Corriere della Sera, 22 novembre 2025
Intervista a Serena Autieri
Serena Autieri, se lei dovesse riassumere Napoli in una parola?
«Un abbraccio».
Nata nel quartiere di Soccavo, nel 1976.
«Orgogliosamente nipote del fioraio della zona, nonno Carmine».
Oggi lei vive a Roma, qualche volta torna a Napoli?
«Spesso e sa qual è la cosa che più mi fa piacere? Quando rimetto piede nel vecchio quartiere dove sono cresciuta, mi offrono caffè e pastiera, ma non perché sono Serena Autieri: “È tornata la nipote di don Carmine”, dicono».
Cantante, ballerina, attrice. Adesso anche scrittrice.
«Ho scritto un libro sulla mia città e si intitola Baciarsi a Napoli perché ogni volta che mi trovo a passeggiare nelle strade del centro vedo gente che si bacia».
Il suo primo bacio.
«Lungomare di Mergellina, ma mille anni fa».
La prima volta su un palcoscenico.
«A casa. Da bambina. Volevo fare una cosa sola: cantare».
Lo ha fatto. Primo album: «Anima soul», nel 1997.
«Mio zio Franco mi ha fatto crescere a pane e Pino Daniele».
Il primo incontro con Pino.
«Non lo dimenticherò mai: ero agli inizi della mia carriera di cantante e una sera mi ritrovai a cena con lui e altre persone. Non riuscii a pronunciare una parola, ero paralizzata dall’emozione. Pino è stato verità e cuore, un’essenza della napoletanità».
Tanti musical, come «Vacanze Romane» o «My Fair Lady». In entrambi i casi nei panni di Audrey Hepburn.
«Ricordo benissimo quando incontrai il maestro Armando Trovajoli, che firmava le musiche di Vacanze Romane, in scena al Teatro Sistina, con me Massimo Ghini. Mi presentai in jeans e maglietta, ero terrorizzata perché si racconta che lui abbia fatto piangere più di una cantante».
Come andò?
«Sedeva in salotto, tra gli spartiti di Mozart, Bach e chissà quanti altri. Mi disse: “Ecco la musica, mettici qualche nota, vediamo”. Andò bene e da allora, ogni volta che ci incontravamo, mi prendeva da parte e diceva: “Cantami qualcosa, vediamo come ti hanno rovinato la voce”».
Pietro Garinei firmava la regia.
«Da lui andai invece con lo stesso vestito che Audrey Hepburn indossava nel film, patacca inclusa. Me lo feci prestare da una maison romana, raggiunsi la casa di Garinei vestita così, sembravo una che aveva sbagliato il giorno di Carnevale. Mi aprì la porta, feci un inchino e gli dissi: “Maestro, io voglio fare questa parte qui”. Si mise a ridere».
Lei ha fatto anche tanta televisione, compresa una serie «mostro sacro» di Napoli, «Un posto al sole».
«Fu mia madre che mi iscrisse ai provini, io volevo solo cantare, non pensavo alla tv. In verità, cercavano un’attrice cantante e mi presero. È stata la mia vera palestra televisiva: Un posto al sole è una macchina da guerra, si girano tante scene e in fretta».
Alberto Castagna.
«Era il 2001, lui era il Dottor Stranamore, io non ero così incline a fare la televisione, pensavo piuttosto al cinema oppure ai musical. Ma lui mi convinse con dolcezza. Un uomo perbene, purtroppo scomparso presto».
Come Fabrizio Frizzi.
«Una delle persone migliori mai incontrate. Ci siamo frequentati a lungo con le rispettive famiglie e, siccome non abitavamo molto distanti l’una dall’altro, ci si incontrava al supermercato. Ebbene, ogni volta che ci incontravamo ci mettevamo fianco a fianco con i carrelli della spesa e cominciavamo a cantare, davanti a tutti. La gente prima strabuzzava gli occhi, ma poi cominciava ad applaudire e a cantare con noi. Due pazzi. Quanto mi manca».
In «Baciarsi a Napoli» lei cita anche tanti napoletani famosi. Uno è scomparso da poco, Peppe Vessicchio.
«Che sia stato un uomo colto, garbato e gentile, oltre che un grande esperto di musica, lo sanno tutti. Non tutti però conoscono la sua straordinaria generosità: io ho lavorato con lui in una delle iniziative di Unicef e ho scoperto, in parallelo, una persona che ha impiegato tanto tempo ed energie per aiutare i bambini in difficoltà».
