la Repubblica, 22 novembre 2025
Zagrebelsky: “Mio padre e la vita come un romanzo russo”
Una memoria famigliare che diventa un bellissimo viaggio culturale dentro l’anima russa e quella valdese, una doppia radice che racchiude un destino. «C’è anche l’incipit cecoviano con il bosco di betulle perduto: rileggendolo mi sono un po’ vergognato», scherza Gustavo Zagrebelsky a proposito del suo libro più intimo, Memoria di casa, un corpo a corpo postumo con la figura del padre Jean, mai messo a fuoco in vita e ora ritrovato con la malinconia degli incontri tardivi. Due case nella campagna piemontese, l’amata cascina dell’Olmo e la “dacia” di Buriasco, così simile alle abitazioni della Russia millenaria rimpianta dal padre émigré. È qui che la generazione delle figlie chiede ai tre fratelli Zagrebelsky – Pierpaolo, Vladimiro e Gustavo – di riannodare i fili famigliari sparsi tra la Pietroburgo degli zar e le petrose valli valdesi bagnate dal Chisone. Ne scaturisce un faticoso cammino sentimentale tra vuoti da colmare, nodi da districare, pentimenti, afflizioni, riconciliazioni. Sullo sfondo della grande Europa – e della sua sfaccettata antropologia – rivissuta attraverso le voci di Dostoevskij, Gogol, Tolstoj, Nabokov, Némirovsky, Achmatova e di tanti altri. Una memoria privata che non giudica mai, semmai cerca e trova pacificazione.
Il libro sembra mosso da un debito nei confronti di suo padre, come se volesse risarcirlo dell’attenzione mancata in vita.
«Sì, è un fare i conti con lui, ma soprattutto con me stesso. Una confessione. Una presa d’atto della mia incapacità di coglierne tutta la complessità quando era ancora in vita. E quindi di appianare quelle che erano le rughe della vita famigliare: dolorose per noi figli, e dolorose per nostra madre».
Ha condiviso i ricordi con i suoi fratelli?
«Purtroppo ora sono rimasto solo. Il primogenito è mancato quattro anni fa, Vladimiro questa estate. I nostri ricordi combaciavano perfettamente, il disaccordo era sull’opportunità di renderli pubblici. Vladimiro temeva l’esposizione di vicende che sarebbe stato preferibile conservare nel privato. Ma alla fine mi ha detto di fare quello che sentivo».
E lei perché ha voluto pubblicarle?
«Non lo so neanche io, ma non si può sapere tutto. Di certo è che la fine della vita è un ritorno all’inizio. E io vi sto facendo ritorno anche fisicamente, vista la somiglianza con mio padre. Forse ho voluto anche lanciare un messaggio, non solo alle mie nipoti: fate i conti con i vostri genitori e la loro storia, prima che sia troppo tardi».
Suo padre è il vero protagonista del racconto. Erede di un’antica casata russa e figlio di un ufficiale imperiale, a cinque anni perse tutto con la Rivoluzione d’Ottobre: agiatezza, patria, certezze.
«Era in vacanza con la madre a Nizza nel 1914, quando scoppiò la Grande guerra. E da allora non sarebbe più tornato a Pietroburgo. Dopo il Diciassette la sua famiglia si sarebbe dovuta accontentare di un modesto bilocale a Sanremo, con vista sul gasdotto. Niente a che vedere con i boschi di betulle e la maestosità della grande madre Russia, distrutta dai bolscevichi e sempre vagheggiata dagli ambienti degli émigrés».
Un rimpianto struggente che voi figli non avete mai compreso.
«C’era da parte nostra una sorta di estraneità, aggravata talvolta da insofferenza. Ed è di questo che oggi mi pento: non aver mai cercato di capire uno spaesamento che scaturiva da un trauma della storia, ancora più radicale di quello che fu con la Rivoluzione francese. Nonostante si fosse poi inserito anche brillantemente nel mondo del lavoro – dirigente della Fiat – mio padre era apolide due volte: apolide in una patria che non riconosceva come sua. E apolide in famiglia».
C’era come un fossato tra voi.
«Soprattutto il silenzio. Un silenzio doloroso che lui stesso aveva subito dai suoi genitori, sul “prima” della fine del loro mondo. L’aspetto più angosciante è che in tarda età cercò di spezzare quel silenzio sulle radici, consegnando a noi figli un memoriale. Ma io non ricordo neppure la mia reazione di allora. Che cosa gli dissi? Come risposi a quel gesto? Misi quel foglio tra le mie carte, dimenticandomene o quasi».
E ora ha voluto risarcirlo.
