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 2025  novembre 19 Mercoledì calendario

Intervista a Claudia Pandolfi

La aspetta una torta? «Chissà, è una sorpresa. Quando torno a casa aprirò il frigo e vediamo che hanno combinato». Claudia Pandolfi festeggia 51 anni con leggerezza, eterna ragazza «ma ormai anch’io ho un’età»; regala alle donne che interpreta dubbi, allegria e inquietudine. Da domani torna su Rai 1 nei panni di Anita in Un professore di Andrea Rebuzzi, la serie di cui è protagonista con Alessandro Gassmann, giunta alla terza stagione; è nei cinema con Fuori la verità di Davide Minnella, bravissima nel ruolo di Marina Roch, conduttrice spietata, una domatrice che gioca con la vita delle persone. Dice: «Non facciamo pornografia dei sentimenti» nel momento in cui la fa.
Quante conduttrici ha mescolato?
«Tutte e nessuna. Abbiamo presentatrici molto in gamba, ognuna ha il suo ritmo e un territorio in cui muoversi. In Marina c’è qualcosa di dursiano, carlucciano, venturiano, defilippiano, clericiano e anche un po’ del Mago Forest».
Fare la cattivona la diverte?
«Molto. E soprattutto mi ha divertito girare scene filate lunghissime. Minnella ha girato come se fosse una trasmissione vera, con un blocco da spot a spot, quindi l’ispirazione è teatrale».
Marina è feroce, Anita autentica e un po’ squinternata.
«Squinternata ma solida. È inquieta, impulsiva, l’avevano pensata così lo sceneggiatore Sandro Petraglia e il regista Alessandro D’Alatri e abbiamo difeso le sue caratteristiche. Mi piace, nella vita si butta, la ritroviamo a insegnare, con Dante (Gassmann) che le dà consigli».
Splendidamente imperfetta.
«Rappresenta la fallibilità di noi esseri umani, considerarsi perfetti è sciocco, ridondante e inutile. Il primo ostacolo ti fa inciampare. Se capisci le tue fragilità puoi risolverle a testa alta. Anita è meno sbagliata di come può apparire, ha una grande Intelligenza emotiva. Chi non sbroccherebbe davanti a un figlio che si sottrae?».
Lei com’è con i suoi figli?
«Cerco di essere una persona libera, come potrei pretendere di tenerli sotto il mio controllo? Al grande dico sempre: “Fai tu. Scegli ma assumiti la responsabilità. Io ci sono sempre”. L’autonomia devi volerla anche dopo, quando le cose non sono andate come ti aspettavi».
Il rapporto con sua madre?
«Mamma è stata meno comunicativa: altra epoca, altra storia, altra educazione ricevuta, altra emotività. Si fanno i conti con ciò che troviamo quando veniamo messi al mondo. Mi ha offerto tutto l’amore che poteva, la morbidezza».
La famiglia quanto ha contato?
«Conta ancora, mi ci confronto costantemente: vuol dire volersi bene, è una forma di cura».
Com’era da adolescente?
«Tranquilla. La rivoluzione interiore è arrivata più avanti, ho avuto un’adolescenza tardiva. Da ragazzina, quando mi dicevano “no”, me lo facevo bastare. Non avevo l’urgenza di scappare, a casa stavo bene. Ero circondata dai parenti, voleva dire misurarsi con altre vite, non ero chiusa nel rapporto con i genitori. Giovedì da nonna con gli zii, il sabato con altri zii, un carnet fittissimo».
Volto televisivo pop, ha faticato a essere adottata dal cinema?
«Me ne sono resa conto ma non mi ha mai spaventato, non mi interessava sapere dove sarebbe finita l’opera che giravo: era bello raccontare donne diverse. Se stavo su Rai 1 o in sala, che cambiava?».
Poi Paolo Virzì la sceglie per “Ovosodo”. Cosa le ha insegnato?
«Innanzitutto il livornese. Un figurante sul set di Il rumore delle cose nuove, che sto girando con Paolo Genovese, mi fa: “Ciao conterranea”. Era toscano. Mi sono commossa. Paolo mi ha regalato il cinema: la bestiolina televisiva era sul grande schermo. E una stima che mi conferma negli anni».
La fiction che rappresenta?
«Vuol dire popolarità, affezione, personaggi amati, in cui molte donne si sono immedesimate. Mi dicono: “Sono cresciuta con te”. Una gioia e anche una continuità dal punto di vista economico, ho un mutuo. Mai stata snob, scherziamo? Un medico in famiglia era seguito da 14 milioni di spettatori».
«Per me è un miracolo quello che faccio, ci ho messo un po’ a capire: sono passati i personaggi, i festival, i registi, nel frattempo mi orientavo. Dopo ogni progetto, penso che potrebbe essere l’ultimo».
I giudizi l’hanno ferita?
«Devi saperli accettare. A volte pensi: questo da che pulpito parla? Ti arrivano addosso. Invece quando contestualizzi chi dice cosa, è diverso. Conta l’opinione del mio operatore, dell’elettricista che regge la bandiera, del r egista. E la prima giudice sono io».
Severa?
«All’inizio molto, Ed è stato utile, per la postura e il carattere».

La vita privata come va?
«Molto bene, Al mio fianco c’è sempre Marco (De Angelis), è bello guardarsi in faccia».