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 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Bocca di magra vacanze italiane

Prima di Google Maps e del TomTom, prima anche dei telefoni cellulari, chi avesse voluto farsi raggiungere in un posto difficile da raggiungere poteva soltanto disegnare una mappa, ed era consigliabile che la disegnasse da sé, sintetica ma precisa, invece di usarne una già stampata. Così fece Elio Vittorini il 26 luglio 1948 per invitare Robert Penn Warren, poeta e saggista americano (ma anche narratore: Bompiani gli stava traducendo il romanzo Tutti gli uomini del re), a Bocca di Magra; e gli scrisse in italiano perché Warren aveva studiato in Italia negli anni Trenta ed era sposato con un’italiana.
Come Robert Louis Stevenson, che per il suo figliastro disegnò la mappa di un’isola del tesoro, e da quella mappa tirò fuori con gioia e in scioltezza una storia di pirati, anche Vittorini amava ugualmente la geografia reale e la geografia immaginaria, che avrebbero finito per coincidere nel suo libro ultimo e incompiuto Le città del mondo. Ma BdM (d’ora in avanti abbreviamola così), confine naturale fra la Toscana e la Liguria, era reale eccome. Lui l’aveva scoperta nel 1932, non si sa bene se grazie a Eugenio Montale o al critico letterario Giansiro Ferrata, entrambi suoi amici fraterni, e lì aveva incontrato la donna che sarebbe stata il suo amore definitivo: Ginetta Varisco, figlia di Federico, artigiano del legno con residenza sul Sacro Monte di Varese ma con casa di vacanza a BdM; e se a questo luogo Vittorini si legò subito, per Ginetta aspettò a lungo: era già sposato con Rosetta Quasimodo, sorella di Salvatore, e con lei stava per concepire un secondo figlio. Ginetta, probabilmente già attratta da lui, finì per sposare Ferrata. Varisco e Vittorini si sarebbero uniti, e per sempre, solo di lì a una decina d’anni, a Milano, nel pieno della guerra mondiale che l’Italia di Mussolini stava perdendo. Caduto il fascismo, Vittorini s’impegnò nella Resistenza ed ebbe al suo fianco la nuova compagna.
A rendere unica BdM non erano tanto i due piccoli villaggi, quello omonimo sulla riva destra e Fiumaretta sulla sinistra; era il profilo di una costiera che i secoli avevano trasformato (a questa foce sorgeva forse il porto della Luni etrusca), era il fiume Magra che qui confluiva nel mare, erano le basse dune sabbiose pareggiate dai venti. «Che non si tratti di un paesaggio propriamente italico è la prima impressione di molti: belga-olandese, fiammingo – dice qualcuno». A descriverci questo Zeeland tirrenico è Vittorio Sereni, altro amico di Vittorini, che qui ambienterà il poemetto Un posto di vacanza (1973) e che in prosa ha condensato l’atmosfera di BdM dopo la guerra: «Sapeva molto di America povera e di cinema neorealista. (...) Il posto – sarà stato per le impronte ancora fresche del passaggio della guerra in quella zona – perpetuava il ’45: con quei balli sul fiume, dentro balere recintate da canne, e gente piroettante per lo più a piedi scalzi».
Nella prima metà del Novecento BdM era un luogo di fatica e di miseria. Di qui partivano i «navicelli» a remi con vela latina, imbarcazioni massicce e profonde, con la linea di galleggiamento appena sopra il pelo dell’acqua, su cui venivano caricate rena e ghiaia destinate ai porti di Viareggio, di Lerici, della Spezia, di Livorno, di Genova. A trasportarle sotto il sole erano «zavorranti» a cottimo, seminudi e scalzi, le coffe in spalla e la nuca protetta da un sacco di juta. Ce lo racconta (sulle colonne del «Corriere»: 9 settembre 1976) un altro poeta, Giovanni Giudici, volendo avvertirci che la BdM di Vittorini fu «l’antitesi di una villeggiatura mondana, rispondeva piuttosto a un bisogno di quiete e addirittura di economia».
