Corriere della Sera, 22 novembre 2025
«In Italia poca sicurezza e la crescita più bassa in Europa. Attacco al Colle scomposto»
Giuseppe Conte cambia schema, vuole parlare dei temi che interessano alle persone e rimandare le scelte su alleanze e formule politiche. Il leader del M5S si è convinto che l’urgenza degli italiani sia conoscere cosa il governo sta facendo (o no) per loro su temi chiave come economia e sicurezza, piuttosto che sapere con quale schema il centrosinistra si presenterà alle prossime elezioni.
Lo scontro Meloni-Mattarella può dirsi chiuso. Come si sarebbe comportato lei, al posto della premier?
«L’attacco al Quirinale è stato del tutto scomposto. Si è trattato di una polemica creata artificiosamente».
Per prendersi i pieni poteri, come sostiene Renzi? Per aprire la battaglia del premierato?
«Da una parte, per assicurarsi la libertà di proseguire nella sistematica occupazione di tutti gli spazi istituzionali con amici e amichetti, indebolendo i presidi di garanzia. Dall’altra, per evitare che si parli della grave situazione economica in cui si ritrovano famiglie e imprese dopo tre anni di governo Meloni».
Nel comizio in Veneto, la premier ha detto che l’Italia traina la crescita in Europa. Non è vero?
«Dopo i dati diffusi da Banca d’Italia, Istat e Commissione Ue, queste falsità non reggono e ormai non riescono a ribadirle neppure i trombettieri meloniani in tv».
Fuori i dati, presidente.
«Abbiamo la prospettiva di crescita più bassa d’Europa nel prossimo triennio e senza il Pnrr saremmo già in piena recessione. Registriamo un calo dei salari reali al 9% dal 2021, il record di pressione fiscale da 10 anni, sei milioni di lavoratori dipendenti che non arrivano a mille euro al mese, quasi sei milioni di cittadini che rinunciano alle cure e il record della povertà assoluta. Una famiglia su tre taglia anche la spesa alimentare, aumentata del 25%».
Confindustria non si lamenta, non le pare?
«Questo è l’aspetto che sorprende di più. Con pieno rispetto del ruolo delle associazioni imprenditoriali, io credo che a partire da Confindustria ci si debba porre un profondo interrogativo. Si vogliono rappresentare solo gli interessi delle partecipate di Stato o si vuole tutelare il sistema produttivo e favorire la crescita?».
Risponda lei.
«Non è mai successo che con 31 mesi di calo della produzione industriale su 35 di governo, una crescita allo zero virgola e un vertiginoso aumento delle crisi aziendali e delle ore di cassa integrazione, abbiamo avuto associazioni imprenditoriali cosi compiacenti con il governo».
Forse perché Meloni e Giorgetti tengono i conti in ordine?
«Mi scusi, con la crescita azzerata, l’Italia ultima in Europa e il debito pubblico costantemente in aumento, dove sono questi conti in ordine? Il governo sbandiera tanto la promozione delle agenzie di rating, ma quando tu ti presenti con un menù tutto tagli e tasse il bacio in fronte delle agenzie lo prendi senza problemi, mentre gli italiani vanno in debito d’ossigeno. L’interesse nazionale e il mandato che Meloni ha ricevuto dagli elettori non è compiacere qualche agenzia di rating o correre dietro a Bruxelles».
Quale sarebbe l’interesse nazionale?
«Garantire una crescita stabile e duratura, tutelare il potere d’acquisto dei salari, sostenere l’innovazione industriale. Invece hanno sostituito gli incentivi per innovare della nostra transizione 4.0 con una nuova versione 5.0, sotterrata dalla burocrazia. Un fallimento. Stanno depotenziando il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, che invece va rilanciato. Bisogna tornare ai crediti di imposta per gli incentivi all’occupazione e all’innovazione e va cancellato il divieto di compensazione tra crediti di imposta maturati e debiti previdenziali. Hanno archiviato decontribuzione Sud e creato per il Mezzogiorno un carrozzone pieno di burocrazia per metterci i loro amici. E dove sono finiti i 25 miliardi promessi da Meloni per reggere l’impatto dei dazi Usa?».
Garofani può restare al Consiglio supremo di difesa o deve dimettersi, non avendo più la fiducia del governo?
«Per me no, non deve dimettersi, visto che è una polemica montata ad arte».
Un’altra «vittima» del caso è Schlein. Ha ragione Prodi? La segretaria e la sinistra non sono pronte a governare?
«Se tutta l’area progressista vuole farsi del male può continuare ogni giorno a parlare di campo largo e stretto e di criteri per la premiership, piuttosto che dei problemi che attanagliano le persone. Le imprese chiudono e le famiglie non arrivano a fine mese. Consiglierei di smetterla di inseguire le distrazioni che ci arrivano da Chigi».
A che punto è la sua svolta moderata per tornarci da premier, a Palazzo Chigi?
«A tempo debito vedremo chi sarà il candidato più competitivo, adesso non sono disponibile ad alimentare questo chiacchiericcio. Parliamo di cose concrete. Oggi sui territori, da Nord a Sud, i cittadini senza distinzione di colore politico chiedono sicurezza. Mi raccontano storie di scippi, furti e rapine che dilagano. Con la norma Nordio bisogna prima convocare chi commette reati e tutti se ne scappano. Mancano 25 mila carabinieri e poliziotti, non c’è sufficiente presidio del territorio».
Questa urgenza di sicurezza e buona economia non dovrebbe accelerare la costruzione dell’alternativa? Lei invece frena e rimanda.
«Per questo stiamo mettendo a fuoco misure e soluzioni che rispondano ai cittadini».
Le piace l’idea di una lista civica di centro, guidata dall’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini?
«Quando si sarà concretizzata una forza di centro che abbia consistenza sul piano elettorale ci confronteremo».
È un’ora drammatica per le sorti dell’Ucraina. Cosa pensa del piano Usa-Russia? Zelensky deve cedere territori a Putin, o rompere con Trump?
«I governanti europei, a partire da Meloni, hanno scommesso sulla vittoria militare sulla Russia. Ora che il fallimento è evidente, non hanno più soluzioni. Perché hanno lasciato a Trump l’iniziativa negoziale? Perché si sono autoesclusi? Oggi registriamo il disastro europeo. La Commissione cerca di convincere gli Stati a mettere sul piatto altri 135 miliardi per continuare una guerra persa, Starmer-Macron-Merz arrancano per non essere esclusi dal negoziato e Meloni semplicemente non è pervenuta».