: recluso per 35 giorni nella camera di consiglio del primo maxiprocesso alla mafia senza poter avere contatti con il mondo; scampato (per avere preso l’aereo precedente) all’attentato di Capaci in cui morì il suo grande amico Giovanni Falcone; eletto alla presidenza del Senato pochi giorni dopo essere arrivato in Parlamento. Forse per questa densità di storia, Pietro Grasso protagonista di un film lo è diventato davvero (La Camera di consiglio, adesso nelle sale), e si è trasformato anche nell’eroe di un fumetto intitolato Da che parte stai?, prefazione di Geppi Cucciari, dedicato all’amatissima moglie Maria, recentemente scomparsa.
Eppure lui, ottant’anni, quarantatré passati in magistratura e dieci in politica, palermitano nato per caso a Licata, di recitare la parte del monumento alla memoria non ha nessuna voglia, impegnato come presidente della fondazione “Scintille di futuro” con cui lavora sui giovani «per seminare la cultura della legalità, dei diritti, dell’uguaglianza, della solidarietà, della cittadinanza attiva e consapevole». Fondazione nata il 16 gennaio 2023, «lo stesso giorno in cui è stato catturato Matteo Messina Denaro, un ottimo auspicio», racconta sorridendo.
Scintille, come quelle dell’accendino che Falcone le diede in consegna…
«Eravamo in aereo, uno degli ultimi voli Roma-Palermo che facemmo insieme. Mise la mano in tasca e mi consegnò quest’accendino prezioso, d’argento. Mi disse: lo devi custodire, voglio smettere di fumare, me lo restituirai soltanto se ricomincio. Pochi giorni dopo ci fu la strage di Capaci. Lo tengo sempre in tasca. Ai ragazzi dico che basta una scintilla per cambiare il futuro, proprio e degli altri».
Quella stessa speranza che, al termine del maxiprocesso, anno 1987, la tenne recluso nell’appartamento accanto all’aula bunker con il presidente della Corte, Alfonso Giordano, e i sei giudici popolari. Ma è vero che per distrarvi cantavate e giocavate a carte?
«Bisognava rendere questa permanenza un po’ più leggera, nel poco tempo libero che ci restava dal lavoro immane della sentenza, in clausura, senza televisione né giornali né telefonate, con un cortiletto triangolare per prendere una boccata d’aria, il cuoco pagato dal ministero che veniva a prepararci i pasti. Si lavorava dalle 9 alle 13 e dopo pranzo dalle 15 alle 20. Esaminavamo le posizioni di dieci imputati al giorno, ce n’erano 460. Quando non si lavorava, mi dedicavo al sostegno psicologico, ci raccontavamo barzellette. Un giorno, era la vigilia dell’Immacolata, decidemmo che ci saremmo vestiti in modo elegante, come se fossimo stati fuori a festeggiare. Giocammo a poker, con i soldi, decidendo che chi avesse vinto avrebbe poi giocato una schedina. Fu giocata, ma non vincemmo nulla. Era un modo di esorcizzare con una risata tutto quello che avevamo visto passare durante il processo: chi si era cucito le labbra con il fil di ferro, chi aveva le crisi epilettiche...».
Imputato a piede libero al maxiprocesso era Giovanni Brusca, lo scannacristiani, più di cento omicidi sulle spalle, lo stragista di Capaci poi pentito, che lei avrebbe avuto modo di incontrare quasi dieci anni dopo.
«Sì, dovetti interrogarlo, era il 1996. Mi disse subito di sapere chi fossi, mi raccontò che avevano progettato di sequestrare mio figlio Maurilio sul campo di calcetto, per dare “un altro colpettino” alla trattativa con lo Stato, per riattivarla perché languiva. E che poi non aveva fatto in tempo, era stato arrestato. Anni dopo, quando Maurilio era già entrato in polizia, si trovò a occuparsi del servizio di protezione a Brusca durante un permesso premio che aveva avuto da collaboratore di giustizia».
Lei crede, quindi, che ci sia stata una trattativa fra Stato e mafia?
«Questo è indubbio, lo ammettono anche i diretti interessati. I processi non sono riusciti a dimostrare che costituisse un reato, ma che ci siano stati contatti è acclarato».
È scampato al sequestro di suo figlio, ma anche a un attentato.
«E la cosa incredibile è come lo venni a sapere. Andai a interrogare il pentito Gioacchino La Barbera per chiedergli dettagli su un attentato a un magistrato di cui diceva di non ricordarsi il nome. Appena mi presentarono, la memoria gli si aprì: “Iddu è, iddu è”, “è lui, è lui”, disse. Mi raccontò che dovevano mettere l’esplosivo davanti a casa dei genitori di mia moglie, a Monreale. Mi salvai perché mia suocera morì e Salvatore Biondino, che nel frattempo era venuto in possesso del telecomando adatto a innescare l’esplosivo, venne arrestato insieme con Totò Riina».
Sua moglie è protagonista con lei del fumetto sulla sua vita, l’ha seguito in tutta la sua genesi, non è poi riuscita a vederlo pubblicato.
«Mia moglie era una donna molto ironica. In una scena la si vede di spalle. Mi disse: “ma lo sai che me lo devi presentare questo disegnatore che mi ha fatto questo bel lato B?"».

Lei ha fatto per dodici anni il pm, poi il giudice, quindi di nuovo il procuratore capo, poi è andato a guidare la Direzione nazionale antimafia. Che cosa pensa della separazione delle carriere?
«Che è inutile, oltre che dannosa. Con la riforma si formerebbe una categoria di pm privi della capacità di cercare anche prove a favore dell’imputato, come è loro dovere nel nostro ordinamento. Il nostro obiettivo è la giustizia, non la vittoria nel processo».
Appena eletto al Senato col Pd, si trovò a ricoprire la seconda carica dello Stato accanto al presidente Mattarella. La si ricorda ancora, con un cappotto color cammello, nelle foto scattate il 6 gennaio 1980, giorno dell’omicidio del fratello Piersanti, presidente della Sicilia.
«Non lo rimisi mai più dopo quell’immagine. L’ho ritrovato pochi giorni fa nell’armadio, ormai non mi sta più».
Un delitto su cui si evocano periodicamente commistioni tra mafia, eversione di estrema destra, servizi deviati. Proprio recentemente, l’arresto clamoroso di un ex funzionario di polizia accusato di depistaggio…
«Andai a interrogare Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, poi le indagini passarono prima a Chinnici poi a Falcone, ma quella pista allora non portò a nulla».
Quando era piccolo giocava a calcio con Marcello Dell’Utri in una squadra di Palermo chiamata Bacigalupo.
«Avevo 14 anni e lui 17 quando abbandonai la squadra. Lo ritrovai dopo anni, imputato per associazione mafiosa mentre io andavo a fare il procuratore capo a Palermo. Durante il processo fece una battuta su di me, dicendo che uscivo sempre dal campo senza una macchia, anche quando si giocava nel fango. Io risposi che era meglio così perché certe macchie non si possono levare».