La Lettura, 17 novembre 2025
George Clooney Tre dollari di paga so cos’è la miseria
Forse non tutti sanno che George Clooney, prima di raggiungere il successo planetario con il ruolo del dottor Doug Ross nella serie televisiva E.R., ha fatto una lunga gavetta. E che alcune serie di cui avrebbe dovuto essere coprotagonista sono state cancellate dopo l’episodio pilota, facendogli dubitare delle sue possibilità. Ma da E.R. in poi Clooney è diventato un divo con un carisma degno della Hollywood dei tempi d’oro, nel solco di Gary Cooper, Clarke Gable e Cary Grant, l’attore al quale è stato più spesso paragonato. Alla carriera di interprete ha poi affiancato quella di regista e produttore, e a marzo di quest’anno, alla soglia dei 64 anni, ha debuttato a Broadway nell’adattamento teatrale della sceneggiatura, cofirmata con Grant Heslov, di Good Night, and Good Luck, Osella d’oro alla Mostra del cinema di Venezia del 2005 per la versione filmica diretta da Clooney e interpretata da David Strathairn (a sua volta Coppa Volpi come miglior attore al Lido). In teatro Clooney interpretava il ruolo del protagonista, il giornalista radiofonico Edward R. Murrow impegnato contro il senatore Joseph McCarthy in una battaglia per la libertà dei media. Lo spettacolo ha fatto ogni sera il tutto esaurito: si chiama star power, e George ne ha da vendere.
Chiunque l’abbia visto «lavorarsi il pubblico», sa che George Clooney è in grado di impersonare «George Clooney» su richiesta: il sorriso guascone, la battuta pronta, la strizzatina d’occhio al momento giusto. Durante le interviste invece è pacato, riflessivo, disponibile: «Può chiedermi quello che vuole, lei è una giornalista», dice. Ed è forse l’unica star di Hollywood a dichiarare apertamente che preferisce le interviste in presenza a quelle online, perché crede «nel contatto umano, prima di tutto».
Era dunque karmico che il film scelto per tornare al cinema da protagonista fosse Jay Kelly, in uscita nelle sale italiane il 19 novembre e a seguire sulla piattaforma Netflix dal 5 dicembre, scritto e diretto da Noah Baumbach, in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia: perché al centro di Jay Kelly c’è la superstar del cinema americano Jay Kelly, in una sorta di esperimento metacinematografico che fa leva proprio sul fascino e la popolarità del suo interprete.
Jay Kelly ha passato i sessanta, la fama l’ha isolato dalla realtà e dagli affetti, di nascosto ritocca di nero i capelli e le sopracciglia sale e pepe, e avverte la fatica di essere sempre a tiro di selfie, sempre costretto a improvvisare il suo show personale per i fan. Jay Kelly è infatti una parabola sul prezzo della fama, sul tempo che passa e su cosa richieda essere una celebrità al giorno d’oggi. Di tutto questo Clooney parla volentieri facendo leva sulla propria esperienza diretta, con la consueta schiettezza e affabilità, nonostante il collegamento intercontinentale.
Come fa una superstar a mantenere i piedi per terra?
«Niente ti tiene di più con i piedi per terra di due gemelli di otto anni che ti vomitano addosso in contemporanea! (ride, riferendosi ai gemelli Ella e Alexander nati dal suo matrimonio con l’avvocata e attivista per i diritti umani anglo-libanese Amal Clooney, ndr). In generale il fatto di essere cresciuto in una fattoria che produceva tabacco nel Kentucky, e di avere raggiunto il successo relativamente tardi, mi hanno dato una visione del mondo molto concreta, e mi hanno insegnato a non attribuirmi tutti i meriti quando le cose vanno bene, come a non addossarmi tutte le colpe quando vanno male. L’avanzare dell’età mi aiuta ulteriormente a essere realista. Invece come attore ci tengo a sentirmi libero e a non essere troppo pragmatico, perché aiuta a fare scelte coraggiose».
Jay Kelly è stanco della celebrità e delle richieste di selfie da parte degli sconosciuti. Lei come gestisce la fama?
«A me la gente piace, e penso che se ti trovi in una situazione pubblica in cui ti chiede un riscontro, tanto vale che tu ti dia da fare per accontentarla. Nel film Jay fa di tutto per non entrare in contatto diretto con il pubblico, si è costruito intorno una rete di protezione, e impedisce alle persone di toccarlo. Io non ne sarei proprio capace, il contatto umano fa parte della mia vita».
Però qualche svantaggio una fama come la sua rischia di averlo.
«La celebrità è come la fiamma per una falena: ti avvicini, sei felice di aver raggiunto la luce, poi improvvisamente... zap, ti accorgi che una parte della tua quotidianità è finita in cenere. Oggi non posso più fare molte cose che fanno tutti, come andare a vedere una patita di baseball, senza sollevare un polverone, e un po’ mi manca quella quotidianità, quella libertà di un relativo anonimato. Ma di certo non posso lamentarmi perché faccio una vita straordinaria, e ricordo bene i tempi difficili. Non sono nato ricco, prima di riuscire a guadagnare come attore ho raccolto tabacco per tre dollari l’ora, ho venduto scarpe da donna e assicurazioni porta a porta – peraltro non potendo permettermene una per i primi sette anni della mia carriera lavorativa».
Si sarebbe portati a credere che avere una zia celebre come la cantante Rosemary Clooney e un padre affermato giornalista come Nick Clooney le avessero aperto la strada...
