la Repubblica, 17 novembre 2025
Lo storico Miguel Gotor: “L’omicidio Mattarella tra mafia, neofascisti e Gelli”
“L’omicidio di Piersanti Mattarella matura dentro “gli ibridi connubi” denunciati dal giudice Falcone. Non a caso la testimonianza del magistrato è rimasta secretata per trent’anni, al riparo dall’opinione pubblica”. Già autore di libri rivelatori sull’omicidio di Aldo Moro e su una tragedia della Repubblica ancora avvolta da opacità, Miguel Gotor prosegue la sua ricerca sul terribile biennio che fece seguito a quei fatti, una stagione di sangue segnata da delitti politici, attentati, carneficine (L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna 1979-1980, Einaudi). La definisce “la seconda fase della strategia della tensione”, in continuità con la prima inaugurata dalla madre di tutte le stragi che è la bomba in piazza Fontana nel 1969. Il filo conduttore di questo angosciante e documentato viaggio dentro “la foresta del potere italiano” è l’intreccio costante tra l’arcipelago neofascista, la massoneria occulta, la criminalità mafiosa, pezzi di politica corrotta e l’anti-Stato di quei funzionari infedeli annidati nell’alta burocrazia, nei servizi, nella polizia, nei carabinieri, nell’antiterrorismo. Quegli “ibridi connubi” che lo storico indica come “un carattere originale e forse insopprimibile della nostra vicenda nazionale”.
A distanza di 45 anni, sull’omicidio di Piersanti Mattarella esiste una verità giudiziaria ancora molto parziale: conosciamo i mandanti, la mafia corleonese; non conosciamo ancora gli esecutori.
“Di solito accade il contrario: si conoscono le vili mani di chi colpisce e si fa fatica a individuare gli ispiratori. È stato questo paradosso a indurmi a studiare il contesto storico in cui matura il suo assassinio. Al paradosso si aggiunge l’anomalia che a distanza di tanti anni sia ancora aperta un’inchiesta giudiziaria. È giusto che sia così perché l’omicidio è un reato imperscrittibile. Ma la protratta mancanza di una completa verità giudiziaria pone un problema di ordine civile perché tiene in ostaggio la vicenda rinviando il momento della sua analisi storica”.
Chi era Piersanti Mattarella e perché è stato ucciso il 6 gennaio del 1980?
“Era il presidente della Regione Sicilia che con grande coraggio e determinazione mise mano concretamente a un rinnovamento morale e politico di una terra difficile come la Sicilia che doveva avere “le carte in regola”. Fermò la speculazione e gli abusi edilizi, mettendosi contro gli interessi di mafiosi e palazzinari. Impose nuove regole sui collaudi. E istituì una vigilanza sugli appalti, specie su quelli di alcune scuole di Palermo, scoperchiando il cartello della mafia. Tutte iniziative che scontentavano Cosa nostra, la “borghesia mafiosa” siciliana e gli uomini della Dc che coprivano quei traffici. Ciancimino, Lima, i fratelli Salvo…”.
Ma i suoi nemici non stavano solo in Sicilia o a Roma. “Mattarella era considerato il Moro siciliano, in predicato di diventare nel febbraio del 1980 – un mese dopo la sua morte – vicesegretario nazionale della Democrazia Cristiana. Ancora prima del suo maestro, aveva voluto coinvolgere i comunisti nel governo dell’isola. Un processo di radicale cambiamento della politica e della società italiana che in molti avevano interesse ad avversare”.
Chi?
“Sicuramente l’apertura al Pci non piaceva ai settori più oltranzisti della destra repubblicana americana che alimentavano una nuova fase muscolare della guerra fredda, favorita dalla decisione della Nato nel 1979 di installare dei missili Cruise in Sicilia: nel libro documento il finto rapimento di Sindona, in realtà una missione esplorativa svolta in Sicilia nell’estate di quell’anno dal banchiere mafioso in contatto con importanti esponenti del mondo militare statunitense. E la collaborazione con i comunisti non piaceva ai golpisti che tramavano all’ombra della P2, la loggia occulta di Licio Gelli. Non è certo un caso che, subito dopo la morte di Mattarella e l’assassinio del moroteo Vittorio Bachelet il 12 febbraio successivo, il congresso della Dc abbia messo una pietra tombale sull’esperienza della solidarietà nazionale. Come a dire: abbiamo capito che non si può fare”.
