Corriere della Sera, 19 novembre 2025
«Il finale di Quello che le donne è stato modificato dalla Mannoia: un tipico errore da cultura woke. Andreotti volle sentirmi cantare»
Le candidate per cantare Quello che le donne non dicono erano tre: Lena Biolcati, Fiordaliso e Fiorella Mannoia.
«Con Luigi Schiavone, autore della musica, eravamo indecisi. Ci convinse Roberto Galanti, discografico di Fiorella, una persona di grande spessore e cultura, che oggi non c’è più. Sembra sia andata bene per tutti».
Enrico Ruggeri, 68 anni, è un «libero pensatore» che alla musica ha dedicato gran parte della sua vita (due volte vincitore a Sanremo), scrivendo per sé stesso o regalando le sue canzoni ad altri, sconfinando anche nella radio e in tv e mettendosi alla prova con romanzi, racconti, poesie e un’autobiografia. Quello che le donne non dicono è fra i suoi brani più noti.
Cosa la colpì di Fiorella?
«La grinta. Era molto più rock all’inizio, non conosceva mezzi termini. Si è raffinata dopo. Ci siamo conosciuti negli anni Ottanta, abbiamo fatto un tour insieme, in pullman, lei si affacciava timidamente nel mondo della musica, faceva la stuntwoman».
«Ti diremo ancora un altro... no». Fiorella ha tolto il sì, cambiando il finale.
«Un errore».
Perché?
«Questa è una canzone sulle speranze disattese. Le donne parlano ai loro uomini: non sei più come all’inizio del nostro amore, torna a essere com’eri e ti diremo ancora un altro sì. L’incertezza è già nel testo».
Le è dispiaciuto?
«Mi sembra una forzatura dettata dalla cultura woke».
È fra le sue canzoni più amate.
«Ritengo di aver scritto almeno dieci brani sulle donne di caratura superiore a quella. Ma non si può avere tutto dalla vita e la gente ha deciso diversamente, anche grazie a Fiorella, che è stata un’apripista, cantandola a Sanremo nell’87».
Quel Festival lei lo ha vinto con «Si può dare di più» insieme a Gianni Morandi e Umberto Tozzi.
«Credo non sia mai successo di arrivare primo e contemporaneamente ottenere il premio della critica con una canzone diversa».
Come lo ricorda?
«È stato frenetico, era la prima volta che sentivo la pressione dei favoriti, i fotografi fuori dalla stanza d’albergo, sempre al centro dell’attenzione. Ci rincorrevano ovunque».
Come ne siete usciti?
«Ci ha aiutato essere molto affiatati. Umberto, Gianni e io ci conoscevamo da tempo, eravamo compagni di squadra nella nazionale italiana cantanti. Si può dare di più è nata negli spogliatoi».
Stadio Olimpico di Roma, 25 maggio 2000: la Nazionale Cantanti gioca contro una squadra di calciatori israeliani e palestinesi. In tribuna d’onore, Peres e Arafat.
«Fu il loro ultimo incontro. Una giornata complicatissima. È come se oggi portassimo allo stadio i leader di Hamas, Netanyahu e il presidente Mattarella. Perché allora il “terzo” era Carlo Azeglio Ciampi».
Cosa la emozionò?
«Arafat. Aveva un’aura superiore a tutti i politici, gli uomini pubblici, i papi, compresi Gorbaciov e il Dalai Lama, che ho incontrato. Respiravi una luce, vedevi la storia. Ha pranzato con noi, ma lo abbiamo lasciato tranquillo, non abbiamo parlato del Medio Oriente».
Un argomento che ha affrontato più volte nelle canzoni.
«Ne ho scritto prima che diventasse una moda, prima che la bandiera palestinese finisse su poster e magliette come la faccia di Che Guevara. Prima che fosse un hype per giovani cantanti che fanno pezzi sul mojito e poi si scoprono democratiche».
Ce l’ha con qualcuna in particolare?
«Il problema non è la voce, sono tutte brave. Manca la personalità. Spessore zero».
Mai?
«Non mi voglio avventurare. Ma posso dire che Françoise Hardy non ha mai fatto vedere neanche un gomito ed era infinitamente sexy».