A quarant’anni non ancora compiuti (era nato a Siracusa nel 1908), in quell’immediato dopoguerra Vittorini aveva raggiunto una fama europea. Era lo scrittore che nel giugno 1945, a guerra finita da poche settimane, aveva pubblicato una storia milanese e partigiana intitolata Uomini e no, e che già nel 1941, in piena guerra ma quando ancora l’Asse Roma-Berlino vinceva su tutti i fronti, esprimeva i suoi furori «per il genere umano perduto» nella prima pagina di Conversazione in Sicilia. Il 2 luglio 1948 – stesso mese della lettera-con-mappa per Warren – un Carlo Fruttero non ancora ventiduenne pubblicava sul «Sempre Avanti!», quotidiano del Psi piemontese, un’intervista con Michel Arnaud il quale, avendo tradotto Vittorini in francese, poteva certificare che il suo stile non imitava per niente quello degli americani. «È sincero. È autentico. È certo il più rappresentativo degli scrittori italiani contemporanei», laddove Moravia (magari più abile a costruire storie) era «un Maupassant up to date», e il Malaparte beniamino del pubblico francese era «un Benvenuto Cellini da Paris-Soir».
Imitatore forse no, ma Vittorini era famoso anche come traduttore ed esperto di letteratura americana, ed era un geniale, mercuriale, instancabile organizzatore di cultura. Subito dopo la Liberazione era stato redattore capo nell’edizione milanese dell’«Unità» (il quotidiano del Partito comunista, del quale non avrebbe mai preso la tessera) e a fine settembre del ’45 aveva lanciato, a Milano, un settimanale – «Il Politecnico», stampato da Einaudi – che aveva sconvolto ogni abitudine espressiva, ideologica e grafica del giornalismo politico-culturale.
«Oracolare ironico gentile»: con tre aggettivi luminosi e liquidi Sereni definisce Vittorini in Un posto di vacanza; e però, prima di farlo comparire nel suo poemetto su BdM, ha cura di spendere quattro versi per fermare l’immagine di questo luogo nella Storia: «Qua sopra c’era la linea, l’estrema destra della Gotica,/ si vedono ancora – ancora oggi lo ripeto/ ai nuovi arrivi con la monotonia di una guida —/ le postazioni dei tedeschi». A BdM, insomma, non c’era solo Vittorini a fare da guida, così come Warren e signora non furono certo i primi amici stranieri che il medesimo Vittorini chiamò a tenergli compagnia. Osserviamo la scena che segue:
«“Attenzione, mine!”. Il cartello era piantato fra i sassi della riva. La barca del traghetto si infilò nella sabbia del fondale e Vittorini tese la mano ai suoi tre amici francesi. Era la prima estate di vacanza dopo la guerra, 1946; un luglio enorme, tutto celeste, il vento nel silenzio e due cicale tra le foglie dell’olmo. Uno (somigliante al Barrault dei primi film) era un giovane di bocca tagliente, magro, teso, moti da danzatore. Si chiamava Dionys Mascolo. Saltò a terra una ragazza, in una veste di cotone nero, un faccino impuro di indocinese; Marguerite Duras, “uno pseudonimo”, mi disse Elio. Veniva poi un uomo grasso e pallido, lento e assorto, Robert Antelme. Il sole scottava sui canneti, i reticolati, le fosse scavate dai bombardamenti aerei (...) Mascolo veniva dalla scuola di Bataille e dalla “Résistance”; aveva stampato una antologia di Saint-Just, introducendola con pagine di furore surreal-giacobino. Quanto a Marguerite, ti avvedevi subito che non era una ragazza ma una donna, con più di trent’anni e due romanzi alle spalle; e padrona di quei due uomini».