Paolo Sorrentino le piace?
«Molto, ma non ci conosciamo. Ho incontrato e conosciuto, invece, quello che Sorrentino ha sempre definito uno dei suoi “maestri”, Antonio Capuano».
Uno di quelli che hanno «disegnato» la napoletanità. Come Sophia Loren.
«Donna unica. Una volta eravamo a cena a casa di Giorgio Armani, dopo una sfilata. A casa del signor Armani si mangiava benissimo, ma servivano finger food, quindi piccole porzioni. Alla fine Sofia si alza e chiede: “Dove sta la cucina?”. Indossò un grembiule, si mise ai fornelli e preparò spaghetti con aglio olio e peperoncino per quaranta persone».
Quindici anni di matrimonio con il manager Enrico Griselli.
«Ho perso la testa per lui quasi subito dopo esserci conosciuti. Prima un lungo corteggiamento al telefono, poi, finalmente, insieme a Napoli. Lo portai sul belvedere più romantico, quello del Vomero. Rallentai la passeggiata, aspettavo che mi facesse la proposta di matrimonio lì. Ma niente da fare, lui continuava a parlare di Napoli. La città lo aveva stregato».
Avete una figlia, Giulia Tosca. Lei che mamma è?
«Oggi Giulia ha tredici anni, è nella fase della pre-adolescenza. So che il mestiere dei genitori è difficile perché si sbaglia sempre, però le dico due cose: sia io che mio marito cerchiamo di parlare poco ma di dare un grande esempio e così siamo uniti, ci sosteniamo l’un l’altra. E poi mia figlia, sulla rubrica del cellulare, non mi ha registrata come “mamma”, ma come “complice”. Siamo una squadra, e questo è quello che ho da dire sulla mia famiglia».
Uno dei suoi «padri» professionali è stato Pippo Baudo?
«Senza dubbio. Le racconto un aneddoto per capire bene Pippo. Nel 2002 io mi trovavo a Trieste, in teatro con il musical Bulli & Pupe. Nei corridoi accanto ai camerini sentii dire: “Sta arrivando Pippo Baudo”. Poi udii un vocione che diceva “Ma dove sta Serena?”. Che ci crediate o no, Pippo era venuto a scovarmi a Trieste per propormi il Festival di Sanremo. Baudo è stato un vero talent scout, girava l’Italia in lungo e in largo alla ricerca delle persone che lo incuriosivano e che secondo lui potevano avere talento».
Andiamo al cinema. Un nome su tutti, Vincenzo Salemme.
«Con lui ho girato Se mi lasci non vale. Vincenzo è rigoroso e puntuale, molto attento ai dettagli, ma io gli rovinai una scena».
Racconti.
«Eravamo a Napoli, interno giorno, una inquadratura molto distante. Io e Paolo Calabresi dovevamo girare una scena intensa e molto coinvolgente sul piano dei sentimenti. Ora, dovete sapere che c’è una cosa sola davanti alla quale io smetto di essere una “capitana” e divento un coniglio: gli scarafaggi».
E mi lasci indovinare: nei dintorni ce n’erano alcuni.
«Salemme aveva appena cominciato a girare quando io vedo sulla spalla di Paolo uno scarafaggio che si arrampica fino a raggiungere il collo. Senza pensarci due volte mi alzo e scappo come una che ha visto il demonio. Vincenzo non aveva potuto vedere il dettaglio dell’insetto e ha pensato che fossi impazzita».
Lei pur sempre una napoletana e parlare di scaramanzia con voi è una cosa seria.
«“Non è vero ma ci credo”, diceva Peppino de Filippo. Non basta però dirsi scaramantici, bisogna esserlo. Io porto con me sempre un piccolo scarabeo colorato che una volta mi regalò il proprietario di una cartoleria. Parentesi: io amo disegnare e conosco anche gli attrezzi del mestiere, i vari tipi di matita e di pennarello. Così, un giorno, da bambina entrai nella mia cartoleria preferita e questo signore mi mise in mano lo scarabeo, dicendomi: “Tienilo sempre con te, ti porterà fortuna”. Non me ne sono mai separata: non è “vero”, certo, però io oggi posso dirmi una persona fortunata».
Bisogna crederci per forza.