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 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Intervista a Giovanni Vernia

«Il mio talento? Dare fastidio. Chiedete pure ai miei parenti». Più precisamente, a zio Eugenio: la prima vittima di un ancora giovanissimo Giovanni Vernia, che passava le estati a osservare Zio Sotto Sforzo («lo chiamavo così») per poi tornare a Genova, e fargli il verso per giorni. «Mi divertivo da matti a imitare la sua voce perché era molto roca, come se fosse bloccato in gola – ridacchia il comico del Gialappashow, nonché speaker di radio RDS – una volta sono andato avanti a fargli il verso così a lungo che mamma mi ha portato dal pediatra: era preoccupata per la mia voce». La diagnosi fu però chiara: «Signora, suo figlio è solo molto abelinato che, tradotto dal genovese, vuol dire che ero un pirla». Il fatto è che lui non poteva farne a meno: già prima di arrivare in tv, imitava chiunque avesse a tiro, amici, professori, rettori universitari, dirigenti aziendali. Poi, quando gli hanno dato un palcoscenico e carta bianca, ha puntato ancora più in alto incarnando un’intera generazione con il suo discotecaro Jonny Groove a Zelig, per poi scomodare Jannik Sinner («non ci siamo mai sentiti: non gli ho dato il mio numero»), Achille Lauro, «Furbizio» Corona e, da questa edizione del Gialappashow, Cesare Cremonini.
Un istinto irrefrenabile?
«Mi è sempre piaciuto mostrare un cortocircuito, più che raccontarlo. È una comicità più diretta, empatica. O forse, come diceva papà, sono solo una capa fresca...».
Genova le stava stretta?
«Penso che la grande tradizione comica genovese sia nata per ragioni di sopravvivenza: per tirarti un po’su, devi per forza buttarla sul ridere. Il popolo genovese sa perfettamente di essere chiuso, pessimista, cinico e non fa nulla per migliorarsi, perché è contento così, ma per lo meno è autoironico e questo è un grande pregio».
Suo papà era maresciallo della Guardia di Finanza: un tipo tosto?
«Tostissimo. Era uno di quelli a cui bastava un’occhiata per farsi capire: quarant’anni di vita militare ti forgiano. Se ho rigato dritto e non mi sono perso è merito suo».
A scuola era una testa calda?
«Sempre stato un timido, tranquillo, ma la mia era una pacatezza più da serial killer, che sta nelle retrovie e osserva tutto e tutti prima di entrare in azione, nel mio caso con un’imitazione».
Si è iscritto però a Ingegneria elettronica: chi l’ha costretta?
«All’inizio sognavo di fare il pediatra. Ho cambiato idea quando ho capito che, prima di vedere un soldo, avrei dovuto aspettare 5 anni di studio, 3 di specialistica più un anno di fuoricorso che mettevo già in conto di mio. Troppo. Così ho cercato una laurea che mi garantisse di essere indipendente subito: ingegneria elettronica».
Le piaceva?
«Mi annoiavo a morte. Ero quello dei recuperoni: mi chiudevo in casa un mese prima dell’esame e facevo tutto di corsa. Alla fine mi sono laureato con 110, solo un anno fuori corso, e ho subito trovato lavoro, nella ridente Milano, zona Bonola: periferia estrema, molto malfamata. Si figuri che, pur di rubare, sono entrati pure da noi, che non avevamo nulla: tre ragazzi squattrinati in un mini appartamento. Mi rubarono però tutti i cd. Disastro».
Li ha poi ritrovati?
«No, ma so chi li ha presi: quando uscivo di casa, sentivo sempre la mia musica. Veniva dal piano terra, dove abitava un cortese signore agli arresti domiciliari per ricettazione».

Quando mollò tutto per il cabaret?
«Grazie ad Adriana: mia moglie Marika. La chiamo così in omaggio a Rocky. All’epoca facevo doppio lavoro finché la mia agenzia di spettacolo non mi ha messo davanti a un aut aut: rifiutavo troppi ingaggi. Dovevo scegliere: il palco o l’azienda. Marika mi spronò a scegliere la comicità e quando me lo disse nella mia testa sentii la musica di Rocky».
Una donna lungimirante?
«Lei si è innamorata del Vernia pirla, non dell’ingegnere. Ci siamo conosciuti sul luogo di lavoro: in quel periodo facevo una consulenza per le Poste, dove lavorava lei, ma non ero molto in bolla. Facevo soprattutto battute e gag. Cercai la sua mail e iniziai a mandarle dei racconti comici con noi due protagonisti. L’ho conquistata così».

Per questo nelle sue gag non la prende mai in giro?
«Esatto. Abbiamo un rapporto bellissimo: io dico sempre sì, e siamo a posto. Battuta a parte, in casa è lei il genitore autorevole. Se i miei figli devono chiedere un permesso, vanno da mamma».

L’azienda però non l’ha mai davvero lasciata: fa dei “workshock”, per introdurre l’umorismo nelle società. Arte e business possono dialogare?
«Spesso si confonde la spiritosaggine, ovvero fare i simpatici risultando fastidiosi, con l’umorismo che invece è un atto di umiltà. Essere ironici vuol dire cercare l’empatia con l’altro, aver voglia di stare bene insieme, ed è vitale in contesti aziendali spesso caratterizzati da sguardi truci e un lavoro, almeno a Milano, inteso come sofferenza: quando staccavo alle 18,30 mi dicevano “uè, oggi mezza giornata?"».
In tv si tende a fare incontrare i vip con i propri alter ego comici: amplifica la risata o la uccide?
«L’ho fatto solo una volta con Mengoni, personalmente non mi piace perché trovo che spezzi la magia: emergono tutte le differenze, non solo visive».
Da (finto) Sinner, lei avrebbe accettato la Davis?
«Il punto è proprio questo: noi non siamo lui. Sappiamo cosa vuol dire essere i numeri uno, tenere quel ritmo di allenamento, gestire le pressioni? Non credo. Quindi lasciamo che sia lui a scegliere e fidiamoci». —