Il racconto è di Franco Fortini, altra presenza fissa in BdM, ed è ancora lui a raccontare quando e come Vittorini e i tre francesi si erano conosciuti: «Fra aprile e maggio del 1946 – proprio quando “Il Politecnico” passava da settimanale a mensile – per una quindicina di giorni Vittorini fu a Parigi, che vedeva per la prima volta, su invito del Comité National des Écrivains, organismo presieduto da Aragon e controllato dai comunisti. La scelta di Vittorini, autore di un’opera antifascista (Conversazione in Sicilia) e di una resistenziale e di largo successo (Uomini e no), corrispondeva anche alle esigenze di una formula, che le organizzazioni culturali dei partiti comunisti impiegarono a lungo: per ogni lingua e nazione si eleggeva una o più personalità di artisti, poeti, romanzieri dell’area, come si diceva, democratico-progressista e quindi non necessariamente comunisti». Ma quei comunisti ortodossi e ufficiali, Vittorini li aveva trovati insopportabili, e così «aveva finto di dover anticipare il ritorno in Italia per spostarsi (...) nell’allora vivacissimo quartiere di Saint-Germain, in contatto con le edizioni Gallimard e “Les Temps Modernes”, e lì legarsi di amicizia con Marguerite Duras, Dionys Mascolo e Robert Antelme a loro volta in rapporti con Sartre e Merleau-Ponty».
A Parigi, Vittorini ci era andato con Ginetta. L’intesa e l’amicizia tra la coppia Vittorini-Varisco e il trio francese furono immediate: tempo due mesi ed eccoli a BdM, dove nel 1953 Duras ambienterà I Cavallini di Tarquinia, romanzo dove tutti loro compaiono con nomi e comportamenti appena appena alterati: Elio diventa «Ludi», Gina rimane Gina, BdM – consacrata come «luogo geometrico e necessario delle vacanze» – è un «piccolo paese in riva al mare, al vecchio mare occidentale, il più chiuso, il più torrido, il più gravato di storia che ci sia al mondo, e sulle cui rive la guerra non aveva finito ancora di passare».
I segni di una guerra, si sa, persistono, non solo sui luoghi. Se li portavano addosso anche i tre francesi. Uno in particolare, il meno appariscente. Ancora una volta sarà Fortini a testimoniare: «Antelme non veniva al mare con noi. Seduto a un tavolino d’osteria, sotto una pergola, nell’abbaglio del fiume, scriveva con una vecchia stilografica quel suo unico libro, insostenibile e mirabile, che è La specie umana. Scriveva sui campi tedeschi. Tanto a lungo aveva abitato dalle parti della morte da portarla ancora negli occhi incerti».
Nato nel 1917 a Sartène, in Corsica, Robert Antelme conosce Marguerite Donnadieu (non ancora Duras) a Parigi, sua collega a Giurisprudenza. Si sposano nel 1939, lui va sotto le armi ed è coinvolto nella disfatta della Francia invasa dai nazisti, ma la scampa e riesce poi a mimetizzarsi in vari impieghi ministeriali. Nel 1942 la coppia Antelme-Duras si dissolve senza separarsi: lei incontra Dionys Mascolo, del quale Robert diviene presto il migliore amico; di lì in avanti i loro rapporti saranno – parole di Mascolo, prese a prestito da Breton – una «casa di vetro». Al principio del 1944, entrati in contatto con François Morland, nome di battaglia di François Mitterrand, i tre s’impegnano sempre più a fondo nella Resistenza. Antelme è il più generoso ma anche il più incauto: il 1° giugno 1944 è catturato dalla Gestapo insieme con sua sorella Marie-Louise, che non sopravviverà alla deportazione. Lui finisce prima a Buchenwald, poi a Gandersheim, infine a Dachau, dove giunge stremato dalla marcia di evacuazione che le SS, incalzate dagli Alleati, hanno imposto ai prigionieri superstiti. A Dachau lo ritrova fortunosamente Mitterrand in ricognizione fra i campi appena liberati, e più fortunosamente ancora lo tireranno fuori di lì l’amico Dionys e Georges Beauchamp, braccio destro di Mitterrand. Prima del Lager Antelme pesava ottanta chili, ne pesa ora trentacinque. In automobile, lungo gli 800 chilometri fra Dachau e Parigi, attacca a raccontare e, salvo gli intervalli per il cibo e il sonno, non s’interromperà per cinque settimane. Ma solo di lì a un anno, solo a BdM comincerà a scrivere L’Espèce humaine: il suo primo e unico libro, la più irrecusabile fra le testimonianze sui campi nazisti in lingua francese, scritta da un prigioniero politico che non è ebreo ma che si è reso conto in pieno della specificità dello sterminio ebraico, e che in pieno ha capito come girasse la macchina-Lager.
