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 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Dove sta il Sud?

C’è una notte dell’anno in cui tanti vorrebbero essere meridionali. Poi magari gli passa, ma quella notte, che cade sempre nell’ultima decade di agosto, il Sud è il posto più felice del mondo. Perché si balla scalzi, e il ritmo dei tamburi a cornice esalta e unisce, e le voci dei cantanti sono un richiamo a cui tutti cedono, pure quelli che non ci capiscono niente, nemmeno una parola. Magari fosse sempre come quella notte, il Sud. Magari fosse sempre Melpignano – Salento – e sempre estate e sempre la Notte della Taranta. No, quella è una festa, e il Meridione ha ancora troppo poco da festeggiare. Pure se la «questione meridionale» è un’espressione che risale al 1873 e soprattutto pure se oggi ci sono i fondi europei e quelli del Pnrr, e arrivano montagne di soldi che però ancora faticano a tradursi in investimenti e servizi, e anzi rischiano di restare inutilizzati e di tornare da dove sono venuti.
Dal confronto tra esperti di vari settori (economia, cultura, formazione, storia) che «la Lettura» ha coinvolto sul tema del Meridione oggi – nel pieno di un voto amministrativo (la Calabria ha votato il 5 ottobre e riconfermato il presidente uscente di centrodestra Roberto Occhiuto, Campania e Puglia votano domenica prossima) – emerge la prevalenza delle ombre sulle luci, e anche ciò che adesso appare luminoso, come il turismo e l’indotto, nasconde rischi che a lungo andare potrebbero far scoprire al Sud un rovescio della medaglia capace di creare danni in quantità almeno pari ai benefici dei quali molti ora godono e molti altri aspirano a godere.
E poi ci sono i sud del Sud. Le periferie, le province povere in regioni dove nessuno – o quasi – è ricco. E ancora: il quadro demografico, i flussi migratori, l’occupazione, i redditi, il Pil pro capite. Bisogna far parlare i numeri, e da quelli parte Marco Rossi Doria, napoletano, presidente dell’impresa sociale Con i bambini e da sempre operatore nel campo della formazione scolastica rivolta alle realtà più disagiate. Rossi Doria cita Divario di cittadinanza, il testo di Luca Bianchi e Antonio Fraschilla (Rubbettino, 2020) che analizza, tra l’altro, come il divario tra Nord e Sud del Paese si stia allargando, creando diseguaglianza nelle condizioni di vita che vengono evidenziate soprattutto da indicatori sociali di primissimo livello come la sanità e l’istruzione. «Se fino al secolo scorso, diciamo fino al 1980, la forbice era molto ristretta grazie a un meridionalismo serio e a politiche di sostegno ad agricoltura, industria e scuola; oggi il divario è sensibilmente cresciuto. E molto si è allargato nel decennio 2013-2023», spiega Rossi Doria. Soffermandosi su come la crisi demografica penalizzerà sempre di più il Sud: «Gli studi ci dicono che da qui al 2050 in Italia ci saranno 4 milioni e 500 mila abitanti in meno, e l’82 per cento, cioè circa 3 milioni e 600 mila persone, mancheranno al Sud, dove la popolazione sarà composta prevalentemente da ragazzi al di sotto dei 15 anni e da adulti ultra sessantenni e sessantacinquenni».
Cifre che prospettano scenari di comunità dove l’equilibrio sociale ne esce completamente devastato. Ma anche senza aspettare i prossimi venticinque anni c’è comunque poco da stare allegri.
Oggi il rapporto di occupazione tra le regioni settentrionali e quelle meridionali è di 69,4 contro 48,2. Ma ci sono altri dati che danno ancora di più il senso della situazione nel Meridione. Ancora Rossi Doria: «Le famiglie in povertà assoluta al Sud sono il 10,2 per cento, al Nord si arriva al 7,9 e al Centro ci si ferma al 6,7. E se consideriamo che al Nord e al Centro il numero delle famiglie di stranieri, che spesso fanno parte di quelle che vivono in povertà, è molto più alto rispetto al Sud, dobbiamo dedurre che i poveri del Sud sono soprattutto italiani». Chiaramente non va meglio con il reddito medio (di chi ce l’ha). «Al Sud è di 17.100 euro, nelle altre parti del Paese siamo a 25 mila», elenca Rossi Doria. Che aggiunge: «Il Pil pro capite rende ancora meglio l’idea: 44.700 euro nel Nord-Ovest, sotto i 24 mila nel Mezzogiorno».

Altri indicatori evidenziano senza pietà le differenze tra le grandi aree del Paese. La spesa sociale pro capite, per esempio, dove per «spesa sociale» si intende la copertura dei costi di assistenza sanitaria, pensioni e supporto a famiglie, disabili e persone in difficoltà. Al Sud è di appena 72 euro, a fronte di 197 nel Nord-Est e di 150 nel resto del territorio. Chiaro, quindi, quanto i criteri di welfare cambino in base alle aree del Paese.

