Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  novembre 19 Mercoledì calendario

La complicata fine delle case chiuse

Le due frasi sui “bordelli di Stato” destinate a sollevare dubbi, e persino mugugni, in quel consesso di combattenti contro il fascismo – la “Consulta antifascista” di 500 dirigenti capi partigiani di tutta Italia riuniti per la prima volta a Roma nel novembre del 1945, ottanta anni fa – erano le seguenti:
“1. È vietato l’esercizio di case di prostituzione nel territorio dello Stato e nei territori sottoposti all’amministrazione di autorità italiane. 2. Le case e qualsiasi altro luogo chiuso, dove si esercita la prostituzione (locali di meretricio, ai sensi dell’articolo 190, ecc…) dovranno essere chiusi entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge”.
Il sorprendente annuncio (per ora solo rivolto al futuro) si accompagnava ad altre proposte presentate da un gruppo di donne del Nord – ora partecipi della “Consulta” – che già nel dicembre del 1943 si erano clandestinamente riunite a Milano, allora occupata dai nazisti, in rappresentanza di diverse forze politiche antifasciste. Ne erano al vertice, dicono gli archivi, Ada Gobetti (Partito d’Azione), Giovanna Barcellona, Lina Fibbi (Partito comunista), Lina Merlin (Partito socialista) e Rina Picolato. Si erano denominate “Gruppi di difesa della donna” e, fin dal primo incontro clandestino, avevano stabilito il contatto con un analogo gruppo in attività a Napoli (già liberata) sotto la direzione di Laura Bracco, Nadia Spano e Rosetta Longo. Quel novembre ’45, a fascismo ormai battuto, all’interno della Consulta Nazionale (una sorta di parlamento italiano provvisorio, presieduto da Ferruccio Parri) il gruppo delle donne, per la prima volta nella storia nazionale partecipi del potere, era sì esile, ma – dicono le cronache – molto combattivo. Un autorevole e nostalgico giornale bolognese commentò amaramente l’attivismo frenetico di molte partecipanti (guidate da Laura Lombardo Radice), che guidavano, tra l’altro, l’innovativo movimento per riconoscere, nelle promesse elezioni, il diritto al voto di chi non aveva mai votato: “Mentre in Italia – fece notare con disgusto il giornale in un severo editoriale – si muore di fame, ci si preoccupa del voto alle donne”. In realtà, il pessimismo diffuso tra coloro che temevano, alla caduta del fascismo, un inappropriato sconvolgimento delle storiche abitudini del maschio nazionale era diffuso. C’era quindi da aspettarsi che la “battaglia sulla prostituzione” divenisse, per anni, un terreno di scontro non solo destra-sinistra, ma anche – e non in misura secondaria – maschi-femmine.
In una prima fase la bandiera della lotta contro “i bordelli di Stato” fu patrimonio quasi esclusivo delle donne (che però erano netta minoranza in Parlamento, dopo la sconfitta elettorale di monarchia e fascismo e l’elezione popolare di Camera e Senato). Tuttavia le battaglie contro la legge che difendeva ufficialmente dal 1938 la prostituzione di Stato trovarono, non solo in Italia e non solo a destra, critiche argomentate e diffuse, oltre che nei residui ambienti mussoliniani, anche tra chi sosteneva, a sinistra, che era in gioco, su quel terreno, non la schiavitù, ma la libertà di scelta della donna. Personaggi autorevoli e rispettati come il filosofo Benedetto Croce si schierarono, a guerra finita, per il mantenimento dei bordelli pubblici, come rimedio sostanzialmente utile: “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”. Non è sorprendente, perciò, che nell’Italia democratica la lotta “anti-bordelli” abbia trovato ostacoli di ogni tipo prima di diventare legge dello Stato ben 13 anni dopo la Liberazione, il 20 gennaio 1958. Fu chiamata “legge Merlin”, dal cognome della combattiva deputata socialista che assieme a un gruppo di colleghe comuniste, socialiste e anche cattolico-democristiane, concepì e sostenne il progetto di legge numero 75, dal titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”.
In effetti la “legge sui bordelli” lasciata in eredità dal Ventennio era permeata – non solo nelle sue enunciazioni programmatiche, ma nella sua pratica giornaliera al Sud e al Nord – da una sorta di filosofia maschilista sul ruolo dell’uomo, della “femmina” e del sesso, nella società regolata dal fascismo. Lo stesso Benito Mussolini, in una commossa intervista, aveva raccontato la dolce beatitudine del maschio dopo la prima, e doverosa, visita al bordello: “Una domenica ci recammo a Forlì, in una casa innominabile. Quando entrai sentii il sangue affluirmi alla faccia. Non sapevo che dire, che fare. Ma una delle prostitute mi prese sulle ginocchia e cominciò a eccitarmi con baci e carezze. Era una donna attempata… Le feci volentieri il sacrificio della mia verginità sessuale. Non mi costò che cinquanta centesimi”. Probabilmente anche per evitargli la presunta dolcezza dell’amore sessuale a pagamento, a Sandro Pertini condannato perché antifascista ed esiliato a Monza al “confino di polizia” era stata imposta, tra le altre, l’intimazione di “non frequentare postriboli”, pena l’inasprimento della condanna. Alla stessa filosofica concezione del mondo, e dell’amore sessuale, erano ispirate le apposite regole fasciste, messe a punto ufficialmente nel 1938, che prevedevano “esami di abilitazione al regolare meretricio” per ogni donna, seguito da un “severissimo tirocinio” e dall’obbligo, ogni venerdì, di “confessarsi e fare la comunione”.

