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 2025  novembre 17 Lunedì calendario

L’ossessione della preistoria

La preistoria è uno specchio di Narciso. Vi cerchiamo l’autentico, il primitivo, l’inconscio, la lingua originaria, l’identità, oppure la barbarie da cui emanciparci. Lo storico delle idee della New York University, Stefanos Geroulanos, in un libro coltissimo e riccamente illustrato passa in rassegna tutti gli usi strumentali e spesso nefasti del passato per decidere chi è umano e chi no (o un po’ meno). Gli abbiamo chiesto di spiegarci perché a suo avviso la preistoria riguarda il presente, più che il passato.
Chi ha inventato la preistoria?
«La preistoria è un’ossessione da lungo tempo, fra teorie del progresso, antiche rovine e fossili. Verso la fine dell’Ottocento divenne anche una giustificazione del potere coloniale, trasformando i popoli indigeni in “primitivi” che appartenevano al passato. Nel 1930 le idee sul passato remoto erano diventate essenziali per tutte le ideologie: i socialisti proponevano un “comunismo primitivo” prima della proprietà e della disuguaglianza; i nazisti parlavano di preistoria ariana. Dopo la Seconda guerra mondiale, la preistoria fu la risposta alla domanda: cos’hanno in comune tutti gli esseri umani?».
Infatti tutte le culture hanno storie delle origini: in cosa sarebbe diversa la narrazione occidentale?
«Anche le nostre storie sulle origini sono miti, ma di un tipo un po’ diverso. Hanno la qualità del lavoro scientifico, aggiornato da un’attenta ricerca, e ciò conferisce loro un diverso valore di verità. Ma, ed è un “ma” rilevante, sono storie pubbliche, non semplici opere scientifiche. È difficile stabilire dove finisce la scienza e inizia la speculazione. Anche gli scienziati sono persone e propongono grandi teorie che si basano tanto sulla politica quanto sulla ricerca».
Ma se il passato è solo invenzione, non rischiamo di fare il gioco proprio di chi lo usa in modo ideologico? Non sarebbe meglio trovare un accordo su un terreno comune di evidenze?
«Quando dico “invenzioni” non intendo dire che il tempo remoto e gli antenati non fossero reali, ma che il dibattito pubblico si basa meno su ciò che erano realmente e più sui miti che li riguardano. Quindi sì, condividiamo un terreno comune di realtà e a livello scientifico abbiamo una conoscenza affidabile del passato, e possiamo avere un accordo provvisorio sulla preistoria».
Ma allora come si applica lo «scetticismo senza fine» che propone?
«Sulle lacune. Ad esempio, sappiamo pochissimo della vita sociale degli ominidi, dei sistemi di parentela, delle idee, delle norme, dei comportamenti considerati inaccettabili e così via. È qui che entrano in gioco i nostri miti e il nostro modo di comprendere noi stessi. Ciò che pensiamo su come “dovrebbero” essere gli umani prevale su ciò che sappiamo effettivamente».
Cosa c’è dietro la «riabilitazione» dei Neanderthal? Fatichiamo ad accettare che ci siano stati molti «modi di essere umani», cognitivamente ed emotivamente incommensurabili.
«Sono d’accordo: così come abbiamo difficoltà a comprendere altre culture, ne abbiamo di ancora più gravi ad accettare che ci siano modi di essere ugualmente umani che ci sembrano così incomprensibili. E allora oscilliamo: ci sforziamo di far assomigliare gli altri a noi oppure di trattarli come subumani».
Il Neanderthal con occhi azzurri e pelle chiara è diventato un paladino dei suprematisti che vaneggiano di un antico genocidio dei bianchi.
«L’estrema destra vuole un europeo che sia allo stesso tempo potente, avanzato e una vittima. Neanderthal e Homo sapiens sono solo strumenti utili per queste ideologie assurde, così come lo erano gli antichi Greci, Romani e Germanici».
Ma perché queste narrazioni funzionano? Nei Balcani e altrove, i miti su origini etniche e fantomatiche battaglie di secoli fa hanno veramente contribuito a creare un clima di odio.