Nel romanzo memoriale Il dolore Marguerite Duras ha raccontato i rovelli della sua attesa di Robert fino alla primavera 1945, ma i ricordi dell’estate 1946 a BdM li ha affidati ai Souvenirs d’Italie, fogli di diario dove fa il confronto con l’anno prima: quando Robert, appena tornato a Parigi, non aveva nemmeno la forza di portare alle labbra il cucchiaino della farinata. «E adesso, eccolo lì a divertirsi sulla spiaggia, nel sole. È in Italia, proprio così, prende il sole, gioca a pallone, è comunista, parla con Elio e Dionys della giustificazione marxista del turismo in epoca rivoluzionaria. Proprio così, mangia pastasciutta, beve Chianti, si arrampica a San Marcello (il promontorio di Montemarcello, ndr) come pochi».
«È comunista», scrive Duras. Nell’estate 1946 lo erano tutti loro, incluso Vittorini benché senza tessera, e tutti loro si chiedevano se fosse possibile militare nei Pc dei rispettivi Paesi senza distruggere le ragioni che al comunismo li avevano condotti. Del Pcf così come del Pci pativano lo stalinismo e il sussiego burocratico, per non parlare della politica estera e dell’oscurantismo in campo culturale.
Nel maggio 1947 Vittorini andò una seconda volta a Parigi; Mascolo e il giovane filosofo Edgar Morin lo intervistarono per «Les Lettres françaises», settimanale legato al Pcf. Vittorini, che poco prima si era trovato in contrasto con il Pci per gli interventi su politica e cultura che andava firmando o accogliendo sul «Politecnico», ripropose in Francia i suoi argomenti libertari con il tono franco e spericolato che gli apparteneva. Contro gli stalinisti, ricorda Mascolo, «dava a volte in esplosioni di sacrosanta rabbia, liquidando con due frasi i sofismi eruditi, così come si cacciano i mercanti dal tempio». Si somigliavano in questo, Antelme e Vittorini, nell’essere timidi e nell’accendersi non appena si accendeva la polemica. Di lì a poco tutti e due (più Duras, più Mascolo, più Morin) si ritrovarono fuori dai rispettivi Pc. Qui, però, contano le somiglianze fra Vittorini e l’amico francese che aveva cominciato a scrivere il suo unico libro sotto i suoi occhi.
Nel 1946 Antelme aveva letto Uomini e no, apparso in Francia con un titolo, Les hommes et les autres, che a Vittorini non piacque perché (parole sue) lo faceva passare per «un libro che divide gli uomini in due categorie: gli uomini e i non-uomini. Vi è nel testo un lungo capitolo che esclude esplicitamente un’interpretazione simile, suggerendo invece che, noi, gli uomini, tutti gli uomini siamo allo stesso tempo uomini e non uomini». Antelme non cadde nell’equivoco. Al contrario, in uno dei brani che in Uomini e no sono composti in corsivo dovette riconoscere un pensiero che in Lager aveva formulato lui stesso: «Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo?». E qui la parola «uomo» martellata da Vittorini suggerisce un ulteriore legame con un ulteriore scrittore italiano: con Primo Levi, naturalmente. Qui si possono trascurare le analogie più vistose, che riguardano l’uscita della Specie umana e di Se questo è un uomo nello stesso anno (1947), la pubblicazione presso case editrici giovani e precarie, il breve successo di stima seguito da una lunga eclissi, il rilancio dell’opera a dieci anni di distanza e presso un editore importante (nel 1957 da Gallimard per Antelme, nel 1958 da Einaudi per Levi) come tappa decisiva di un processo che avrebbe condotto l’uno e l’altro libro ad affermarsi come classici non solo della letteratura testimoniale.
