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 2025  novembre 19 Mercoledì calendario

Intervista a Eugenio Baroncelli

Eugenio Baroncelli, nato non lontano da Rimini, vive a Ravenna. Ha svolto l’onesta professione di insegnante di liceo, ha scritto di cinema per poi dedicarsi in tarda età a scrivere libri minuti e stravaganti. Refrattario al turismo letterario si occupa di vite minime restituite dai ghiacci.
Nella brevità egli ha trovato l’immensa gioia che a volte la tristezza può scatenare. Baroncelli ha 81 anni e sono otto anni che non ci vediamo e non ci sentiamo. Del resto c’eravamo incontrati una sola volta, proprio a Ravenna e ora eccoci qui insieme al suo nuovo libro – Il cielo più pietoso è quello vuoto, edito qualche mese fa da Sellerio – che squarta e ricuce pezzi della sua vita forse mai vissuta.
Non sei cambiato molto in questi anni.«Soffro di mal di schiena e faccio una certa fatica a salire le scale. Non sono ancora morto, ma ho la rigidità attonita dell’animale impagliato».
Se tu fossi davvero un animale a quale somiglieresti?
«Non lo so, forse a un agnello travestito da lupo. Un lupo solitario».
Della tua vita si sa poco o niente.
«Non c’è molto da sapere. Ma quel poco ho provato a metterlo in una improbabile autobiografia».Dove parli di te come se non esistessi.
«Se non sei entusiasta della tua vita, createne una nuova giocando con le parole».
Con le parole sei un abilissimo giocoliere.
«Le parole sono come le oscillazioni di borsa. Vanno su, vanno giù e poi la gente ride felice o
va nel panico. Non ci sono vie di mezzo».
Viviamo il tempo delle radicalizzazioni.
«Soprattutto in politica. La letteratura invece mi sembra spenta come il mio desiderio».
Non è sempre stato così.
«Ho le mie passioncelle. Ma è un catalogo di gente ormai trapassata. A volte erano già trapassati in vita».
Chi per esempio?
«Mi viene in mente Robert Walser. “Essere niente”, lasciò scritto, “ha un ardore più alto che essere qualcosa"».
Walser era sempre a un passo dal dire “potrei non averlo scritto io”. Quanto ti riconosci in questa frase?
«La sua fu una fortissima determinazione irrisolta. Sempre un passo indietro. Avrei però cambiato quella frase: “Preferirei non averlo scritto io”. Come fosse un altrove».
Un altrove?
«In latino “altrove” è “alibi”. Vostro onore ho un alibi: ero altrove quando hanno commesso il crimine di scrivere. Oltretutto, “ricercato” si adotta tanto per indicare un criminale latitante quanto per lo stile».
Si dà il caso che tu scriva.
«Non ho niente da dire, perciò scrivo».
Scrivere cos’è per te?
«Ahimè, è un viaggio dal quale si ritorna. Un altrove, appunto, di questi tempi inflazionato. Oggi basta un click per essere altrove».
Il mondo va a una velocità troppo elevata?
«Il nostro cervello non ce la fa a stargli appresso. Sono lento e regressivo. In preda a una titanica rassegnazione».Ti sei perlopiù dedicato alle vite degli altri. Nel nuovo libro fingi di parlare di te, della tua “improbabile autobiografia”. È fatale mentire ogni volta che ci si racconta?
«La menzogna è l’ultimo rifugio di chi crede nella verità. Per credere in me stesso, per raccontare come sono, devo negare la persona che fui: l’io debolmente reale».
Hai uno strano modo di stare al mondo.
«Piuttosto insolito, lo riconosco».
Dichiari una sorta di schizofrenia onomastica per cui separi Eugenio da Baroncelli: uno fa il lavoro sporco, l’altro sta a guardare. Uno scrive l’altro vive nell’inettitudine. Chi è il gemello oscuro dei due?
«Il gemello oscuro è certamente Eugenio. Non mi nascondo dietro di lui. È Eugenio che nasconde me. Eugenio è un ricettacolo di paure: le falene, i cani, l’arrivare in ritardo, il mondo troppo grande o troppo piccolo, la morte. Eugenio ha paura perfino della paura. Baroncelli ne ha una sola: di non essere mai esistito».
