La Lettura, 17 novembre 2025
L’Italia videogioca con un’anima indie. Fare comunità intorno al tavolo
I giochi, sostiene Tim Clare, dissipano ogni «illusione di separazione». Nel suo Il gioco del mondo. Come giocare ha cambiato l’umanità e può cambiare anche voi (traduzione di Giovanni Garbellini, Edt, pp. 226, e 18) traccia una mappa dei giochi da tavolo e di società. Che «per gli Egizi, erano un ponte». E oggi sono in grado di riconnetterci con le nostre radici e con «le persone che possiamo chiamare comunità».
Facciamo un salto indietro nel tempo per un momento. Siamo nel 1982. Viene pubblicato il libro Dicing With Dragons di Ian Livingstone, che sarà poi tradotto in italiano col titolo Giocare a dadi col drago (Longanesi). È stato uno dei primi libri a parlare di giochi di ruolo come il popolare Dungeons & Dragons. Ma cosa c’entra con la Milan Games Week & Cartoomics (28-30 novembre)?
Uno dei capitoli finali del libro di Livingstone era dedicato ai videogiochi. O meglio, ai giochi elettronici. Mi è capitato sott’occhio in questi giorni, mentre sfogliavo una copia del libro, acquistato da mio nonno materno molti anni fa (mio nonno non aveva mai giocato ai videogiochi e neanche a Dungeons & Dragons, ma era molto curioso, sempre in cerca di nuove letture). Mi sono imbattuto in questa frase: «Analisi e sintesi delle voci hanno raggiunto una sorta di specie di stabilizzazione; sono già disponibili in forma molto rudimentale, ma non è affatto chiaro quanto ci vorrà perché sistemi più avanzati possano essere usati per applicazioni pratiche».
Torniamo ora al presente, in cui sta per arrivare l’edizione 2025 di Milan Games Week & Cartoomics, una delle principali fiere italiane dedicate al mondo pop e alla cultura nerd, che si svolgerà a Fiera Milano (Rho). Un appuntamento annuale sui cui palchi si sono alternati diversi ospiti internazionali legati al mondo del gaming. Quest’anno tra gli ospiti sono presenti anche attori e attrici che hanno prestato voci e volti ai protagonisti dei videogiochi. Possiamo quindi ben vedere che di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, da quell’ormai lontano 1982 in cui veniva pubblicato il libro di Ian Livingstone. Nel tempo c’è stata un’evidente – e talvolta vertiginosa – evoluzione tecnica, che ha coinvolto tantissimi aspetti dei videogiochi. Come per esempio le tecniche di motion capture, con cui è possibile «registrare» i movimenti di un corpo e riprodurli fedelmente all’interno di un gioco. Magari applicandoli a un modello tridimensionale che ricrea con grande fedeltà il volto di un attore o di un’attrice in carne e ossa.
Direi, tuttavia, che l’evoluzione più significativa non sta qui. Il cambiamento tecnico è sotto gli occhi di tutti, anche chi non si è mai interessato di videogiochi può rendersi conto del livello di fotorealismo raggiunto da alcuni di loro; basta osservare una pubblicità per accorgersene. È un po’ meno evidente – ma è molto più rilevante – il cambiamento culturale, nella percezione generale dei videogiochi. Siamo ovviamente davanti a un processo ancora in corso, attraversato da numerose scale di grigi, non è come un interruttore che all’improvviso passa da «spento» ad «acceso».
Per tante persone, i videogiochi sono ancora figli di un dio minore, nel panorama artistico e culturale. Tuttavia, almeno per la mia esperienza, posso dire che questa percezione deriva spesso da una scarsa, quasi inesistente, conoscenza del medium. Segnalo anche che all’origine c’è spesso una comprensibile diffidenza nei confronti dei videogiochi, che appaiono come astrusi artefatti alieni a chi non ne ha mai provato uno. Per cui capita spesso di incontrare un genitore o un docente che vorrebbero anche capirci qualcosa in più, per interfacciarsi meglio con figli e studenti, ma non sanno da dove cominciare, hanno paura che sia tutto troppo difficile o complesso. (Su questo punto torneremo tra un attimo).
