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 2025  novembre 19 Mercoledì calendario

Riscoprire Moira e l’Italia ipnotizzata dal circo Orfei

Diceva di consumare una bottiglia di profumo al giorno. L’unica volta che sciolse i capelli non la riconobbe nessuno, dunque non lo fece più. Portò fino all’ultimo il turbante, il trucco marcato, il neo disegnato, i boa di struzzo, i vestitini rosa confetto. Viveva in un caravan che apriva con orgoglio alle telecamere mostrando i cuscini ricamati, la camera da letto piena di tendaggi, la sala circondata da specchi per farla apparire più grande.
Le tracce della storia di Moira Orfei si possono trovare ovunque nell’immaginario popolare italiano, e allo stesso tempo continuano a rimanere invisibili. I manifesti con il suo profilo hanno tappezzato le nostre città per mezzo secolo, eppure ci sono ben poche analisi culturali sul ruolo che ha svolto nella storia del costume. È come se non fosse stata riconosciuta alcuna intenzionalità nel suo modo di intendere lo spettacolo, il cinema, la televisione, la pubblicità e, ovviamente, il circo. Un errore colossale.
Moira Orfei era tutt’altro che spontanea, al contrario era una creatura dotata di un’energia allegra e gioviale, e al tempo stesso di intuito e sguardo strategico notevolissimi. Se non fosse stato così, non avrebbe potuto esercitare una leadership economica reale in un’epoca in cui poche donne avevano accesso all’indipendenza economica, fondando negli anni Sessanta un impero dello spettacolo fatto di cinquanta vagoni ferroviari, tendoni capaci di ospitare migliaia di persone, piste di ghiaccio, un microcosmo completo dotato di officine, sartorie, mense, perfino scuole per i figli degli artisti. Non fu un caso che diventasse in pochi anni la regina del circo, sindaca di una città ambulante che portava la “favola” in tutti gli angoli d’Italia e in tanti paesi nel mondo. Era un’imprenditrice capace di gestire una macchina complessa, un’amministratrice che prendeva decisioni economiche quotidiane, e che al tempo stesso agiva a livello simbolico, usando il materiale del sogno, della magia, della sospensione dell’incredulità.
Studiare la sua storia significa rintracciare in lei l’ossessione di portare al pubblico uno spettacolo ben fatto, un’occasione di meraviglia. E significa riconoscere una donna che parlava di sé senza mostrare modestia, con una trasparenza che oggi ci appare quasi disarmante e fastidiosa, perché priva di qualunque traccia di sindrome dell’impostore. Non aveva alcuna vergogna di essere vanitosa, e allo stesso tempo nessuna traccia di tracotanza, ma al contrario un’energia sempre leggera e generosissima.
È sempre pericoloso leggere un personaggio del passato con le lenti del presente, perché si rischia di non collocarlo nello spirito del tempo in cui ha vissuto, puntando l’attenzione solo sui tratti problematici, sugli errori, sulle posizioni che non ha cambiato. Nel caso di Moira Orfei, però, l’esercizio può rivelare non solo degli irrisolti, ma soprattutto delle sorprese. Se si abbandonano i pregiudizi e ci si accosta alla sua storia, infatti, è possibile cogliere la straordinarietà di una persona che ha agito sull’immaginario con il passo leggero di un’acrobata e lo sguardo della regista.
Negli anni del boom economico il circo era diventato un dispositivo culturale, una macchina di produzione di un sogno collettivo, e Moira voleva offrire alle persone un momento di sospensione dalla realtà quotidiana. Gli elefanti che danzavano, le tigri che obbedivano, lei stessa che attraversava la pista di ghiaccio su un cigno meccanico prima di raggiungere gli animali nella pista tradizionale, in cui ogni elemento costruiva un’esperienza totale, un mondo parallelo governato da leggi diverse da quelle della realtà ordinaria.
Uno spettacolo in cui il rischio era reale e il corpo esposto senza mediazioni, perché questo permetteva al pubblico di percepire la dedizione degli artisti, creando una forma di partecipazione emotiva che provocava pathos e sollievo, una meraviglia che nasceva anche dalla consapevolezza del rischio, dalla tensione tra bellezza e pericolo. Oggi sappiamo che quell’epoca non esiste più.
L’uso degli animali nel circo è diventato oggetto di un dibattito etico fondamentale e molte dichiarazioni di Moira ci suonano ancorate a stereotipi che abbiamo imparato a riconoscere come limitanti. Eppure, ridurre tutto a un giudizio morale retrospettivo significa perdere la possibilità di comprendere il potere che questa artista ha esercitato, trasformando il circo in un’esperienza totalizzante, capace di fermare una città intera, e costruendo qualcosa di grandioso quando farlo significava sfidare convenzioni che oggi non vediamo più.
Di Moira Orfei è stato detto che ha espresso un’idea di femminilità esasperata ma troppo stereotipata, che non ha distrutto i codici patriarcali e i ruoli di genere e che alcune sue dichiarazioni appaiono problematiche, se lette con la consapevolezza di oggi. L’imbarazzo che si prova di fronte al suo personaggio, però, dice più di chi lo prova che di lei, perché rivela la difficoltà di pensare a forme di potere femminile che non corrispondono agli schemi. Moira ci obbliga a fare i conti con il fatto che si può esercitare un potere reale pur abitando codici che dovrebbero subordinarti, e che le strategie di autodeterminazione femminile sono più varie e complesse di quanto le nostre categorie riescano a cogliere. La sua eredità più importante è la dimostrazione che la capacità di creare bellezza collettiva e di costruire un sogno è una delle forme più potenti con cui gli esseri umani affermano la propria esistenza. E che questa capacità, in Moira, era concreta e innegabile. Questo ha permesso che lasciasse una traccia di cui non abbiamo riconosciuto abbastanza il valore simbolico e culturale.