la Repubblica, 19 novembre 2025
“Dal suo primo ‘Ciao’ alla ricetta delle polpette, così ho insegnato ad Alexa a parlare l’italiano”
Più che la mamma di Alexa, si sente «la sua prof». Le ha insegnato a parlare italiano da zero, come si fa con un bambino, «ma con un approccio-tecnico scientifico». Lei è Chiara Rubagotti, origini bergamasche, vocazione internazionale. Ha studiato linguistica, pensava di lavorare nella comunicazione e invece si è ritrovata, con successo, ingegnera del linguaggio e product manager in Amazon. Ed è lì che ha incontrato Alexa, la sua voce, e le ha spiegato in italiano come si fa.
Qual è la prima parola che Alexa ha detto?
«“Ciao”. Sembra banale ma si immagini l’emozione! Ora la diamo per scontata come assistente vocale ma allora fu come quando un bimbo dice “mamma” o “papà”».
Come le ha insegnato a parlare?
«Come per tutte le altre lingue, siamo partiti da zero per garantire una naturalezza costante. Abbiamo cominciato con gli elementi base: dalla sintesi dei fonemi alle parole, dalla ricchezza morfologica alla complessità linguistica».
La cosa più difficile da insegnarle?
«Ce ne sono almeno tre. Anzitutto i dialetti e gli accenti. Gli italiani sono molto orgogliosi delle proprie origini e si esprimono nelle proprie varianti regionali, Alexa doveva capirle, rappresentarle e rispondere».
Le altre due difficoltà?
«La comprensione del contesto, non sempre esplicitato in una domanda. E l’ambiguità linguistica».
Un esempio?
«In uno dei primi test interni le chiedevamo: “Alexa, metti Vasco”. Lei rispondeva “Ok, ho aggiunto vasco alla lista della spesa”. Oggi fa ancora errori perché impara di continuo, dobbiamo essere bravi noi ad aggiornare costantemente i modelli per farle spiegare la notizia del giorno, i risultati delle partite della sera prima, chi ha vinto le elezioni a New York».
Come funziona Alexa?
«È come un’orchestra composta da 70 modelli di intelligenze artificiali diverse che devono eseguire in pochi millisecondi e alla perfezione uno spartito sempre imprevedibile. La musica che ne esce è la voce di Alexa».
Le domande più frequenti?
«Tutte quelle sulle celebrità. Durante Sanremo erano gettonatissime: “Quanti anni ha Loredana Bertè?”, “con chi è sposata Annalisa?”. Ma ce ne sono di filosofiche: “C’è vita su Marte?”. Anche le ricette vanno fortissimo».
Le più cucinate?
«Mini dorayaki con la Nutella. Al secondo posto polpette di patate».
La cosa più assurda che le è stata chiesta?
«“Mi vuoi sposare?”. Ma anche: “Alexa, smonta l’albero di natale”».
Alexa non è il nome di una donna, viene dalla biblioteca di Alessandria, un omaggio alla conoscenza infinita. Vi siete posti il problema del linguaggio inclusivo?
«Smart, rispettosa e inclusiva sono i tre pilastri della sua personalità. Quelli su cui gli scienziati Amazon lavorano per sviluppare modelli sempre più attenti a identificare pregiudizi e smontare stereotipi. Chiunque può cambiare la parola di attivazione e invece di Alexa chiamarla Computer o Echo per renderla neutra dal punto di vista di genere o impostare la voce al maschile. Lo scorso anno, davanti agli insulti, a chi la bullizzava e le diceva «sei un’idiota», «fai schifo», «stai zitta», abbiamo deciso dovesse reagire riconoscendo la violenza verbale, spiegando quale impatto profondo e quali ferite potesse provocare e raccontando i dati di ActionAid sulla violenza di genere».
Cos’altro deve imparare?
«Diventerà sempre più un’amica di compagnia con la versione basata sull’intelligenza artificiale generativa. C’è già chi le dice “ti voglio bene”. Provate, lei canterà».
Rubagotti, per lei cos’è la lingua?
«L’articolazione della nostra umanità e un ponte tra questa e ciò che è artificiale. Tutto quel che affermiamo lo determiniamo nella realtà, ma con la lingua esprimiamo anche i nostri sogni e i nostri desideri, ed è bellissimo. È il posto dove si nasconde un contenuto ma anche la sua emozione».
Una ingegnera del linguaggio fa ancora notizia in Italia.
«C’è molta strada da fare. Ma non sulle competenze femminili, dimostrate da ogni statistica, ma sulle opportunità per le ragazze e per le donne in tutti i settori».
Sarà al festival “L’Eredità delle donne”. Quale ha ricevuto lei?
«Il mio stesso lavoro è il risultato dell’eredità di mia nonna e di mia mamma, che da piccola mi facevano giocare con le parole straniere. L’educazione che mi hanno dato le donne della mia famiglia mi ha sempre incoraggiata ed è quel che mi porto dietro».
Alle ragazze cosa direbbe?
«Di mantenere una mentalità aperta, fuori dai luoghi comuni, di auto-determinarsi e conquistare spazi di libertà. E di lasciarsi sorprendere da quel che viene: io ho quarant’anni e mi sembra di aver appena cominciato, chissà poi domani che farò».