Riprendendo invece il nostro discorso sull’evoluzione del medium videoludico, la sua trasformazione culturale sta percorrendo in contemporanea strade differenti. Citiamo qui solo i due filoni principali, nella percezione generale: da un lato il mondo mainstream degli imponenti e costosi «tripla A», dall’altro le produzioni indie, i videogiochi fatti da piccoli team. Entrambe queste anime trovano il loro posto all’interno della Milan Games Week & Cartoomics. A rappresentare i «tripla A» (l’equivalente dei blockbuster del cinema) troviamo per esempio i già citati attori internazionali, presenti come ospiti all’interno della manifestazione. Tra di loro c’è lo statunitense Troy Baker, attore, doppiatore e musicista che ha prestato la sua voce a un enorme numero di personaggi videoludici. In certi casi ha prestato anche il suo volto e il suo corpo a questi personaggi virtuali, grazie alla motion capture. Tra i suoi ruoli più noti si possono ricordare Joel Miller (protagonista del primo videogioco The Last of Us), Booker DeWitt (protagonista del celebre Bioshock Infinite), Pagan Min (il carismatico avversario di Far Cry 4) e Higgs Monaghan (antagonista dei popolari Death Stranding e Death Stranding 2: On the Beach di Hideo Kojima), giusto per citare solo alcuni tra i tanti ruoli che ha ricoperto.
Oltre a Baker saranno anche presenti tre attori che hanno doppiato altrettanti personaggi nel videogioco Clair Obscur: Expedition 33: Kirsty Rider, Maxence Cazorla e Rich Keeble. Per chi non segue il panorama videoludico, questo titolo potrebbe non dire molto, ma è stato una delle rivelazioni del 2025. Ambientato in un mondo dark fantasy ispirato alla Belle Époque, Clair Obscur: Expedition 33 ha venduto oltre cinque milioni di copie in pochi mesi e ha raccolto il plauso generalizzato. Il videogioco ha fatto tanto parlare di sé anche perché è stato sviluppato da Sandfall Interactive, un team francese relativamente piccolo il cui gioco ha superato quelli prodotti da molti colossi del settore che avevano molto più budget e risorse a disposizione. Si parla comunque di un team di trenta persone, al cui fianco hanno lavorato numerosi collaboratori esterni, per cui non si parla di due ragazzini che sviluppano nel garage di casa, ma la loro storia è stata comunque vista come quella di un Davide contro i vari Golia del settore.
Infine saranno presenti Roger Clark e Rob Wiethoff, altri due attori e doppiatori che hanno prestato la loro voce ai personaggi principali dei due Red Dead Redemption. Questi videogiochi sono blockbuster del settore e sono stati creati dallo stesso team che ha prodotto la popolarissima serie Grand Theft Auto (Gta). I due Red Dead Redemption sono ambientati nel vecchio West e sono sempre stati molto apprezzati per la grande libertà d’azione offerta al giocatore, per il loro grado di realismo e per il taglio cinematografico. Al fianco dei vari doppiatori ci saranno inoltre il compositore giapponese Hitoshi Sakimoto – che ha lavorato alle musiche di un’ottantina di videogiochi, tra cui Final Fantasy Tactics – ed Eric Monacelli, executive producer di Marvel Games, che ha lavorato a numerosi giochi legati ai supereroi dei comics.
Insomma, mettendo insieme tutti questi nomi emerge un’interessante rappresentanza di come il mondo dei videogiochi abbia ormai mutuato tante logiche del cinema, compreso lo star system. Tuttavia, comprendo bene quelle che potrebbero essere le obiezioni di alcuni. Avere attori famosi che parlano sul palco è qualcosa che riproduce il lato più patinato e commerciale del mondo cinematografico. Capisco chi dice che – sì, per carità – possiamo gioire del fatto che il videogioco sia sempre più mainstream, socialmente accettato e celebrato in grandi eventi, ma che preferirebbe vedere ciò che si muove lontano dai riflettori.
Qui interviene l’altra anima del gaming, quella portata avanti dal vastissimo, affascinante e caotico mondo dei piccoli team indipendenti, spesso riuniti sotto la generica etichetta di indie.