Si parlano i due gemelli? Riescono a convivere?
«A volte ci provano. Eugenio, per esempio, è convinto che io sia un uomo forte. Crede di conoscermi ma si sbaglia. Non sa che ho un debole per tutto quello che non appartiene a nessuno: le camere d’albergo, le donne, gli anagrammi».
In che ordine?
«Metterei le donne al primo posto. Mi piacciono ancora. Il guaio è che io, ormai, non piaccio più a loro. Peccato, perché non c’è niente di più divertente che innamorarsi».
Sei stato spesso innamorato?
«Tutte le volte che ho potuto. C’è stato un tempo che preferivo le ragazze alle frasi. Oggi mi capita il contrario. Ma il problema è sempre lo stesso: trovarle».

Di una frase ami soprattutto la brevità.
«Affogare negli incisi è la peggior morte per uno scrittore. Per questo ho amato Jules Renard e il suo Journal. Era un patito della breve frase. Se lo avesse voluto avrebbe potuto dipingere la volta della cappella Sistina su un ventaglio e scrivere la Commedia di Dante su un modulo di telegramma. Ma di Renard ho anche amato la sentenza più insidiosa: “Si narra quel che si vede, ma non si può scrivere quel che si vuole, non si può scrivere che se stessi”. Fu la stessa convinzione di cui si nutrì Borges».
Ami Borges ma ritieni che il successo sia stata la sua peggior condanna.
«Non c’è peggior condanna del successo, è vero. Eppure lo amo e lo ricopio, malgrado la sua eloquente vanità. La sua cecità, per qualche miracolo, mi ha donato la vista».Per vedere cosa?
«Un teatro, per esempio, dove recitano vite trapassate, spente, cancellate, rimosse, fallite. Gente nata dalla parte sbagliata della vita».
Tu sei lo spettatore di questa vicenda?
«Sono solo un guitto da palcoscenico».
Un guitto?
«Un guitto, sì, che sa che una parte di sé diffida del teatro e della letteratura. Ma anche delle Poste che si ostinano a non consegnare lettere mai spedite».
Hai scritto molte lettere?
«Sono soprattutto fiero di quelle mai arrivate. I solitari ne scrivono volentieri dal loro spettrale esilio».
A chi hai scritto?
«La lista sarebbe lunga e penosa. Ricordo una lettera mai spedita per Elvira Sellerio, fu lei a pubblicarmi. Non ci incontrammo mai. Di lei conobbi solo la voce. Morì d’estate, quando l’Italia va in villeggiatura e desiderai che a Palermo nevicasse. Perché una voce che cade nella
neve non fa rumore».
Cosa sarebbe la tua vita senza la letteratura?
«Avrei avuto meno esitazioni. Non avrei indugiato alla ricerca di una via sconosciuta. Mi fai pensare che la mia passione per i libri ha quasi la mia età».
Quando hai iniziato a leggere?
«Ero bambino, convalescente dopo una prolungata febbre. Leggevo Verne e Salgari. Dalla cameretta si vedeva il mare che non degnavo di uno sguardo, concentrato a spulciare il
catalogo Sonzogno».
Hai scritto di avere avuto un’infanzia di prodigi.
«Ho aggiunto che accadevano nella grande casa a due piani abitata da stanze in ecclesiastica penombra. Era la casa dei nonni, persone di grande immaginazione e devota superstizione».
Come è stata la tua infanzia?
«Ricordo la guerra per sentito dire. Avevo un anno. Ero il frutto di una diserzione. Il fatidico 8 settembre 1943 mio padre abbandonò la divisa e tornò a casa. Riabbracciò sua moglie. Fu il primo passo perché venissi al mondo l’anno dopo».
Che rapporto hai avuto con tuo padre?«Era un ingegnere edile. Lavorava per il comune. Non ho ereditato la sua professione ma la sua dentatura incerta. Ricordo poco di lui. Forse la tristezza dei suoi occhi e la biblioteca, di cui gli sono grato. Non c’era altro. No, una cosa c’era: mi nascondevo nel grande armadio della
casa per dimenticarlo».