Qui è piuttosto il caso di indicare qualche somiglianza di fondo tra La specie umana e Se questo è un uomo. Alla base, un dato: i due autori non si propongono come vittime. Non che non lo siano, ma lo tengono come fatto acquisito, da non rimarcare e su cui non ricamare. Secondo elemento, l’uno e l’altro non hanno propensione alla retorica dell’ineffabile; sanno bene (chi meglio di loro?) di essere portatori di un’esperienza che esorbita dalle possibilità di qualsiasi linguaggio, ma affrontano questa dismisura con i mezzi che hanno, senza cedere nemmeno alla tentazione di forzarli. Venendo ai contenuti, c’è ovviamente la prossimità fra i due titoli e c’è quindi, in comune, una sorta di conversione della biologia in politica, ma con itinerari e risultati differenti.
Che la sostanza umana, che la specie «uomo», che il suo nucleo custodisca un principio non distruttibile di resistenza e di persistenza è ciò che entrambi mostrano. Ma Levi è più uomo di scienza e, per dirla nei termini della letteratura francese, più «moralista classico», laddove Antelme si muove con più disinvoltura negli spazi della storia attuale e sembra puntare alla costruzione – all’utopia – di un uomo nuovo in una società socialista e liberale (anzi, libertaria) al tempo stesso. Laddove Primo Levi estrapola in gran parte da Darwin la sua visione socio-etologica dell’uomo, Antelme sembra professare una sorta di darwinismo sociale rovesciato rispetto a quello reazionario e razzista ed eugenico di fine Ottocento-inizio Novecento: a prevalere, nella sua visione dell’uomo che è tragica e ottimistica allo stesso tempo, saranno uomini temprati da una resistenza attuata in condizioni proibitive (la guerra, i campi) e capaci di dare vita a una società di eguali fondata sul riconoscimento reciproco.
L’ultimo e decisivo aspetto in comune fra Antelme e Levi è il loro studio accanito della natura del potere, in particolare delle strutture di potere nel Lager nazista e dei tipi umani che le fanno funzionare: e, nell’uno come nell’altro, le analogie che con maggiore o minore cautela se ne possono trarre con le sedi del potere nella società cosiddetta normale e con chi vi esercita ruoli di comando.
E ora si può tornare a BdM, ma solo per abbandonarla di nuovo. Tra la prima e la seconda estate del dopoguerra, luglio 1946-luglio 1947, oltre quattromila ebrei, superstiti dei Lager nazisti e dei ghetti polacchi, con sette successive partenze da BdM si imbarcano per la Palestina sfidando il blocco navale decretato dal governo britannico: «Filtrano dall’Europa centrale, superstiti di un massacro millenario, passano tre o quattro confini e altrettante polizie militari». A osservarli è ancora una volta Fortini, che proprio qui – qui su «La Lettura» storica: 14 settembre 1946 – ha raccontato in presa diretta una di quelle traversate clandestine e notturne, quindici giorni senza scalo «per andarsene via, per sempre, da questa triste e folle Europa».
