Corriere della Sera, 22 novembre 2025
La sorella del cardinale Martini: «In conclave mio fratello soffocava: forse anche per uscire Carlo votò Ratzinger»
Il l 10 maggio 1983, Indro Montanelli intervistò il cardinale Carlo Maria Martini. Alla terza domanda gli chiese delle sue origini. «La mia era una tipica famiglia del vecchio Piemonte borghese», sviò il discorso l’arcivescovo di Milano. Maris Martini ci rimase male. «Non siamo dei piccolo borghesi qualsiasi», rimproverò il fratello. Ne ebbe in cambio un laconico consiglio: «Non bisogna mai esagerare». A distanza di 42 anni, la sorella ha deciso di seguirlo solo in parte. Il suo libro Gli antenati di un cardinale (Àncora editrice) consta sì di 128 pagine, non tantissime, ma è talmente denso di fatti, date, nomi e intrecci dinastici da smentire la risposta data dal porporato al direttore del Giornale. L’intento dell’autrice è dichiarato fin dal sottotitolo: Un casato nella storia da Vittorio Amedeo II a Carlo Maria Martini.
Siete imparentati con i Savoia?
«No, però furono i datori di lavoro della nostra famiglia per oltre tre secoli. L’ultimo dipendente fu il prozio Leonardo Moreni, procuratore del re fino al 1923. È rimasto nella leggenda popolare come “chiel ch’a l’à cundanà Bresci”».
Gaetano Bresci, il regicida.
«Ma non fu lui a condannare l’anarchico che nel 1900 uccise Umberto I».
E Vittorio Amedeo II che c’entra?
«I Martini, proprietari terrieri a Orbassano, erano servitori del duca di Savoia mentre infuriava la guerra tra Vittorio Amedeo II e i francesi del maresciallo Nicolas de Catinat. Fu un bravo sovrano. Trasformò il ducato in regno e fece di Torino la città che è oggi. Nel 1690 un Bartolomeo Martini era sindaco di Cavour quando la soldataglia del Catinat uccideva uomini, donne e bambini, saccheggiava le case, bruciava le chiese. In quella miseria infinita, Vittorio Amedeo II s’imbatté a Carmagnola in un gruppo di contadini affamati. Si tolse il prezioso collare della Santissima Annunziata, lo fece a pezzi e diede i frammenti ai sudditi».
Suo fratello avrebbe gradito il libro?
«Carluccio non aveva il benché minimo interesse per alberi genealogici, blasoni e sangue blu. Voleva essere povero, per quanto gli sia servito molto nascere ricco. Ho trovato in casa 72 volumi di cronache familiari. Da ex insegnante appassionata di storia non potevo lasciarli cadere nell’oblio. Era giusto trarne un rendiconto della vita».
Non teme di apparire filomonarchica?
«Ci ho pensato. Beh, Carlo era un principe della Chiesa. Di sicuro al referendum del 1946 i miei votarono per il re».
Suo fratello passava per progressista.
«Però in conclave dirottò su Joseph Ratzinger i voti destinati a lui. Credo che lo abbia fatto anche per poter uscire in fretta dalla Cappella Sistina. Quella clausura, con porte e finestre sigillate, gli toglieva il respiro. L’intera Roma lo soffocava».
Era amico di Jorge Mario Bergoglio?
«Non mi parlò mai di lui. Secondo l’autista di Carlo si conobbero. Pare che dai gesuiti dell’Argentina gli fossero giunte parole chiare sull’arcivescovo di Buenos Aires. Ma queste sono voci di corridoio e di segretari. Comunque, il Papa che Carlo amò di più fu Paolo VI, timido e rigoroso, capace di tenere saldo il timone della Chiesa. Si assomigliavano».
Perché suo fratello decise di entrare proprio nella Compagnia di Gesù?
«Dai 14 anni aveva studiato lì. Per nostro padre fu una mezza tragedia: lo vedeva medico. Penso che Carluccio sarebbe potuto diventare un ottimo psichiatra. Si è sempre preso cura dei deboli».
Il motto gesuitico «Numquam nega, raro adfirma, distingue frequenter», non negare mai, afferma raramente, distingui frequentemente, faceva per lui?
«No. Affermava sempre. Però con la tipica prudenza dei preti di sant’Ignazio di Loyola, che non ti guardano mai negli occhi e si sfregano le mani con affettazione curiale. “Non fare il gesuita”, lo esortavamo per scherzo io e mia madre».
Arrivò a gettare nel Po i romanzi di Honoré de Balzac della libreria paterna.
«Perché figuravano nell’Indice di libri proibiti dalla Chiesa. Era il 1941. Avevo 7 anni e lo assistetti nel rito purificatorio. Papà ci restò male. Carluccio era stato educato da maestri retrivi. Mi sono sempre chiesta come poi abbia fatto ad accogliere tutto e tutti. Fu una grazia divina».
In famiglia aveste un mezzo scomunicato, Pietro Derossi di Santa Rosa.
«Cugino dell’Annibale Santorre di Santa Rosa, capo della rivoluzione liberale piemontese del 1821, che andò a morire a Sfacteria per liberare la Grecia dai turchi. Quale ministro del Regno, era stato fra gli artefici delle leggi Siccardi che abolirono i privilegi del clero, volute dal capo del governo Massimo d’Azeglio e da Vittorio Emanuele II. Perciò l’arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, gli negò i sacramenti in punto di morte. Il presule fu arrestato e rinchiuso nella fortezza di Fenestrelle con l’accusa di complotto contro il Parlamento. Alla fine fu condannato per abuso ed esiliato a Lione».