Hai insegnato latino in un liceo. Sei stato un buon maestro?
«Come avrei potuto? Le mie mani e le mie sigarette tradivano l’impazienza. Però mi piaceva dare agli studenti l’improbabile: Claudio Eliano che disprezzava la banalità; Licinio Muciano che l’imperatore Claudio spedì in Siria come governatore; ma soprattutto Claudio Rutilio
Namaziano, sparì nel nulla della Gallia in pieno tramonto imperiale. Il suo addio a Roma lo raccontò nell’opera “Il ritorno”.
«Namaziano fu un poeta minore tardo latino e basterebbe questo a rendermelo caro. Raccontò come in una dissolvenza le rovine di ciò che restava di una civiltà dopo le invasioni e i saccheggi. E tutto ciò mi ricorda qualcosa di più prossimo. Come lui anch’io ho frequentato la
scuola del crepuscolo».
Cosa ti ha insegnato questa scuola?
«A diffidare dell’immortalità. Soprattutto di quella letteraria. Chi vi aspira deve sapere quanto sia difficile giungere sul gradino sommo. A Dante occorsero cinque secoli. Ma gli scrittori di solito non amano la pazienza. Preferiscono l’illusione».
Accenni alle tue fobie: cani e falene. Gli uni mordono, le altre cercano ostinatamente la luce. Uno scrittore non dovrebbe mordere e cercare la luce?
«Preferisco l’ombra. Ma se davvero ho cercato di mordere e cercare la luce è segno che ho fallito».
Come curi, se le curi, le tue fobie?
«Evitando di farne un frusto addobbo della scrittura».
Torni sempre lì.
«Perché da lì non sono mai partito».
Dici anche che scrivere è un furto. Come andrebbe punito?
«Con il Premio Nobel».
In che fase della vita sei?
«Tra la vecchiaia e la morte. Mi illudo di stare attraversando la mia breve estate di San Martino».
Temi la morte?«No. Prima si parlava di immortalità. Per chi vi aspiri, la morte è la sola garanzia di ottenerla. Possibilmente nel tempo più breve».
La tua come la immagini?
«Improvvisa, mentre faccio un tuffo tra le mie carte».
A proposito di brevità qual è la vita più breve che hai raccontato?
«Di una donna che visse solo due minuti. Furono quelli che trascorse con uno sconosciuto. Ballarono un valzer. Poi lui la riaccompagnò al tavolo e lei appassì. Fu un breve incendio in un lungo e malinconico orizzonte, quello che visse Adalinda, nata a Monza nel 1946. Aveva 18
anni in quella sera estiva di vacanza a Rimini. Più che un prologo il suo fu un epilogo: si spense dopo 120 secondi».
Forse eri tu lo sconosciuto.
«Forse ero Adalinda ma ho smesso di ricordarlo».
Perché “il cielo più pietoso è quello vuoto”?
«Il titolo del libro richiama un ricordo di me e mia madre in visita a Mario Baroncelli, mio padre da tempo sepolto. Arrivammo che una neve fitta aveva ricoperto il cimitero. Pensai che il cielo avesse scaricato la sua pietà su quei morti. Ma il cielo era anche quello oscurato dal
ricordo dei bombardieri, prima quelli tedeschi e poi degli alleati. Non scaricavano neve ma bombe sulla sventurata Rimini».
Non sono poche, come recita il sottotitolo, le “Quindici voci di un’improbabile autobiografia”?
«Mi sembrano perfino troppe. Ne ho soppresse tantissime. Si affollavano con la pretesa di conoscermi. Mi sono difeso, provocando una strage in mezzo ai miei affollati ricordi».
Dici che dietro al tuo libro c’è un ospite segreto: Proust e la sua “Recherche”.
«La Recherche è un libro così amato che non riesco a ricordare chi ero prima di averlo letto. Tutti i miei giudizi sono arbitrari, tranne questo».
Torna la scuola del crepuscolo.
«Non si tratta di scuola ma di vita. Da molto tempo la mia vita è sempre autunno».