la Repubblica, 19 novembre 2025
Intervista a Luca Parmitano
Un caccia lanciato a tutta velocità con la cabina distrutta dopo lo scontro con un uccello. Un decollo per lo spazio con 70 tonnellate di cherosene dietro la schiena pronte a scagliarti in alto a 8 chilometri al secondo. Una passeggiata in orbita con il casco pieno d’acqua, che impedisce di vedere e respirare. «Ma io non ho provato paura. Il battito del mio cuore è rimasto sempre costante». Per spaventare l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Luca Parmitano, 49 anni, di recente c’è voluto piuttosto uno scarafaggio.
Come ha fatto?
«Guardavo la tv sul divano con mia moglie una sera. Dalla camera di sopra all’improvviso le mie figlie hanno iniziato a urlare. Sono corso su quasi senza respirare. Ero sicuro di trovarle in un lago di sangue, invece erano abbracciate e indicavano sul pavimento uno scarafaggio agonizzante. Quel che ho provato per un attimo è stato terrore».
Nel suo libro uscito ieri, “Camminare tra le stelle”, racconta anche della sua infanzia. Era già un bambino coraggioso?
«No, è normale che i bambini abbiano paura, è il loro modo di proteggersi. Il libro è dedicato proprio ai ragazzi, dai preadolescenti in su. Prova a raccontare come superare la paura per inseguire i propri sogni. Io da piccolo ero molto spaventato dal buio. Nella nostra casa a Catania bevevamo l’acqua buonissima che scende dall’acquedotto dell’Etna. Andarla a prenderla in cantina era il mio compito, ma c’era da percorrere un lungo tratto scuro prima di arrivare finalmente all’interruttore. Da allora ho sempre pensato che la luce fosse l’antidoto alla paura, e anche un mezzo per scoprire qualcosa di nuovo. Luce vuol dire anche conoscenza, studio, addestramento. Per questo dopo 18 mesi di preparazione un lancio spaziale non fa più paura».
Neanche gli ultimi attimi del conto alla rovescia?
«È come con le montagne russe. Se hai paura non ci vai. Se scegli di salirci è perché per te significano emozione, eccitazione, accelerazione. Noi astronauti non siamo costretti da nessuno a salire sulle astronavi, siamo come bambini che hanno scelto di provare le montagne russe. Vorrei anche sfatare il mito che siamo persone straordinarie. Il nostro lavoro è fuori dal comune, ma noi no. Come tutti abbiamo commesso errori e vissuto fallimenti».
Nel libro racconta dei due esami di volo falliti nel 1995 e del terzo superato a fatica.
«A nessuno piace fallire, ma bisogna pur sempre capire quali sono i propri limiti per migliorarsi».
Nel 2013, durante la passeggiata fuori dalla Stazione Spaziale, a causa di un difetto il suo casco ha iniziato a riempirsi d’acqua. Come ha fatto a mantenere il sangue freddo e rientrare sano e salvo?
«Un astronauta incaricato di una missione extraveicolare non viene mandato fuori in modo spavaldo. Ha centinaia di ore di addestramento sott’acqua con lo scafandro. Ha imparato tutte le procedure, incluse quelle di emergenza. È il tipo di addestramento di cui parlavo prima, quello che accende la luce e scaccia la paura».
Si era addestrato anche a volare su un caccia senza finestrino per l’impatto con un volatile?
«Nei casi di eventi improbabili come la distruzione della cabina di pilotaggio ci insegnano tre cose: continuare a pilotare per non lasciar andare il mezzo, navigare per dirigersi verso un obiettivo e comunicare sempre. Ogni azione dev’essere scomposta in piccole tappe, per evitare di affrontare il problema tutto insieme. Allora, nel 2005, ero un giovane capitano al picco del suo addestramento. Avevo 600 ore di volo sul mio aereo, lo conoscevo benissimo».
Oggi c’è qualcosa che le fa paura?
«Come tutti i genitori ho paura che possa accadere qualcosa alle mie figlie, ai miei cari in generale. Ho la mia figlia più grande da sola all’università e i miei genitori in un altro continente. Mi spaventano tutte le cose incontrollabili. Per le altre, quelle che puoi imparare a gestire con lo studio o l’addestramento, parlare di paura non mi sembra centrato».
La Stazione Spaziale Internazionale, sulla quale ha vissuto circa un anno, ha appena compiuto un quarto di secolo. Nel 2030 dovrebbe essere smantellata. Cosa verrà dopo?
«Era nata per durare 15 anni, ma i materiali non possono resistere ancora molto a lungo in un ambiente ostile come lo spazio. Penso che ci saranno privati interessati a proseguire esplorazione ed esperimenti con stazioni simili».
Si è parlato di trasformarla in un albergo spaziale.
«Mi sembra prematuro parlare di turismo di massa nell’orbita bassa della Terra».
Il 26 e 27 novembre l’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, terrà a Brema il Consiglio Ministeriale, l’organo che ogni tre anni discute le attività spaziali del futuro. Cosa si aspetta?
«Che l’Italia giochi un ruolo importante nel raggiungere il prossimo obiettivo, l’esplorazione della Luna. In un momento di instabilità di Francia e Germania, il nostro Paese con l’Agenzia Spaziale Italiana, le sue industrie e i suoi operatori, può diventare un traino per tutto il continente».