Robinson, 17 novembre 2025
Professor Nietzsche: gli inediti del filosofo che danzò con Dioniso
La tragedia greca deriva dalla lirica, quella nuova dall’epos. Quali conseguenze! Ma la tragedia è nata dalla lirica dionisiaca, non da quella apollinea: dolore, terrore, voluttà, piacere nel dolore, eccitazione primaria, una specie di incantesimo, terribile anche nella gioia. Un dio straniero che ha superato ogni resistenza: lo sviluppo artistico del ditirambo è un tentativo di domare questo demone.
L’idea del tragico è nata da questo sostrato dionisiaco: all’uomo, scosso in tutte le sue certezze fondamentali dal piacere e dal terrore, nonché dai prodigi che lo circondano, si schiude per un istante un ordine delle cose completamente trasfigurato; la colpa, il destino, il declino degli eroi sono solo un mezzo per gettare uno sguardo in questo mondo trasfigurato. La tragedia è una festa dell’intera comunità civica: il sentimento solenne del pubblico, la serena atmosfera mattutina, gioiosa e robusta, l’ampia cerchia dei venti-trenta mila concittadini riuniti, il cielo aperto, i cori che entrano in scena cinti di corone dorate e adorni di vesti preziose, la bella architettura della scena, l’unione di tutte le arti delle Muse.
La disposizione emotiva degli spettatori è di grande importanza per lo sviluppo del teatro. Si pensi al teatro classico francese, quando i nobili avevano i loro posti direttamente sulla scena e gli attori avevano appena dieci passi a disposizione per recitare: il palcoscenico fa da anticamera, il timore del ridicolo è la coscienza dei tragici francesi. Vi è un’enorme differenza tra la tragedia greca e quelle attuali per quanto riguarda la massa del materiale presentato. Secondo la nostra percezione, gli avvenimenti narrati in una tragedia greca dovrebbero occupare lo spazio di un solo atto. Scopo del poeta è dar vita a una magnifica scena di pathos che si conclude all’apice della sua intensità, momento culminante dello stato d’animo lirico: l’azione serve solamente a preparare questo scopo. Nel dramma moderno invece è l’azione stessa a costituire lo scopo.
Da questa differenza di scopi tra il dramma antico e quello moderno deriva una tecnica di composizione dell’opera completamente diversa: il momento culminante dell’antico dramma arrivava là dove per noi, invece, cala il sipario. Le parti più interessanti delle nostre tragedie, i primi quattro atti, non esistono nel dramma greco. In Shakespeare si percepisce che la partecipazione del poeta per i suoi eroi diminuisce nell’ultima parte, poiché il suo interesse è volto ai processi psicologici che preludono all’azione; ai poeti greci invece interessano i processi psicologici che seguono l’azione. Il poeta moderno preferisce soffermarsi sulle premesse, quello antico ama trarre le conclusioni. In summa: la costruzione della tragedia antica è molto più unitaria e semplice.
L’attore tragico si trova fin dall’inizio in una posizione del tutto diversa rispetto all’attore moderno. L’animo dello spettatore si lascia coinvolgere dal coro, la cui musica inebriante lo induce a raffigurarsi un essere sovrumano quando un attore fa il suo ingresso sulla scena: senza una simile predisposizione emotiva l’attore antico apparirebbe ridicolo e grottesco. Il suo compito non è affatto di recitare con naturalezza, ma di corrispondere a un raro e innaturale stato d’animo dello spettatore, ovvero alla sua pretesa di vedere sulla scena dèi ed eroi. Gradualmente si prepara un cambiamento nella struttura del dramma: quanto più spazio viene concesso alla recitazione dell’attore e ai suoi virtuosismi (nel canto), tanto più questi distoglie gli spettatori dal coro e indirizza il loro interesse in un’altra direzione. La posizione dei cantica ora si modifica: originariamente erano la parte più importante della tragedia e affiancavano gli episodi; ora passano invece progressivamente al ruolo di intermezzi. La contrapposizione tra il coro e il singolo cantante virtuoso, una volta prodottasi, era destinata ad acuirsi sempre di più: la storia della tragedia è tutta in questo processo.
Nella tragedia greca l’azione è originariamente episodica, dunque scarsa; in Shakespeare è al contrario sovrabbondante e gradualmente viene a collocarsi al centro della trama. Poiché le grandi scene di pathos costituivano lo scopo principale nella tragedia antica, il compito degli episodi era quello di prepararle e di spiegarle; a tal scopo, veniva introdotta una ristrettissima quantità di azione, appena sufficiente a fornire una spiegazione. (…)
Grazie al ciclo epico e ai poeti lirici, tutti i soggetti delle tragedie erano ben conosciuti: i medesimi drammaturghi trattano tutti i medesimi soggetti. Così Eschilo chiamava le sue tragedie briciole del pasto di Omero. Esiodo si limitava al nucleo e alla radice dei miti, ma gradualmente verranno impiegate anche le ramificazioni secondarie del mito: il folle Alcmeone, l’eroina Antigone e Andromaca sono tutti germogli del mito originario. Il gusto del popolo per la tragedia ci mostra un mondo completamente mutato rispetto a quello che si compiaceva dell’epos e del rapsodo: non vi è abbondanza di azione e di vita, ma approfondimento di una singola trama e, in seguito a ciò, una critica della vita – ma la concezione fondamentale della vita è la stessa, e trova espressione già nel mito. (…)
In origine il poeta tragico era soprattutto impegnato a recitare e a danzare. Il suo mestiere era quello dell’artista addetto alle feste dionisiache. Doveva intendersi di molte arti e poteva farlo solo perché aveva avuto una buona educazione e buoni maestri. Era del tutto naturale che la tradizione venisse tramandata di padre in figlio: così ad esempio Polifradmone è figlio di Frinico, Aristia è figlio di Pratina, Bione ed Euforione sono figli di Eschilo, Filocle suo nipote, Astidamante a sua volta nipote di Filocle. Lo stesso dicasi per i figli e i parenti di Sofocle ed Euripide.
In un secondo momento si fanno avanti anche dei dilettanti, ad esempio i retori e gli uomini politici come Crizia e Cleofone. Teodette era maestro di retorica. Vi sono anche poeti assai versatili, che non eccellono in nessuna di queste arti, come nel caso di Ione. Si conosce anche un sofista, Polido, che era anche pittore e musicista. Dopo la morte di Euripide e Sofocle si avvertì immediatamente il declino dell’arte tragica: Le rane di Aristofane lo dimostrano. Non resta che la spigolatura, corruttori dell’arte che scompaiono in fretta non appena hanno ottenuto un coro e trescato con la tragedia.