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 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Baratro salariale

Qualche progresso c’è ma è così timido che il confronto con gli altri Paesi è impietoso. L’Italia è all’85esimo posto per il divario di genere a livello mondiale (su 148 nazioni esaminate): nell’ultimo anno ha superato nel ranking Kazakhstan, Kenya, Paraguay, Romania, Sierra Leone, Timor-Leste e Togo, ed è stata a sua volta sorpassata da Bangladesh, El Salvador, Guatemala, Israele e Zambia secondo il Global Gender Gap Index, che viene pubblicato dal World Economic Forum. Nel 2022 eravamo al 63esimo posto nel mondo: in tre anni abbiamo perso 24 posizioni (due nazioni sono uscite dalla classifica). Dati che sono stati elaborati e integrati con un’analisi specifica per il nostro Paese nel rapporto 2025 presentato in anteprima dall’Osservatorio Jobpricing. Negli ultimi due anni, la velocità di chiusura del divario di genere aveva subito un preoccupante rallentamento: si era passati dai 132 anni stimati nel 2022 per raggiungere la piena parità a livello globale ai 134 del 2024. Quest’anno, invece, è stata registrata un’inversione di tendenza positiva, con una lieve accelerazione verso la parità: il gender gap complessivo risulta ora colmato al 68,8%, con un progresso di 0,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Comunque troppo poco. Proiettando l’attuale andamento nel futuro, serviranno ancora 123 anni per raggiungere la piena parità.
Guardando al confronto con il resto dell’Europa, l’Italia mantiene ancora un ritardo significativo in termini di occupazione femminile, divario retributivo e presenza ai vertici delle organizzazioni, sia nel settore pubblico sia nel privato. Nell’Europa a 27, la nazione migliore è la Finlandia, mentre il nostro Paese è al 24esimo posto. Nonostante la crescita della partecipazione delle donne al mercato del lavoro registrata negli ultimi anni, permangono ostacoli strutturali che penalizzano soprattutto le madri, le lavoratrici più giovani e chi opera nei settori a più basso valore aggiunto. «Il nostro Paese – sottolinea Nicole Boccardini, senior consultant di JobPricing e operations manager di Idem – Mind The Gap – sta affrontando la questione con nuovi strumenti normativi che puntano a maggiore trasparenza, equità nell’accesso alle retribuzioni e alle carriere e cambiamento della cultura organizzativa. Tuttavia, gli interventi osservati finora non sono ancora stati in grado di ridurre in modo strutturale le disuguaglianze accumulatesi nel tempo. Ridurre il gender gap non è soltanto una questione di giustizia sociale, ma anche una leva decisiva di sviluppo economico».
Il divario retributivo medio nel settore privato è pari al 7,2% sulla retribuzione annua lorda (ral) e all’8,6% sulla retribuzione globale annua (rga), con una distanza che si amplia fino al 27,4% sulla sola componente variabile. Le donne guadagnano in media 2.300 euro in meno di ral e 2.900 euro in meno di rga rispetto agli uomini. Il gender pay gap cresce con l’età e con l’anzianità di servizio, superando il 12% nella fascia 55–64 anni. E resta marcato nei ruoli di responsabilità: nei ruoli apicali – dirigenti e top manager – le donne sono solo il 19%, mentre tra i quadri la percentuale sale al 31%. Nei consigli di amministrazione delle società quotate, la rappresentanza femminile raggiunge il 43,2%, ma solo il 16,9% ricopre ruoli esecutivi e appena il 2,3% è amministratrice delegata. «Questi dati evidenziano come la disuguaglianza economica derivi più dal mancato accesso ai percorsi di carriera che da differenze dirette nelle retribuzioni per ruoli equivalenti» sottolinea ancora Boccardini. Proprio per queste differenze, le donne si dichiarano meno soddisfatte del proprio pacchetto retributivo: la media complessiva è 3,6 punti, contro 4,5 degli uomini e le differenze più forti si registrano sulla percezione di equità interna e di meritocrazia.
Cambia anche la gerarchia delle priorità: le lavoratrici danno più peso a flessibilità oraria, smart working e benefit legati alla conciliazione, mentre gli uomini restano più focalizzati sulla retribuzione variabile e sulle prospettive di crescita economica. «Il gender gap, quindi, non è solo un tema di “quanto si guadagna”, ma di come si lavora, si cresce e si viene riconosciuti. anche per questo la riduzione del divario richiede un cambiamento profondo, non solo normativo ma culturale» aggiunge la ricercatrice. Qualcosa potrebbe cambiare grazie alla direttiva Ue 2023/970 sulla trasparenza retributiva che impone alle aziende di misurare, comprendere e correggere le differenze retributive in modo strutturato e continuo. Non un vincolo burocratico, ma uno strumento per rendere più equo e competitivo il mercato del lavoro. «Il Gender gap report ci ricorda che il divario retributivo è solo la punta dell’iceberg di disuguaglianze più profonde, culturali e strutturali che accompagnano le donne fin dal percorso formativo, condizionando accesso, crescita e riconoscimento nel mondo del lavoro. Le donne continuano a farsi carico in misura sproporzionata del lavoro di cura, e rimangono ancora sottorappresentate nei ruoli decisionali. Colmare questo squilibrio – conclude Boccardini – non significa solo correggere un’ingiustizia economica, ma intervenire su meccanismi organizzativi e culturali che continuano a limitare il pieno riconoscimento del lavoro femminile».