Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Marino Niola: la Meloni ‘parla come mangia’, ma sembra Drive in

“Si sa che sono stronza”, dice di sé la presidente del Consiglio.
“Parla come mangi!” era una formidabile rubrica di Cuore, l’inserto satirico dell’Unità. Qui siamo oltre, ma c’è una ragione.
Qual è la ragione, professor Niola?
Il linguaggio contemporaneo è mutuato dalla progressiva digitalizzazione. E nel digitale il segnale dev’essere sempre più forte per essere ricevuto bene. Perciò le parole avversative, quel fiume rancoroso di odio, o nettamente colorito o decisamente cafone, divengono la strettoia necessaria per comunicare.
Il livello della politica è davvero solo e unicamente da bar sport?
Mi permetta prima di dire che la Meloni, molto talentuosa, con quella frase annulla un insulto che altri hanno diretto a lei, quindi è tecnicamente perfetta. Però, certo, usano idiomi e movenze di un palco televisivo, una sorta di Drive In.
“Chi non salta comunista è”. E tutto il centrodestra a Napoli, per la tornata elettorale regionale, a saltare: ministri, presidenti, carabinieri candidati.
Purtroppo, dovremmo aggiungere. L’avvento di Silvio Berlusconi costituisce il giro di boa lessicale. Toglie ogni riparo alla parola civile e la rende ora diretta, ora greve, ora cafona. Sempre alla minima altezza. Lui toglie ogni futuro alle sue frasi, ai suoi progetti, alle sue parole. È il presente a interessarlo, incuriosirlo e a definirlo. Sul presente gioca ogni partita.
Quindi il “parla come mangi!” di chi faceva sarcasmo nella prima Repubblica, diviene un quotidiano cacio e pepe nella Seconda.
Noi eravamo abituati a parole che avevano una profondità nella contrapposizione politica, una nettezza e una identità poi scomparse.
“Compagne e compagni”: si iniziava così ogni comizio comunista.
Dirsi compagni per definire una comunità di scopo, una unione in cui il piacere di stare insieme raddoppiava con il dovere di sostenere l’altro. Compagno ha la sua radice in cum panis, dividere il pane. È una comunità di scopo e insieme anche il modo di intendere che coloro che non erano compagni fossero invece nemici.
Compagno Berlinguer!
L’idea egualitaria portata al massimo delle condizioni possibili: col tu al segretario generale del partito, al capo dunque, si annulla ogni scala gerarchica, ogni differenza. Il tu rende la società orizzontale e paritaria: diviene, almeno nelle parole, la società degli eguali.
Solo quando morrà (e la morte coglierà il segretario del Pci durante un suo impegnativo tour elettorale in Veneto) l’Unità sceglierà di chiamarlo per nome: “Ciao Enrico”. Nella Democrazia cristiana questa confidenza era praticamente proibita.
Anzitutto nella Dc c’erano gli “amici”. Una parola più neutrale, frutto non di una condizione sociale ma di una presa di coscienza individuale. Gli “amici” di Andreatta, gli “amici” di Moro o di De Mita. Figurarsi se gli elettori si azzardavano a chiamare il leader per nome.
Il linguaggio della politica era più ricercato davanti a una società civile meno acculturata. Un paradosso?
Attenti a non fare confusione: era quella una società con meno informazioni non con un deficit di conoscenza.
Però l’alfabetizzazione di massa si raggiunge dopo gli anni cinquanta e il discorso pubblico, in quel tempo, è pieno di allusioni, di incidentali, di parole equivoche.
Lei mi sta ricordando le “convergenze parallele” della Dc. Cos’erano se non un intruglio magico di opposti, un nonsense di altissimo profilo. Le convergenze che non si ritrovano mai danno il senso di un partito che prende i voti dai padroni e dagli operai. Da sopra e da sotto.
Appunto la Dc.
Che infatti governerà l’Italia, attraverso la coniugazione degli opposti, per cinquant’anni. Un miracolo, no?
La sinistra invocava le masse.
Le grandi masse erano un popolo grandioso e pressante, omologato nel ceto che produce al livello più basso: l’operaio, il contadino. Chi zappa, chi spala, chi porta il camion. I subordinati riuniti in questa massa le cui condizioni di vita miglioravano tutte insieme. Gli uni erano legati agli altri.
Per la Dc non esistevano le masse, ma la gente.
Definizione più neutra, incolore, non divisiva. Esattamente l’abito preferito da quelli là.
Adesso invece con questi qua?
Cosa vuole che le dica?