Ma se pure in tema di scuola, che per Marco Rossi Doria è pur sempre il primo ambito professionale, i dati della dispersione nel Mezzogiorno raggiungono cifre inquietanti come il 21,1 per cento in Sicilia e il 19,9 in Campania, allora significa che la situazione del Mezzogiorno non concede speranze da qualunque lato la sia guardi «E invece no – replica il presidente di Con i bambini —. Oggi il Meridione si contraddistingue anche per le sue grandi capacità reattive. Ci sono realtà come il terzo settore, il volontariato, le parrocchie che ogni giorno danno prova di quanta forza e quanto impegno sappiano mettere nelle loro attività». Rossi Doria ha una teoria: «Sappiamo tutti che dal Sud c’è tanta migrazione per lavoro, ma ho l’impressione che ci sia anche chi nella disperazione per una situazione che certo è complicatissima trovi la voglia di restare per giocarsela fino in fondo, per raggiungere obiettivi che potrebbero sembrare impossibili. Ci sono giovani meridionali che vanno a farsi valere al Nord o all’estero e altri che restano qui e investono in start up innovative. E spesso raccolgono risultati che premiano le loro scelte. Ecco: questo sicuramente è un dato positivo. E non è un dato da poco».
Quei giovani creativi, o comunque quelle realtà imprenditoriali capaci di raggiungere obiettivi di alto livello, potrebbero essere gli stessi che, per come la vede Gianfranco Viesti, docente di Economia applicata all’Università di Bari, «hanno creato situazioni di grande vivacità in città come Napoli, Bari, Cagliari e Catania. Il laboratorio Puglia è molto attraente, e di sicuro l’asse Napoli-Bari è il più interessante del Sud».
Il punto di vista di partenza dell’economista pugliese è quindi positivo, ma allargando lo sguardo la sua posizione diventa decisamente più pessimistica. «Il Mezzogiorno – spiega – è caratterizzato da due elementi: un sistema produttivo che non crea lavoro e l’inefficienza dei servizi pubblici». Basterebbero questi due indici per giungere a conclusioni drasticamente negative. Ma ovviamente l’analisi di Viesti è più ampia. «Innanzitutto va rilevato che all’interno dello stesso Mezzogiorno si registrano differenze sensibili, per esempio tra fascia tirrenica e adriatica, con quest’ultima che sta decisamente meglio rispetto all’altra. Ciò che invece può essere visto come fenomeno complessivo è la costante distanza rispetto al resto del Paese. Anche oggi che l’Italia intera rallenta, il divario non si assottiglia ma rimane uguale». Segno che il Mezzogiorno soffre dei propri problemi e di quelli della realtà nazionale di cui è parte. Ma ad apparire preoccupanti, nell’analisi di Viesti, sono soprattutto le prospettive. «Previsioni è difficile farne. Ma a mio parere c’è un punto dal quale non si può prescindere: così come nell’Ottocento a trainare l’economia era la campagna e nel Novecento l’industria, oggi a fare da motore è il terziario avanzato. Non è più il pubblico, sono i servizi privati avanzati a creare sviluppo. Purtroppo è molto difficile per chi non ha avuto un’industrializzazione avanzata avere oggi un terziario avanzato».
Alle antiche carenze di investimenti nell’industrializzazione del Mezzogiorno si sono aggiunti, spiega ancora Viesti, due elementi che hanno contribuito a paralizzare ulteriormente il sistema: «Premesso che le cause dei ritardi nel Mezzogiorno non vanno cercate seguendo uno schema antropologico-culturalista, ma valutando il funzionamento dei temi economici del Paese, va detto che soprattutto dall’inizio della cosiddetta Seconda repubblica, il Meridione si è ritrovato a essere la parte debole di un Paese debolissimo. E questo schema si è moltiplicato perché la debolezza dell’Italia non fa che indebolire ulteriormente il Sud. Dove almeno dall’inizio di questo secolo la politica ha smesso completamente di impegnarsi. Al Sud si viene a fare campagna elettorale e basta. E questo riguarda tutti». Poi c’è il secondo elemento, che ha una dimensione internazionale: «L’allargamento dell’Unione Europea verso Est ha danneggiato il Sud. Perché è come se si fossero create delle periferie più economiche rispetto a quelle rappresentate dai territori del Meridione. E certi investimenti si sono inevitabilmente spostati da quelle parti». Né, secondo il docente dell’Università di Bari, c’è da illudersi di fronte a quello che oggi viene presentato dal governo come il più grande e importante investimento per il Mezzogiorno: il ponte sullo Stretto. «Personalmente sono del tutto contrario. A parte i dubbi che ancora ci sono circa la fattibilità di quest’opera, Calabria e Sicilia possono essere collegate adeguatamente con servizi via mare davvero efficienti. Senza considerare, poi, quanto la Sicilia avrebbe bisogno di collegamenti interni dei quali non si vede traccia».