«Ho cercato di comprenderlo. E di rendergli giustizia. Dopo aver letto il libro, mia moglie Cristina mi ha detto che è lui il personaggio più interessante della storia, proprio perché il più complesso. Mentre quello di mia madre Lisín appare lineare: con lei non ci sono conti in sospeso».
È vero che la figura di Jean emerge in tutto il suo fascino anche romanzesco, ma rispetto a quella sua radice russa lei mantiene una distanza critica che non mostra verso l’anima valdese di sua madre, celebrata nel nonno ingegnere e nello zio partigiano.
«Non potevamo aderire a un mondo gerarchico e altezzoso, che ritiene l’eguaglianza come l’origine di tutte le sciagure. Al contrario la cultura valdese considera l’eguaglianza come un approdo irrinunciabile dopo secoli di persecuzione. Tra i due opposti era naturale che propendessi per la radice materna. Però, ricostruendone la storia, ho provato tenerezza per quel ragazzo elegantissimo e spiantato, appassionato di letteratura e di teatro, una sorta di lord russo che esercitava un misterioso appeal con la sua storia di émigré. Posso forse ora dire di averlo finalmente capito, ma certo non mi ci sono identificato».
Eppure oltre la somiglianza fisica colpiscono alcuni tratti dell’anima russa che sembrano appartenerle: il gusto del gioco, anche dello sbeffeggiamento.
«Il divertimento nel prendere in giro il prossimo? Lo ammetto, è una inclinazione in cui un poco mi riconosco: non solo il prossimo, però, ma anche me stesso. Mio padre – così si diceva in famiglia – confezionava dei falsi Cechov che poi spacciava alle gazzette liguri come autentici. Una beffa tutto sommato innocente, grazie alla quale raggranellava i soldi che gli hanno poi permesso di prendere una laurea. Chapeau. Ma è un’altra l’attitudine in cui mi rispecchio».
Quale?
«L’irascibilità. Di fronte alla menzogna o alla disonestà intellettuale, sento una prepotente forza interiore che non riesco controllare, fino all’esplosione finale. A mio padre succedeva piuttosto spesso, a me due volte l’anno».
Lei racconta anche da un punto di vista storico e culturale il difficile innesto tra l’anima russa degli émigrés e l’etica protestante della comunità valdese. Come si traduceva a casa questa contrapposizione?
«Abbiamo vissuto per tanti anni in una doppia dimensione famigliare. La superficie increspata era segnata dalla figura di mio padre, in costante allarme per i giorni neri in agguato, e per le possibili lesioni del suo prestigio: la sua inquietudine si poteva manifestare in modi diversi, anche con i terribili silenzi che duravano per giorni e ancor oggi mi ritornano in mente. O con la minaccia della diseredazione, che era una forma di ripudio. Ma la profondità era governata da mia madre e da quel suo modo di dire – “poi passa” – che non era fatalismo ma fiducia nel futuro. Sua era la metafora “la vita come gomitolo”: la burrasca passa se lavoriamo per sciogliere i nodi, non passa certo da sola».
E il lavoro duro toccava a lei, a Lisín.
«Toccava a mia madre tenere tutto insieme, anche il conflitto tra lo spirito egualitario a cui era stata educata dalla sua famiglia valdese e che si riverberava anche nella concezione della vita familiare, e l’identità rigidamente patriarcale del marito, che riconduceva ogni cosa alla potestà del capofamiglia. Mio padre arrivava a intestarsi anche gli eventuali successi di noi figli, come se fossimo una sua proiezione, non individualità autonome».
Un’affermazione di sé, ribadita fino alla fine.
«Le sue ultime parole, riferite a mia madre in sedia a rotelle, sono state: “Ecco sono stato con lei per tutta una vita”. Come a dire: il fatto che si giunga alla fine insieme è stata frutto della mia volontà. L’ho deciso io. Questa presunzione nascondeva in realtà una fragilità profonda».
Una ferita che sua madre accoglieva.
«Mi colpì un suo gesto, davanti al feretro chiuso del marito. Non solo la carezza, che in fondo era prevedibile, ma un leggero e affettuoso picchiettio della mano sul legno della bara, un dettaglio minimo che illuminava un’intera esistenza: sappi che ti ho capito, tranquillo, possiamo passare oltre».
E lei l’ha perdonato?
«Ho scritto questo libro per farmi perdonare. Mi angoscia ancora quello che mio padre mi disse poco prima di morire, forse contrariato da qualche mio gesto: “Pensavo fossimo amici”. A distanza di tanti anni non so ancora dargli un senso. Forse Memoria di casa è una risposta a quella frase così ambigua e dolorosa: ma sì che siamo amici, ora non puoi dubitarne».