Nella posizione del “duce” alcuni storici hanno tuttavia individuato una contraddizione, che l’uomo a volte sottolineava con rabbia. Uno degli obiettivi della politica demografica del fascismo era infatti quello di “dare figli alla patria”. Tuttavia lo stesso dittatore ebbe modo di sottolineare con amarezza, in una confidenziale difesa delle Case Chiuse, che “su una popolazione di 30 milioni” gli italiani che andavano a prostitute erano ben dieci milioni, “praticamente quasi tutti”; e quindi quel “vizio” non era da eliminare, ma da assecondare “con benevolenza”. Nella pratica l’esercizio della prostituzione a pagamento fu minuziosamente regolamentato nel 1938, disponendo persino “esami di abilitazione al regolare meretricio”. Più in generale, in una famosa intervista per il giornalista Ludwig, Mussolini precisò che la donna “deve obbedire” come tutti, e dunque nello stato fascista essa “non può contare” fuori dalle regole.
Nella storia italiana della prostituzione di Stato normata dall’alto si sono affermati concetti e persino vocaboli di uso comune, a partire dalle “case di tolleranza” (così definite perché controllate dallo Stato) o delle “case chiuse” (poiché chiuse dovevano restare, giorno e notte, tutte le persiane); anche la “marchetta” raggiunse la sua fama di vocabolo, in quanto indicava la ricevuta cartacea che l’avventore riceveva dalla maîtresse dopo il pagamento e prima della consumazione.
La “legge Merlin” contro la prostituzione di Stato è ancora oggi in vigore, pur essendo stata modificata più volte dal Parlamento. È senz’altro, sostengono gli studiosi, la regola civile e penale più contestata, corretta e messa in discussione nei primi ottant’anni della vita democratica italiana. In molte parti del mondo la regolamentazione (o meno) della prostituzione è stata al centro – fra medici, giuristi, politici e religioni – di scontri sanguinosi, contrasti filosofici, proposte legali innovative (e spesso deprecabili). Né appare risolta la controversia di fondo, che riguarda l’essenza stessa del rapporto uomo-donna e dei suoi riflessi nei diritti, nei rapporti economici e nella sfera sociale quotidiana di ciascuno. La coraggiosa Lina Merlin è stata tra i pochi che hanno messo i piedi nel piatto, sfidando – a modo suo – dubbi, ipocrisie, abitudini, pregiudizi. Naturalmente ha perso. La sua legge è stata – talvolta saggiamente – corretta più volte in Parlamento (al punto che oggi pochissimi la conoscono). Lei ha rifiutato presto di farsi eleggere, ma ha continuato a combattere, com’era nella sua natura. È morta a Belluno, quasi dimenticata, nel ’91.