A questo punto lo scenario di BdM è completo, ed è il momento di dire che un folle, di una follia energetica, era anche Vittorini. Dai Cavallini di Tarquinia di Duras ecco uno sfogo di Gina su suo marito «Ludi»: «E se io non ne potessi più di vivere con un uomo che diventa ogni giorno più giovane e che ogni giorno gli spunta nella testa qualche idea pazza?». Ecco ancora, su BdM dove anche lui veniva in vacanza, il ricordo di Giulio Einaudi: «Vittorini faceva il matto, era il più simpatico, se non sopportava qualcuno glielo diceva chiaro in faccia, a volte era da prendere con le molle e quando aveva da scrivere spariva per due o tre giorni». A proposito di Einaudi: com’è ovvio, fin dal 1947 Vittorini gli aveva proposto di pubblicare L’Espèce humaine, che fu rifiutato per le stesse ragioni per cui fu rifiutato Se questo è un uomo: a prescindere dal valore dell’opera, più nessuno voleva sentir parlare di campi e di sterminio a due anni e passa dalla fine della guerra. Vittorini ci riprovò nel 1950, e di nuovo fu un no. Ce la fece, ma a fatica, solo nel 1954, e finalmente La specie umana uscì da Einaudi nella collana «I gettoni» da lui curata.
L’amicizia non era certo il solo motivo della sua ostinazione a promuovere Antelme. Lo testimonia, in maniera neanche tanto indiretta, la lettera inedita datata 28 agosto 1947 e riprodotta in questa pagina. Il destinatario è un altro amico francese, André Frénaud: «Ho fatto amicizia con Vittorini nel 1946 sulla base di una scoperta condivisa: sullo spavento dinanzi alle atroci possibilità che l’uomo si porta dentro. Su com’è difficile la speranza».
La lettera è lo scatto di umore – di follia, se si vuole – di un uomo esasperato. Ma fa il nome di Antelme, la cui presenza a BdM era, insieme con il mare e il sole, «la testimonianza continua di una possibilità di mondo veramente quale lo vorrei». Vittorini detestava i convenevoli, la recita sociale, gli scodinzolamenti mondani, e il livello estatico al quale accenna arrivava davvero a toccarlo. Lo toccava a ogni suo ritorno in Sicilia, si pensi a Conversazione ma anche alla spedizione che al principio degli anni Cinquanta fece, con il fotografo Luigi Crocenzi, per realizzare un’edizione illustrata di questo libro. Ne furono testimoni i suoi accompagnatori: il figlio secondogenito Demetrio, Giovanni Pirelli futuro curatore delle lettere dei caduti della Resistenza, e un giovane Alberto Cavallari futuro direttore del «Corriere». Era in nome di quello stesso entusiasmo – per crearlo, per renderlo possibile – che disegnava mappe con cui attrarre gli amici a Bocca di Magra (e qui, torniamo pure a scrivere il nome per esteso). C’era in lui una serissima componente di gioco, ed è ancora Demetrio Vittorini a ricordare un gioco del «posto di vacanza»: le sciarade mimiche sui classici della letteratura. Si mima il quinto dell’Inferno, il canto di Paolo e Francesca, con Vittorio Sereni che è Virgilio e con Vittorini che fa Dante e che, dopo aver ascoltato la storia dei «due cognati» in preda al turbine della passione, cade «come corpo morto cade».
La verità di quel tempo l’avrebbe colta parecchi anni più tardi lo stesso Sereni in quel poemetto, Un posto di vacanza, che dentro di lui cominciò a incubare fin dalla sua prima estate a Bocca di Magra, nel 1951, e in cui Vittorini è l’interlocutore «oracolare ironico gentile». Scrive Sereni dentro la luce-ombra di una contemplazione che è personale e corale ma anche politica, ma anche ecologica, proprio come nella lettera a Frénaud del suo amico Elio: «Tutto salpava, tutto/ metteva vela sotto lo sguardo vetrino/ tutto diceva addio sull’onda del venti di agosto./ Restava, colto a volo, quel colore/ tirrenico, quel nome di radice amara,/ la grama preda dello scriba».
Con «quel nome di radice amara» Sereni fa un gioco dolceamaro che è tutto suo: gioca fra un anagramma pieno, «Magra»-«grama», e il quasi anagramma dell’aggettivo «amara», che pure però si riempie, e anzi sovrabbonda, se solo si ricorre al suo corrispettivo spagnolo, «amarga».