Però quando morì, nel 1862, era ancora il presule titolare di Torino.
«Carlo parlò di lui con il nono dei suoi successori, il cardinale Anastasio Ballestrero. Concordarono nell’ammettere che la diocesi era andata benissimo anche senza l’arcivescovo».
Lei scrive nel libro: «Mio fratello ha costruito dialogo, fratellanza, pace: era un costruttore di anime». Milano non ha dimenticato che fece arrendere le Br.
«Il 13 giugno 1984, durante un’udienza in arcivescovado, uno sconosciuto avvicinò don Paolo Cortesi, il suo segretario, e gli consegnò tre borse con dentro due kalashnikov, tre revolver, un mitragliatore, bombe a mano e proiettili, persino per bazooka. I brigatisti rossi affidarono in custodia a Carlo le armi e invocarono il suo perdono. “C’era anche una pistola carina, da donna, stavo per chiedere alla questura di lasciarmela”, mi confidò».
Gli sarebbe potuta servire?
«Non certo per usarla. Benché Carluccio, nell’autunno del 1978, mi avesse telefonato da Roma, dov’era rettore dell’Università Gregoriana, dicendomi con tono pacato ma fermo: “Ci hanno preannunciato attacchi terroristici contro cose o persone di Chiesa. Mi raccomando, se mai dovesse capitare qualcosa a me, né trattative né riscatto”. Sei mesi prima le Br avevano assassinato Aldo Moro».
Incontrò molti ex terroristi?
«Dalla sua bocca non uscì neppure un nome. Il poco che so lo riferì padre Paolo Bachelet, gesuita, fratello di Vittorio, il vicepresidente del Csm ucciso dai brigatisti nel 1980. Carlo battezzò a San Vittore i figli di Chicco Galmozzi e Giulia Borelli, esponenti di Prima Linea, due gemellini concepiti e nati in carcere».
Come ricorda Carlo Maria da piccolo?
«Lo rivedo il 25 settembre 1944, giorno in cui partì per il noviziato. A separare casa nostra dalla stazione c’era una bealera, un fossato. Bisognava saltarlo. Anni dopo lo cercai con Ermanno Olmi, serviva al regista per un documentario. Non c’era più. Ne trovai un altro. Il proprietario del campo c’inseguì con la roncola».
La storia della famiglia finì nel 1972.
«Ho due figli, ma di cognome fanno Facchini. L’ultimo Martini fu il nostro fratello maggiore, Francesco, ex sindaco di Orbassano, stroncato da un ictus a soli 48 anni. Si era sposato 100 giorni prima. Non ebbe figli. Nella camera in cui dormiva, cadde per terra un ritratto incorniciato del nonno, che portava il suo stesso nome. Andando in frantumi, il vetro provocò un taglio nella foto, come una sorta di ferita sulla fronte. Mia madre ne aveva tratto i peggiori auspici. In quel terribile 1972 Carluccio e io perdemmo nel giro di pochi mesi anche nostro padre Leonardo e nostra madre Olga».
Ma lei anni dopo ebbe una visione.
«Accadde quando mio fratello mi disse: “Maris, loro non sono morti. Sono qui con noi. Non li vedi?”. Alzai lo sguardo: dietro di lui mi apparvero mamma, papà e Francesco. Sì, c’erano. C’erano!».
Seri o sorridenti?
«Ora che mi ci fa pensare, ricordo solo che dalle spalle spuntavano delle ombre, simili ad ali. Le ali degli angeli, ecco».
Don Damiano Modena, fino all’ultimo segretario-infermiere del cardinale, mi ha raccontato che suo fratello, sei mesi prima di morire, durante la messa rincuorò i presenti così: «Se anche nell’aldilà non trovassi nulla, sarei ugualmente felice di essere stato qui con voi».
«Non lo prego mai. Però mi capita di parlargli ancora quando qualcuno mi chiede d’intercedere per una grazia. Allora lo sgrido: Carlo, abbi pazienza, non voglio niente per me, ma fa’ qualcosa, ricordati della povera Deodata Bandano».
La miracolata di cui narra nel libro.
«Dalla sera alla mattina guarì dall’idropisia, dopo aver invocato padre Ignazio da Santhià. L’inspiegabile prodigio fu accertato nel 1775 da un nostro antenato, il medico Giovanni Pietro Moreni».
Ha sofferto molto anche il cardinale: cinque anni con il morbo di Parkinson.
«Vederlo tremare sull’altare... Fu dura. A Gerusalemme si curava poco e male, ma non potevo dirgli niente. Doveva muoversi con i taxi. Avrebbe potuto usare quelli israeliani, più puliti. Invece saliva su quelli scassati dei palestinesi. Era fatto così, aveva la modestia nel Dna».
Ma lei è davvero sicura che rivedrà suo fratello nell’aldilà?
«Sì, sono sicura. Anche se non so in che forma».
Sente quell’appuntamento vicino?
«Non ho paura di andarmene. Lo scorso inverno sono stata in ospedale tre volte più morta che viva. Mi dispiacerebbe solo se scoprissero l’origine del big bang. La scienziata Elena Cattaneo ritiene che con l’Intelligenza artificiale accadrà».
E le pare una prospettiva così cupa?
«Sono un’ingenua. Viviamo per nove mesi nel liquido amniotico, alla nascita ci spaventiamo e gridiamo. La morte è uguale. Ma poi saremo felici. Nella vita del dopo mi vedo come un punto di luce. Sono contenta di credere. Mi dà pace».