Che ruolo ebbe Gelli nel delitto Mattarella?
“Dopo la morte di Moro, era stato Gelli a pronunciare la famosa frase: il più è fatto. E non sono poche le testimonianze che lo vedono coinvolto nell’uccisione del presidente della Regione siciliana. È anche documentato che riuscì a mettere alcuni suoi uomini ai vertici della Squadra Mobile di Palermo. In questa cornice credo vada collocata la scomparsa del guanto del killer, di cui è stato accusato di recente il prefetto Filippo Piritore, ora agli arresti domiciliari quale presunto depistatore: al tempo era un poliziotto di 28 anni che eseguiva degli ordini”.
La sua tesi è che la pista mafiosa non sia incompatibile con quella neofascista. E qui mi pare che lei rimetta in campo molte prove indiziarie a carico di Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, che però sono stati assolti nei tre gradi del giudizio.
“Da storico e da cittadino garantista devo ovviamente tenere conto di quelle sentenze assolutorie, ma ho anche l’obbligo di riportare tutte le testimonianze a carico dei due neofascisti. Colpisce la lucida insistenza con cui la vedova Irma Chiazzese – testimone oculare – abbia riconosciuto il killer del marito nel volto arrossato di Fioravanti e nel suo modo di camminare “ballonzolante”, nonostante i tentativi della questura di Palermo di orientarla verso altri riconoscimenti. E colpiscono le reiterate testimonianze accusatorie del fratello Cristiano Fioravanti. Mettiamola così: per un innocente – come dice la sentenza – è davvero una grande sfortuna collezionare un numero così alto di indizi avversi”.
Gli attuali inquirenti hanno iscritto nel registro degli indagati Nino Madonia, l’assassino di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa.
“Neppure questa ipotesi contrasta con la pista nera. Nino Madonia è una sorta di Fioravanti siciliano, partecipe giovanissimo con il padre al Golpe Borghese, il tentativo di colpo di Stato che nel 1970 segna l’inizio della collaborazione della mafia con il neofascismo italiano: comune a entrambi è la volontà di destabilizzare l’Italia”.
Qual è il legame tra l’omicidio di Mattarella e la strage di Bologna, di cui Gelli è stato riconosciuto come uno dei mandanti e organizzatori?
“Intanto c’è una relazione cronologica: 6 gennaio delitto Mattarella, 27 giugno strage di Ustica, 2 agosto bomba di Bologna. La cronologia per uno storico è una sonda affidabile. È impressionante la convergenza di numerose testimonianze su questa drammatica coincidenza: le stesse persone che il 27 luglio del’80 si incontrarono in Sicilia alla vigilia della strage di Bologna si sarebbero viste nel tardo autunno del 1979 per discutere dell’uccisione di Mattarella. È lo stesso anche il proprietario delle due diverse case dove sarebbero avvenute le riunioni, ossia Ciccio Mangiameli, un neofascista di Terza Posizione poi ucciso dai fratelli Fioravanti il 9 settembre 1980”.
Ma sulla strage di Bologna lei fa intervenire un altro protagonista, che è Gheddafi. Secondo la sua tesi, sarebbe l’ispiratore occulto della strage.
“Gheddafi finanziava i gruppi neofascisti, questo è acclarato. E aveva molti motivi per vendicarsi dell’Italia. Nel 1976 aveva salvato la Fiat dal fallimento, ma nel 1979 dovette incassare il sì dell’Italia alla decisione della Nato di puntare i missili Cruise verso di lui. Con Cossiga era cambiata la politica estera nel Mediterraneo. E la strage di Ustica nasce nel contesto di una falsa esercitazione aerea per farlo fuori. L’aspetto storicamente più interessante è la presenza in Italia di una sorta di partito libico: trasversale e molto affollato. Non a caso la sua responsabilità è stata coperta per svariati decenni attraverso alcuni depistaggi internazionali”.
Come si tengono insieme attori così diversi?
“Sul piano storico non sussiste alcuna contraddizione, né logica né pratica, tra le acclarate responsabilità neo-fasciste nella strage, il ruolo organizzativo e depistatorio di Gelli e quello di mandante occulto di Gheddafi”.
Lei in sostanza ritrae l’Italia di quel biennio come un Far West, dentro la cornice più ampia di una rinnovata guerra fredda.