Infrastrutture che di certo accrescerebbero ulteriormente l’attrattiva turistica, già molto forte nell’intero Mezzogiorno. «Che per la verità è ricco anche di cultura – aggiunge Viesti – ma purtroppo letteratura e cinema non producono Pil». Il turismo, però, sì. «Se vogliamo definire che cos’è il turismo dobbiamo dire che è vendita di servizi a non residenti, e in quanto tale va governato. Ha tanti aspetti positivi ed è senza dubbio una grande opportunità. Ma se non lo si sa gestire può anche riservare contraccolpi tutt’altro che positivi».
E poi siamo proprio sicuri che il turismo possa farsi carico da solo di rimediare a tutti i ritardi e le carenze che ancora affliggono quella parte d’Italia che rappresenta almeno un terzo del territorio nazionale? Alessandro Laterza, amministratore delegato della casa editrice che porta il nome di famiglia, è sicuro piuttosto del contrario. «Chi pensa di risolvere tutto con il turismo sbaglia. Non si può puntare soltanto su qualcosa che in realtà genera meno opportunità di lavoro di quanto si pensi». Laterza, barese rimasto a vivere nella sua città nonostante l’azienda abbia concentrato a Roma molte attività, condivide il pensiero di Viesti circa le reali necessità del Mezzogiorno: «Servirebbe un grande sviluppo del terziario avanzato e della manifattura innovativa, invece ci si è aggrappati all’idea che il Sud debba diventare una sorta di grande luna park dove tutto è turismo. È ovvio che nessuno è contrario al turismo. Ha avuto un grande sviluppo e va bene così, è giusto anche che dia ai territori un’occasione di orgoglio. Ma non può esserci soltanto quello».
E invece tutto il resto di cui ci sarebbe necessità, secondo l’editore barese non viene proprio preso in considerazione: «Il Sud è stato derubricato dall’agenda politica nazionale. Ormai è tutto delegato ai fondi europei e al Pnrr, che spesso non si è nemmeno capaci di utilizzare. La spesa pro capite per servizi e investimenti continua a essere più bassa rispetto al resto del Paese. E con l’autonomia differenziata tutto diventerà più complicato, non ci saranno più soldi nemmeno per i servizi minimi. Personalmente sono molto pessimista e non intravedo uno sbocco».
Nemmeno nella cultura, che pure per Laterza è pane quotidiano: «Al Sud ci sono tante case editrici: Rubbettino in Calabria, Manni a Lecce, Dedalo a Bari, oltre ovviamente a Sellerio a Palermo. E poi le produzioni cinematografiche e le serie tv che hanno portato i loro set nelle nostre regioni. In questo senso il boom è stato eccezionale, ma ho l’impressione che ci sia stata anche come una museificazione del Mezzogiorno». La preoccupazione vera però è un’altra. «Non ci si può nascondere – dice l’editore barese – che nel Meridione permangano gravi disuguaglianze. Sia reddituali rispetto al resto del Paese, perché al Sud è molto di più il lavoro temporaneo e povero, sia addirittura all’interno delle stesse regioni. Parlo della Puglia perché è quella che conosco meglio. I livelli occupazionali a Bari sono migliori che a Foggia, e nei centri urbani sono migliori rispetto alle aree di provincia».
Permane dunque quel «senso di alterità» sul quale basa il proprio ragionamento la professoressa Marta Petrusewicz, nata in Polonia, vissuta a lungo a New York e trasferitasi per scelta personale da molti anni in provincia di Cosenza (a Rende) dove insegna Storia moderna all’Università della Calabria. «Vorrei partire dal concetto di periferie, che non è un concetto oggettivo. Le periferie esistono soltanto rispetto a un centro, e lo stesso vale per la questione meridionale, che esiste soltanto in un rapporto di alterità rispetto a un centro rappresentato dal resto dell’Italia, soprattutto quella del Nord. Un rapporto che è stato sempre definito in termini di superiorità e inferiorità, e che oggi vede una forte ripresa della criminalizzazione del Sud. Perché esistono le mafie, certo, ma anche per rappresentare i meridionali come incapaci di provvedere a loro stessi. Questa criminalizzazione ha finito per creare una fiacca morale del Sud, dove è stato interiorizzato il senso della sconfitta».
Petrusewicz si spinge a parlare addirittura di «immagine razzializzata del Sud», un processo che a suo parere verrebbe messo in atto con uno scopo preciso: «Credo che l’orientamento politico del Paese sia di voler provocare nel Sud una grande umiliazione culturale in modo da poter intervenire e soggiogare le autonomie locali».