Ha dato i suoi brani a interpreti grandissime. A Mina, Il portiere di notte.
«La scelse lei, mi chiamò per darmi la notizia. Pensai a uno scherzo».
Loredana Bertè.
«Non c’eravamo mai incontrati. Dopo una serata al Festivalbar, Ivano Fossati venne in camerino, si complimentò e mi chiese se avevo dei versi per un nuovo album di Loredana. Lei si innamorò del Mare d’inverno. Fu un grande atto di fiducia nei miei confronti, perché era già un mito».
È una canzone che nasce da una delusione d’amore.
«Vero. La scrissi insieme a Nuovo swing in un pomeriggio, dopo il bidone di una ragazza. Non finirò mai di ringraziarla».
A Patty Pravo ha dato Strada per un’altra città.
«E l’ho pure intervistata per una mia trasmissione. È carina, gentile e una vera diva. Le riprese erano in Galleria del Duomo a Milano. Lei arrivò, girò lo specchietto dell’auto della polizia che sostava all’ingresso, e si diede un’occhiata».
Il programma si intitolava Quello che le donne non dicono.
«Sì, nel 2008, erano gli anni in cui c’erano i budget per fare dei bei programmi in seconda serata. Entravo in un cubo trasparente insieme a una donna che si raccontava».
Cosa la colpì?
«La sofferenza di Loredana Bertè, la determinazione di Federica Pellegrini e mi emozionò Rita Rusic che da profuga istriana si è presa grandi rivincite».
Le piace fare televisione?
«Sì e credo anche di essere piuttosto bravo».
È stata confermata una nuova stagione de Gli occhi del musicista su Rai 2.
«L’impianto sarà sempre lo stesso: dimostrare che la musica italiana è viva e vegeta, non è quella di Spotify, non è quella degli algoritmi, non è quella delle radio commerciali o dei canali televisivi, però c’è eccome».
Cosa ne pensa dei concerti con i numeri gonfiati?
«Non mi riguarda, non ho nessuna velleità di fare live di quel tipo e non ho neanche quel bacino di utenza che riempie gli stadi. Al massimo mi sono spinto fino al Forum. Francamente ho un pubblico molto più elevato. D’altra parte si vende più il tavernello dello champagne».
La più grande delusione?
«Dopo aver contestato profondamente tutta la narrazione sul Covid sono stato messo in cantina per tre anni, senza mai affacciarmi in tv».
Da cosa dissentiva?
«Dal pensiero dominante che ci portò ad esibire un green pass anche per andare a lavorare, peggio del ventennio fascista dove forse senza tessera qualcosa riuscivi a fare».
Una grande soddisfazione?
«Ricordo quando arrivai in uno studio televisivo per cantare Il portiere di notte. Giulio Andreotti stava andando via, lo vidi tornare indietro e lessi il labiale: questa la voglio sentire».
Ruggeri da giovane.
«Ero un ragazzo determinato che non aveva la minima idea di cosa volessero dire soldi e successo. Suonavo perché avevo delle cose dentro che dovevano esplodere. Tutt’al più cantavo per piacere alle ragazze».
Sbagli?
«Artisticamente mi sembra di aver svolto un buon lavoro, ma professionalmente gli errori strategici sono stati tantissimi».
Quali?
«Aver fatto 200 concerti all’anno senza risparmiarmi, aver inciso per un periodo tre album ogni due anni: forse avrei dovuto centellinarmi di più. Mi sono dato parecchio da fare, sono vecchio. A me non piaceva andare in vacanza, volevo lavorare».
La cosa più bella della sua vita?
«Salire sul palco».
Inconvenienti?
«Tanti, ma la bravura sta nel far sì che nessuno se ne accorga. Per me un errore è lasciar trasparire l’emozione: chi a metà canzone si mette a piangere è una persona fragile. L’artista deve far commuovere gli altri».
Se ne accorge quando succede?
«Ogni volta che canto il pezzo sull’Alzheimer guardo negli occhi la gente e capisco chi andrà a casa a curare la madre. Per me la soddisfazione più grande è quando mi dicono: hai raccontato la mia vita senza conoscermi».