Il Messaggero, 17 novembre 2025
Crescono le dipendenze ma i Serd sono in affanno. Mancano 1.900 specialisti
Nuove droghe, mix più forti, ragazzi sempre più giovani: in Italia le dipendenze avanzano più rapidamente dei servizi incaricati di fermarle. E mentre crescono i casi tra i minorenni e aumentano le crisi psichiatriche, la rete che dovrebbe contenerle si sfalda. I SerD i servizi pubblici che dovrebbero prevenire, curare e accompagnare queste persone lavorano ormai in apnea. Mancano 1.900 specialisti, ogni operatore ha in carico in media 24 pazienti, con punte che arrivano a 37 in Umbria. In alcune città gli accessi quotidiani superano le centinaia: questo equivale a turni infiniti e sale d’attesa sature.
IL REPORT
Il resto della pressione finisce negli ospedali. Nel 2024 gli accessi droga-correlati al Pronto soccorso sono stati 8. 378, un dato in lieve calo (-2, 5%) ma con un elemento cruciale: uno su dieci riguarda un minorenne. Il grosso dei casi, però, si concentra tra i 25 e i 44 anni, che rappresentano il 43% degli accessi. E quasi la metà dei pazienti (47%) arriva già in stato psicotico. In 904 casi è stato necessario un ricovero: 37% in psichiatria, 17% in terapia intensiva, 4% in pediatria. Un incremento costante negli anni: dal 2012, quando il tasso era 6 ricoveri ogni 10mila abitanti, si è passati a 9, 3, con il 69% delle ospedalizzazioni concentrato nel Nord. È questa la fotografia di una crisi nazionale, più che il report, dalla Fondazione Gimbe al XIV Congresso Federserd tenutosi a Milano a fine ottobre scorso. «L’offerta assistenziale è a macchia di leopardo e in affanno», avverte il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta. E le cifre lo confermano, rivelando un paradosso netto: più dipendenze, meno personale, più bisogno di cura e meno possibilità di offrirla.
GLI OPERATORI
E chi nei SerD ha lavorato una vita lo dice senza giri di parole. Claudio Leonardi, presidente della Società Italiana Patologie da Dipendenza (Sipad), medico con 39 anni di servizio nell’attuale Asl Roma 2, conosce bene il prima e il dopo: «Quindici anni fa la situazione era più adeguata: il personale c’era e non stavamo arrancando come adesso. Poi abbiamo iniziato a perdere operatori». Nel suo dipartimento negli ultimi anni «eravamo 4 medici, ora sono rimasti in 3: bravissimi, ma troppo pochi». Troppo pochi per reggere flussi che, già allora, erano imponenti: «Avevamo anche 250 ingressi al giorno e non erano nemmeno i numeri più alti. Al Tuscolano, quartiere molto più popoloso, si arrivava a 600». Intanto è cambiato il volto dei pazienti: «Sono sempre più giovani e policonsumatori: assumono anche quattro sostanze insieme, spesso psicostimolanti nuovi, derivati della cocaina e delle metanfetamine». Per Leonardi il nodo è strutturale: «Mancano almeno 2.000 operatori sanitari: medici, psicologi, infermieri, ma anche educatori e assistenti sociali che partecipano alla valutazione e alla terapia multidisciplinare. Per anni sono stati stanziati pochi fondi per le dipendenze rispetto ad altri settori. Questo governo ha messo 164 milioni per il mondo delle dipendenze, di cui 30 milioni dedicati esclusivamente all’assunzione di personale: non era mai accaduto. Ora però le Regioni devono aprire bandi e concorsi specifici per i SerD, altrimenti i soldi non si tradurranno in servizi».
LE COMUNITÀ DI RECUPERO
Il quadro sul territorio lo confermano anche le comunità terapeutiche. José Berdini, responsabile delle comunità Pars nelle Marche, parla di una collaborazione «solid» con i SerD, ma di pazienti sempre più complessi: «Oggi molti giovani mescolano alcol, farmaci e stimolanti: una miscela che rende la presa in carico difficilissima». Per Berdini, la vera emergenza è culturale: «È una guerra culturale. Per anni qualcuno ha raccontato che si può convivere con le droghe o con l’abuso digitale. Non è vero. Servono percorsi di formazione integrata tra neuropsichiatria infantile e adulta, SerD, e comunità. L’Italia ha molto da insegnare, ma oggi siamo soli». Lo stesso allarme arriva dalle storiche strutture di Comunità Incontro. «Le dipendenze sono cambiate: alle sostanze classiche si aggiungono quelle digitali e comportamentali», osserva il responsabile Giampaolo Nicolasi, per questo «stiamo aprendo nuovi punti ascolto per intercettare prima il disagio». Ma nessun percorso regge se manca la base: il personale. Ed è qui che la fotografia di Gimbe diventa impietosa: per gli standard del Ministero servirebbero 7.860 professionisti, ma gli ambulatori ad oggi si fermano a 6.005.