“Un paese dove – dopo la scomparsa del “grande equilibratore” Moro – si pratica il delitto politico per ridefinire i nuovi equilibri di potere”.
Ed è in questo contesto che per fermare i processi di rinnovamento proliferano gli “ibridi connubi” di cui parlava Falcone.
“Sì, sono molto debitore di questa formula al magistrato ucciso dalla mafia: avrei voluto che fosse il titolo della mia ricerca. Così come sono debitore nei confronti del giudice D’Ambrosio, il quale ha definito il delitto Mattarella non un omicidio di mafia, ma di “politica mafiosa”, riferendosi a “una serie di passaggi operativi e ideativi che danno il senso compiuto dell’anti-Stato”. Pur non negando un corposo interesse mafioso nella vicenda, entrambi ritenevano che il clan dei corleonesi avesse agito anche per conto della politica romana e di inconfessabili interessi legati alla massoneria criminale. I terroristi neri vengono utilizzati come manovalanza: in cambio del servizio reso avrebbe ottenuto la liberazione del “comandante nero” Pierluigi Concutelli dall’Ucciardone. Ma sa la cosa che più mi fa riflettere?”.
Qual è?
“Le loro interpretazioni sugli “ibridi connubi” e sulla “politica mafiosa” sono rimaste secretate sino al 2018-2019. Nessuno poteva avervi accesso”.
Nel suo libro Giulio Andreotti è il personaggio più citato.
“È stato il politico che più di tutti si è posto il problema di governare gli “ibridi connubi” presenti nella società italiana”. Ma non sempre gli viene bene. Nel libro si raccontano due suoi viaggi a Palermo, prima e dopo il delitto Mattarella, che non riuscirono ad evitare lo spargimento di sangue. “Come sappiamo Andreotti è stato assolto dall’accusa di compromissione con la mafia, ma prescritto sino alla primavera 1980. In base a una sentenza passata in giudicato risultano provate due visite al boss palermitano Stefano Bontate. È molto probabile che abbia voluto incontrarlo una prima volta per scoraggiarne azioni violente contro Mattarella, sbagliando peraltro interlocutore, e dopo la sua morte per chiedere conto di quanto avvenuto. Ma certo colpisce il fatto che Andreotti non abbia trovato il modo di avvertire il presidente della Regione delle minacce, ma si sia mosso dentro una logica di buoni rapporti con la mafia, presenti secondo la magistratura fino alla primavera 1980”.
Gli italiani hanno fatto i conti con Andreotti sul piano storico?
“Non credo. Confrontarci con Andreotti significa per noi italiani guardare la foresta di cui pure noi siamo parte: anche quella degli ibridi connubi, dell’anti Stato, della politica mafiosa. E con il cinismo che ci contraddistingue, dopo averlo riverito in vita abbiamo preferito rimuoverlo da morto”.
L’omicidio di Mattarella fu una tragedia pubblica per gli italiani. E anche una tragedia privata per Sergio Mattarella, il fratello che da dieci anni siede al Quirinale. Ha avuto modo di confrontarsi con il Presidente?
“No, non sarebbe stato giusto coinvolgerlo. Egli presiede il Consiglio superiore della magistratura e il processo sull’omicidio è ancora in corso. Oltre trent’anni fa, l’allora parlamentare Sergio Mattarella disse che sarebbe sbagliato “confinare la vicenda all’interno di una dimensione regionale o al massino nazionale, recidendo i fili che vanno al contesto piduistico-politico, cioè a un contesto anche internazionale”. E poco più avanti faceva riferimento ai rapporti tra P2 e gli americani. Nella mia difficile navigazione questa testimonianza è stata una bussola”.
Esiste ancora l’anti-Stato?
“Fu Italo Calvino a scriverne fin dal 1974 denunciando “l’instaurazione di un anti-Stato che convive stabilmente con la nostra democrazia”, una forma di “criminalità politica statica”. Credo che l’anti-Stato esista ancora e rappresenti un carattere originale e forse insopprimibile del nostro paese. Il mio è anche un libro sulla “borghesia mafiosa” e sulla piccola borghesia italiane, tendenzialmente chiuse e asfittiche, e in parte anche antistatuali. Esserne consapevoli nell’Italia di oggi è un dovere civile”.