Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Arriva Moravia, nascondete le tazzine!

Si può arrivare a scrivere romanzi e drammi, e addirittura poesie, a forza di studio tenace e buona volontà. Ma per essere dei grandi diaristi e memorialisti, capaci di non annoiare mai il lettore in un genere di scrittura per sua natura informe e soggetto alle circostanze più imprevedibili, bisogna indubbiamente possedere delle virtù, o delle inclinazioni, innate. Ne elenco tre: il sentimento della irriducibile singolarità degli esseri umani; il gusto dell’aneddoto e del pettegolezzo intesi come preziosi distillati o geroglifici dell’esistenza; un’inclinazione naturale alla vita sociale, della quale è necessario tollerare serenamente anche le noie e le delusioni.
Nata a Poggibonsi nel 1882 e morta a Roma nel 1977, Leonetta Cecchi Pieraccini ha coltivato, nella sua vita lunga e operosa, tutte le virtù necessarie a lasciare ai posteri una cronaca dei suoi tempi così interessante, così piena di saggezza e di umorismo, che si comincia a leggere le sue Agendine magari sfogliandole casualmente, in cerca di un aneddoto su Luigi Pirandello o su Margherita Sarfatti, e non si riesce più a staccarsene. Il «dolce rumore della vita», nel quale Sandro Penna, nei suoi versi più famosi, vorrebbe addormentarsi, forse ha il suono di queste pagine, con il loro impareggiabile miscuglio di profondità e irrilevanza, ripetizione e sorpresa, malinconia e umorismo. Ma a differenza del grande poeta, Leonetta Pieraccini amava stare ben sveglia: la sua passione per lo «scribacchiare» era una forma di attenzione e valorizzazione del vissuto, un rito opposto alla forza dissipatrice e vanificatrice del tempo.
Dieci anni fa, Sellerio aveva pubblicato una prima tranche di questo voluminoso diario, consegnato a decine di piccoli quaderni, relativa agli anni dal 1911 al 1929. Il 1911 è una data niente affatto casuale: Leonetta in quell’anno aveva sposato un giovane letterato fiorentino, Emilio Cecchi, destinato a diventare in breve tempo (il suo primo libro importante, Pesci rossi, è del 1920) un critico e uno scrittore di viaggi tra i più influenti e (giustamente) ammirati del suo tempo. Leonetta aveva venticinque anni: veniva da una famiglia colta, di tradizione socialista. Aveva iniziato la sua notevole carriera di pittrice studiando con Giovanni Fattori, il grande macchiaiolo. I giovani sposi si trasferirono a Roma all’indomani del matrimonio, e all’inizio degli anni Venti traslocarono in una grande casa in corso d’Italia 11, da dove si godeva il meraviglioso panorama di Villa Borghese.
La storia della società civile e letteraria è essenzialmente, in ogni epoca, una storia cittadina, e dunque una sorta di topografia. Ebbene, la casa dei Cecchi-Pieraccini, a pochi passi da via Veneto, non solo fu un luogo frequentato per decenni da tutti i più importanti protagonisti della letteratura, dell’arte e del giornalismo, ma contribuì, assieme a un arcipelago di altre dimore borghesi e a qualche più vetusto salotto aristocratico, a certi ristoranti e certi caffè, al cristallizzarsi di un inconfondibile «tono sociale romano», diversissimo dal milanese, mettiamo, o dal fiorentino e dal napoletano. E giustamente il secondo volume delle Agendine di Leonetta Pieraccini, che copre il quindicennio 1930-1945, porta come titolo Corso d’Italia 11. Come dicevo, è una lettura appassionante oltre ogni aspettativa, sia che lo si legga da capo a fondo, sia che lo si sfogli attratti da un nome celebre, da una battuta di dialogo, da una descrizione di un ambiente pubblico o privato. Non si può, a questo punto, tacere una storia insieme editoriale e genealogica che forse è unica al mondo. Nel 1992 Suso Cecchi d’Amico, grande sceneggiatrice e seconda figlia di Leonetta, trascrisse integralmente le Agendine della madre. Nel 2015, quando uscì il primo volume che ho citato sopra, fu il nipote, Masolino d’Amico, a dotarlo di una bella introduzione, nella quale argutamente attribuiva alla nonna un «umorismo più senese che fiorentino, ossia penetrante ma non beffardo». Ma non basta, perché a incaricarsi della cura dell’edizione di entrambi i volumi per ora pubblicati (compreso un utilissimo e sterminato indice dei nomi) è stata Isabella d’Amico, bisnipote di Leonetta. La cosiddetta immortalità, viene da riflettere, è un concetto retorico e del tutto irreale; potendo scegliere, è decisamente da preferire una solida discendenza. Non è che qualche pagina delle Agendine non fosse già uscita su riviste importanti, come «Omnibus» di Leo Longanesi e «Il Mondo» di Mario Pannunzio. Addirittura, tra il 1952 e il 1964 se ne ricavarono tre libretti. Merita d’essere ricordato il titolo pensato per uno di questi e poi scartato, Aspetti minori di gente maggiore, perché mi sembra contenere in cinque parole un’intera poetica.
Faccio un esempio letteralmente ad apertura di pagina, tra migliaia possibili. Che dopo un pranzo ci si affrettasse a bere il caffè nel servizio buono prima dell’arrivo di Alberto Moravia, gran fracassatore di tazzine, non è certo una notizia fondamentale per la storia letteraria. D’altra parte, la storia letteraria farebbe bene a non nutrirsi solo di nobili astrazioni, come il realismo o le forme del romanzo, perché le astrazioni non sono certo delle finzioni, ma sono valide per tutti e per nessuno, mentre la storia di qualunque arte o di qualunque scienza è fatta di individui, e dunque di caratteri.
Ora, cos’è l’aneddoto, fosse pure l’aneddoto in odore di futilità, se non la forma visibile, comprensibile di un carattere ? La realtà è che tutto, nella vita umana, è futile e transitorio, ma ci sono spiriti, come quello di Leonetta Pieraccini, capaci, senza nemmeno ostentarlo, di affinare lo sguardo fino a renderlo capace di distinguere, nel futile e nel transitorio, ciò che ha la sua relativa rilevanza, e merita di essere ricordato, catturato in poche righe vergate a caldo. Dell’autrice delle Agendine si può dire che fu un’ottima pittrice, soprattutto, e non a caso, nel genere del ritratto, e che con non minore maestria seppe disegnare con la sua scrittura.