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 2025  novembre 19 Mercoledì calendario

Intelligenza artificiale, la bolla inizia a sgonfiarsi: persi in Borsa 1.000 miliardi

La bolla dell’intelligenza artificiale forse non è scoppiata, ma di certo comincia velocemente a sgonfiarsi. Dopo una marcia trionfale durata molti mesi, da fine ottobre le azioni delle aziende legate all’Ia stanno segnando pesanti ribassi: l’indice Nasdaq dei 100 principali titoli tecnologici quotati a New York è in calo del 6,5%. Alcune tra le maggiori aziende del settore nel giro di una manciata di sedute di Borsa hanno perso una valutazione complessiva di circa 1.000 miliardi di dollari. È vero che la loro capitalizzazione aggregata resta vicina a 12.400 miliardi, è vero che da inizio anno l’indice di settore Morningstar Global Next Generation Ai resta comunque in rialzo del 45%, ma la corsa a perdifiato pare davvero finita. I mercati cominciano a non fidarsi: lo segnala il Vix, il famoso “indice della paura” di Wall Street, aumentato di un terzo da inizio mese. In attesa della decisiva trimestrale di Google, che chiarirà cosa c’è da aspettarsi, ieri le Borse europee sono andate tutte in calo: la peggiore è stata Milano (-2,12%), Parigi -1,8%, Francoforte -1,6%, Amsterdam -1,5%, Londra -1,3%.
A novembre diverse azioni legate all’Ia hanno subito cali significativi. Super Micro Computer, che fornisce server per il cloud computing basato sull’Ia, ha subito un tracollo del 25%. Rightmove è sprofondata dal 28% in un solo giorno, CoreWeave è crollata del 26% in una settimana. Anche colossi come Nvidia, Meta, Amazon, Microsoft, Apple e Alphabet, sono stati colpiti: Nvidia ha perso oltre l’8%, Meta è scesa del 7% e Microsoft è calata del 9% nelle ultime settimane.
La questione, spiegano in modo convergente numerose analisi, sta nei numeri. Com’è successo più volte in passato, ad esempio nella seconda metà degli anni 90 con la bolla delle società dotcom, sinora a molte aziende bastava legare la propria attività alla Ia o addirittura solo promettere di investire nell’intelligenza artificiale per avere la fila degli investitori pronti ad acquistare azioni. Ma investire significa spendere. Ad esempio per creare i datacenter destinati a ospitare infinite file di server necessari a generare la potenza di calcolo consumata dalla Ia (da cui la domanda di chip e il boom di società come Nvidia, arrivata a valere mille miliardi di dollari). Come sono state finanziate queste enormi spese? Soprattutto a debito.
Come spiega una nota degli analisti di JPMorgan, i giganti che investono nei datacenter (i cosiddetti hyperscaler tra i quali Alphabet, Meta, Microsoft e Oracle) hanno attualmente a bilancio un totale di circa 350 miliardi di dollari liquidi: quest’anno hanno già speso 350 miliardi per i datacenter e il prossimo prevedono di spenderne altri 400. Potrebbero pagarli con i loro flussi di cassa, che assommano a 725 miliardi. Invece no: i flussi di cassa vengono distribuito soprattutto ai soci, gonfiando il valore delle azioni, mentre gli investimenti sono finanziati con debiti, soprattutto sotto forma di obbligazioni emesse a piene mani. Il giochetto funziona ma solo a due condizioni: la prima è che i tassi di interesse pagati sul debito calino, la seconda è che gli investimenti rendano di più di quello che costano.
Ora, qualcuno è andato a fare i conti in tasca a questi signori. E ha scoperto che stanno pattinando sul ghiaccio sempre più sottile delle aspettative. Dopo aver scommesso migliaia di miliardi sulla rivoluzione Ia, molti cominciano a chiedersi quando questa benedetta Ia produrrà davvero quel balzo della produttività delle aziende tante volte strombazzato, e non solo stupidi meme, fake news e video buffi per i social. In attesa che la rivoluzione si concretizzi (ma attenti a ottenere ciò che si chiede, perché il conto lo pagheranno milioni di lavoratori che perderanno il posto), i debiti restano. E la frenata dell’economia, dagli Usa agli altri Paesi alle prese con le mattane di Trump sui dazi, sta rallentando la discesa dei tassi e potrebbe anche fermarla. Questo significherebbe ulteriori costi per le aziende indebitate. Bad news.
Mentre la responsabile finanziaria di OpenAi, Sarah Friar, si è spinta sino a chiedere supporti pubblici per i datacenter (smentita dal suo capo Sam Altman), i rendimenti delle obbligazioni emesse dai giganti per finanziare i loro investimenti nell’Ia hanno iniziato ad aumentare. Segno che gli investitori stavano vendendo quei bond, fidandosi sempre meno del loro valore. Il Financial Times ne ha parlato in un articolo e a quel punto tutti hanno scoperto che il re Ia era nudo. Staremo a vedere chi gli pagherà vestiti nuovi, e a quale prezzo.