«È uno dei grandi equivoci su di me. Zia Rosemary viveva a Los Angeles, e durante la mia infanzia l’avrò incontrata tre o quattro volte in tutto. Inoltre, dopo avere ottenuto un certo successo negli anni Cinquanta, è stata soppiantata dal rock’n’ roll ed è caduta nell’alcolismo: l’ha raccontato nella sua autobiografia. Quando facevo il liceo la sua fama era già completamente tramontata. Quindi da lei ho imparato semmai quanto sia facile dare la propria notorietà per scontata e mandarla in malora con comportamenti autolesionisti. Ho anche capito quanto la notorietà possa essere capricciosa ed effimera, indipendentemente dal tuo talento e dal tuo comportamento personale. Quanto a mio padre, durante i miei anni giovanili faceva il giornalista televisivo a Cincinnati, ma non era certo una star, e vedevo poco anche lui».
Oggi però chi la guarda vede probabilmente quello che viene definito un «boomer maschio bianco privilegiato». Le pesa questa etichetta?
«No, perché tutte le caratteristiche che ha descritto effettivamente mi corrispondono: ho 64 anni, sono bianco, maschio, molto benestante, tutte cose per le quali non ho alcun merito e sulle quali non esercito alcun controllo. Come dicevo, nonostante questo non ho avuto vita facile agli inizi, ma è stata certamente più facile di quella di persone che appartenevano a categorie meno facilitate in partenza di me. Chi si lamenta quando viene definito “boomer maschio bianco privilegiato” mi fa sorridere, perché storicamente abbiamo davvero avuto un percorso avvantaggiato».
Molti la considerano l’ultimo vero divo di Hollywood. Ma oggi abbiamo ancora bisogno delle star? O non sarebbe meglio avere modelli più autentici e più vicini alla realtà?
«Credo che i divi del passato avessero successo perché in qualche misura ci si poteva identificare con loro, e perché malgrado la fama riuscivano a conservare una qualche autenticità: penso ad esempio a Robert Redford, o a Paul Newman, secondo me l’ultima generazione di vere star del cinema americano. Oggi c’è qualche nuovo attore che ha un grande seguito fra i ragazzi, come Zendaya o Timothée Chalamet, ma sono attenti a fare scelte ponderate, perché sanno che non basta più il nome in cartellone per fare incassare un film o avere un seguito fedele. Ma non è neanche questo il vero problema. Il fatto è che il cinema è diventato più piccolo. Oggi il pubblico, soprattutto quello giovane, guarda gli attori su dispositivi elettronici che stanno nel palmo della mano, li interrompe, li silenzia, e poi ridà loro la parola quando vuole. Nell’età d’oro di Hollywood vedevi i volti dei divi sul grande schermo, oltre venti metri di larghezza, lontanissimi, inarrivabili. Il mondo di oggi è completamente diverso da quello in cui sono stato giovane io».
Jay Kelly nel film di Baumbach ritrova l’amore per il cinema. E lei?
«Ma io il cinema non ho mai smesso di amarlo, mi continua a piacere da attore, da regista e da autore. Ultimamente però avevo dedicato più energie alla regia perché trovavo poco interessanti i ruoli che mi venivano offerti. Ho girato un film accanto a Julia (Roberts, in Ticket to Paradise del 2022; ndr) e uno accanto a Brad (Pitt, in Wolfs. Lupi solitari del 2024, ndr), ma poi ho preferito passare al teatro: una sfida, anche perché per un uomo della mia età ricordare ogni sera le battute di uno spettacolo zeppo di dialoghi è un’impresa (ride). Quando Baumbach mi ha proposto il ruolo di Jay Kelly ho pensato di poter usare la mia immagine pubblica per mostrare la vulnerabilità che può nascondersi dietro la facciata di un divo, come la paura d’invecchiare di un uomo e un attore. È valsa la pena tornare sul set».
Nel film Jay Kelly incontra un vecchio compagno di accademia che non ha avuto il suo stesso successo e che prova invidia e rancore verso di lui. Le è mai capitato un incontro simile?
«A Los Angeles è facile imbattersi nei vecchi compagni della scuola di recitazione, frequentata per una decina d’anni, e con i quali abbiamo diviso la gavetta. Sono passati quarant’anni, ma quando ci rivediamo ricordiamo quei tempi: capitava di dormire nell’armadio di uno di loro, o di bere gratis quando qualcuno otteneva una particina. Spesso mi è toccato constatare che un ruolo che volevo era andato a un altro, essere contento per lui ma allo stesso tempo domandarmi quando sarebbe arrivato il mio momento, mentre facevo mille lavoretti per pagarmi la scuola e andavo alle audizioni in bicicletta perché non potevo permettermi l’auto. Non so perché io abbia avuto successo e loro, che erano altrettanto bravi, no: ma noto che spesso chi eccelleva a scuola di recitazione non ha sfondato nella realtà».
È importante rimettersi in pista, ad ogni età?
«Mio padre ha 92 anni e scrive ancora articoli per il suo giornale. Quando ho accettato di riscrivere, mettere in scena e interpretare Good Night, and Good Luck a Broadway mi sono chiesto: “Ce la farò? Non finirò per deludere il pubblico e i miei colleghi?”. Ho pensato anche di rinunciare, dicendomi che dopotutto ero già in età pensionabile. Poi però mi sono buttato, e la pièce ha battuto tutti i record di incasso. Tenersi impegnati è fondamentale per non perdere il proprio ruolo: non intendo sul grande schermo o in palcoscenico, ma nella società».