«La narrazione è il modo migliore per unire un gruppo attorno a credenze condivise. Quando negli anni Settanta è diventato rozzo dire che alcune persone sarebbero superiori ad altre per motivi razzisti, le storie avvincenti sul passato hanno preso il sopravvento, sotto forma di miti sui malvagi “altri da noi” che terrorizzano la nostra povera cultura».
Charles Darwin sosteneva che in futuro avremmo dovuto estendere il nostro «noi» dalla tribù alla nazione e poi all’intera specie umana e agli altri viventi. Non pensa che avremmo bisogno di un qualche nuovo universalismo che, senza sminuire il valore delle differenze, ci aiuti ad affrontare le sfide globali?
«Sì, ne avremmo bisogno, ma anche l’universalismo darwiniano della compassione è stato capovolto. L’ho trovato usato in libri recenti come un segno distintivo di quanto “noi” saremmo avanzati rispetto ai popoli indigeni originariamente violenti. L’implicazione è che essi debbano imparare a essere umani come noi. Ebbene, siamo noi nella posizione di dire questo a persone che sono sopravvissute al saccheggio e alla distruzione delle loro terre sacre, che hanno visto i loro vicini sterminati da repressioni e malattie?».
Nei programmi delle scuole italiane da poco riformati si suggerisce di trattare di più l’«identità» occidentale. Che ne pensa?
«Questa insistenza si basa sulla pretesa che i non occidentali siano una minaccia alla fantomatica idea di un Occidente originario, facilmente definibile ed essenziale per capire “chi siamo”, insomma buono e degno di essere restaurato all’infinito. Questo Make the West Great Again è obsoleto e, si spera, crollerà da solo».
Perché definisce i libri di Yuval Noah Harari «guazzabugli fuorvianti»?
«Harari sommerge un lettore intelligente con dati accuratamente selezionati che si adattano a una teoria poco chiara, mescolata a formulazioni semplicistiche. Come quella di una singola scimmia primitiva, milioni di anni fa, che ebbe due figlie, una delle quali divenne madre delle scimmie, l’altra di tutti gli ominidi; o la teoria secondo cui “cucinando si è creata l’umanità”; la teoria degli umani con un’immaginazione condivisa. Grazie al modo accattivante con cui queste caricature vengono commercializzate, leggendole ci sentiamo confortati e più intelligenti. Nel frattempo, le pubblicità di Barack Obama, Mark Zuckerberg e altri contribuiscono a trasformarlo in un profeta».
Se non possiamo definire l’umanità senza ricorrere a versioni ideologiche della storia delle origini, dobbiamo abbandonare ogni definizione?
«Questo è davvero un dilemma. Da un lato, penso che quasi ogni definizione di umanità diventerà esclusiva, marchiando alcuni esseri umani come inferiori. Eppure, dall’altro lato, abbandonare le definizioni significa permettere ad altri di irrompere con le proprie e di nascondere la loro violenza, come sta facendo l’estrema destra».
Torna il paradosso dello scettico: se miniamo qualsiasi verità, vince la verità del più forte. Non pensa che il problema di fondo stia nel fatto che concepiamo la storia come il dispiegarsi di una necessità intrinseca che doveva per forza portare a noi?
«Sì, agiamo e ci sentiamo come se fossimo alla fine della storia, e spesso non vediamo via d’uscita: le democrazie in crisi; i nuovi media che ci plasmano in modi che ancora non comprendiamo; il cambiamento climatico. Viviamo con troppa storia, troppa storia locale, nazionale e globale, non sappiamo cosa farne. Queste storie ci confortano nel dire che siamo in un buon posto, e non invece, come penso, in un posto che dobbiamo lottare per migliorare molto».
Nel libro descrive bene i miti della «scimmia assassina», e poi della scimmia tecnologica, della scimmia cooperativa, e così via. Più studio l’evoluzione umana, più mi rendo conto che siamo una specie ambivalente e chimerica.
«Mi piace molto questa espressione: una specie ambivalente e chimerica. E nella società, non siamo meno complessi: guidati dalla fantasia, spesso violenti e autodistruttivi, a volte visionari. Non esiste una natura umana: più impariamo su noi stessi e sulla nostra storia, più abbiamo bisogno di confrontarci con l’immensa complessità, la grandezza e la povertà che ci definiscono».