Qui dentro è possibile trovare veramente di tutto e spesso è proprio in questo mondo che avvengono le vere rivoluzioni, in termini di nuove idee e sperimentazione. Dove non ci sono budget per modelli tridimensionali fotorealistici e doppiatori di fama mondiale, la combinazione tra creatività e un marketing molto verticale possono ottenere risultati meravigliosi.
Come ogni anno, anche in questo 2025 la Milan Games Week & Cartoomics propone una selezione di questi videogiochi italiani, dentro alla zona etichettata come Indie Dungeon, che Fiera Milano e Fandango Club Creators gestiscono insieme a Iidea (l’associazione di categoria dell’industria dei videogiochi in Italia). Qui è possibile provare in anteprima i nuovi giochi che i team attivi nel nostro Paese stanno sviluppando. Da piccoli progetti realizzati da una o due persone alla loro prima esperienza a prodotti di team un po’ più strutturati e già attivi da qualche tempo.
In tutti i casi, l’Indie Dungeon è un’occasione preziosa. Lo è, in primo luogo, per i visitatori della fiera, che possono scoprire cosa viene prodotto in Italia. La maggior parte dei videogiochi realizzati da team italiani, infatti, vende la stragrande maggioranza delle copie all’estero. Molti giocatori, anche appassionati di videogiochi, sanno a malapena elencare un paio di sviluppatori italiani.
Ci sono mille concause dietro a questo scollamento e non è la sede per approfondirle, ma di sicuro è ottimo avere questa costante presenza dell’Indie Dungeon a un evento come la Milan Games Week & Cartoomics, che è aperto a un pubblico trasversale, in cui non sono presenti solo quel piccolo gruppetto di super appassionati che già conosce bene il mondo degli indie italiani. D’altra parte, eventi del genere sono anche utili agli sviluppatori, che possono per esempio utilizzarli come una prolungata sessione di playtesting: fanno cioè provare il loro gioco in anteprima a un gran numero di persone, osservano le loro reazioni durante le partite, raccolgono feedback, verificano se ci sono dei bug e altro ancora.
Alcuni di questi videogiochi indie sono anche ottimi punti di ingresso in questo medium, per chi lo conosce poco. Provare una breve demo per una decina di minuti, con accanto il suo sviluppatore a spiegarti cosa fare, è un’esperienza che non appare così spaventosa, per chi vede i videogiochi come qualcosa di troppo complesso. Per cui vorrei lasciarvi con un invito. Magari alcuni di voi si ritrovano in queste ultime parole. E magari andrete il 28-30 novembre alla fiera anche se non siete appassionati di videogiochi. Forse perché vi piacciono i fumetti, forse perché state accompagnando un’altra persona, forse per qualche altra ragione ancora. Fate un salto all’Indie Dungeon, osservate i videogiochi lì presenti, prendetevi qualche minuto per vedere come giocano le altre persone. Poi provate quelli che vi ispirano di più. I loro sviluppatori saranno ben contenti di spiegarvi comandi e meccaniche. Li farete felici, fidatevi.
E vi avanzerà anche tutto il tempo necessario per andare a sentire Troy Baker, girare tra gli stand commerciali e godervi tutte le altre attività di Milan Games Week & Cartoomics. Se amate i fumetti, troverete tanti ospiti internazionali di rilievo: Brian Michael Bendis e Sara Pichelli (creatori di Miles Morales, l’erede di Spider-Man), Lee «Jimmy» Ji-Min (disegnatrice del webtoon coreano Navillera), Peach Momoko (autrice giapponese che nel 2024 ha messo la sua firma sulla nuova collana Marvel Comics Ultimate X-Men), Marco Checchetto (autore di punta Marvel e disegnatore del poster ufficiale di Milan Games Week & Cartoomics 2025), Hidenori Kusaka e Satoshi Yamamoto (rispettivamente scrittore e disegnatore del manga Pokémon. La Grande Avventura), Paul Azaceta (Outcast), Mirka Andolfo (Sweet Paprika e Blasfamous) Chester Bror Cebulski (Editor in Chief di Marvel Comics) e molti altri.