Corriere della Sera, 17 novembre 2025
Fascino e avversione. L’enigma Alcibiade
Nell’Atene del V secolo a. C. Alcibiade si presentava come il successore naturale di Pericle. E Pericle nel 429 morì colpito dalla peste all’età di sessant’anni quando era ancora all’apice della sua avventura politica. Alcibiade di anni ne aveva quaranta di meno dell’illustre parente (che lo aveva per così dire adottato dopo la morte prematura del padre). Ed era stato un assiduo frequentatore, allievo, di Socrate. Ea apprezzato dai suoi concittadini per intelligenza, prestanza fisica, coraggio e ardimento politico. Chi meglio di lui per prendere in mano le redini della città entrata in conflitto con Sparta?
È la domanda che si è posto ogni studioso che si sia occupato di questo particolarissimo e intrigante momento storico. Domanda a cui non si è sottratto Marco Bettalli in Alcibiade e la democrazia ateniese. Storia di un conflitto, in libreria dal 21 novembre per l’editore Carocci. Per giungere, Bettalli, ad alcune interessanti conclusioni sulle virtù e i difetti di Alcibiade. Le virtù le conosciamo, ma quali difetti? Due studiose che negli ultimi trent’anni si sono occupate di lui – Jacqueline de Romilly in Alcibiade, un avventuriero in una democrazia in crisi (Garzanti) e Cinzia Bearzot in Alcibiade, il leone della democrazia ateniese. Stratega, politico, avventuriero (Salerno) – hanno scelto di definirne i limiti mettendo entrambe nei titoli dei loro libri quella particolare definizione («avventuriero») che forse offre una prima spiegazione del perché gli ateniesi mai si fidarono fino in fondo di lui. Quantomeno non lo fecero allo stesso modo in cui lo avevano fatto con Pericle. Ne rimasero affascinati, attratti, persino travolti. Ma qualcosa non andò per il verso giusto.
C’è un momento preciso in cui il rapporto tra Atene e Alcibiade entra in crisi. In una notte d’estate del 415, mentre Alcibiade è in procinto di partire per una missione militare in Sicilia – racconta Luciano Canfora in La lista di Andocide (Sellerio) – un gruppo di giovani ateniesi si dà alla baldoria. Al mattino dopo, gli ateniesi trovano le erme di pietra, le colonne a base triangolare con la testa e il fallo di Hermes, «mutilate nell’attributo della fecondità». Quello stesso giorno ebbero inizio le delazioni e gli arresti. Si cominciò a fare il nome di Alcibiade. Montò e raggiunse proporzioni enormi il «maggiore scandalo della repubblica» mai esploso ad Atene. Alcibiade chiese invano di essere processato all’istante. Invece – prosegue Canfora – «lo si volle lasciar partire per poi richiamarlo e processarlo in posizione di debolezza». Secondo Plutarco – in Vita di Alcibiade (Garzanti) – i delatori non fornirono nessuna prova valida della sua colpevolezza. E neanche della sua partecipazione, anche indiretta, a quella bravata destinata a provocare la collera degli dei.
La spedizione in Sicilia ebbe poi esiti catastrofici. E Alcibiade, senza esitazione, «riparò» a Sparta dove rimase una trentina di mesi. Si giustificò pronunciando un celebre discorso in cui sosteneva (come fanno sempre coloro che tradiscono la causa) di essersene andato perché Atene non era più quella dei suoi tempi. Dopo alcune peripezie, gli fu consentito di tornare nella propria città. Ma ormai, agli occhi dei concittadini che pure lo «perdonarono» e lo accolsero con gioia, era diventato appunto un «avventuriero». Da quel momento, Alcibiade – ha scritto Canfora nel libro di cui si è detto – «predestinato per nascita alla leadership politica, congiunto di Pericle, per la democrazia ateniese, già messa alla prova del “principato” pericleo, costituì un problema permanente».
Ad Atene circolava una «storiella» d’origine oligarchica – riferita da Diodoro – secondo la quale a suo tempo era stato Alcibiade a suggerire a Pericle di aprire un contenzioso armato con Sparta. Tempo addietro – riferisce Diodoro – gli ateniesi avevano consegnato a Pericle una somma «ammontante più o meno a ottomila talenti» di cui lui non riusciva a spiegare l’utilizzo. Prostrato, l’anziano leader politico aveva chiesto consiglio al giovane congiunto e questi gli aveva detto «che non doveva affatto cercare come render conto delle spese, ma come non farlo». Pericle accolse il suggerimento e, per non dover dare spiegazione della somma ricevuta, aveva scatenato la guerra contro Sparta.
A livello di verosimiglianza, ironizza Bettalli, «la spiegazione offerta dello scoppio della guerra del Peloponneso non è lontana da quella che riteneva Paride causa della guerra di Troia». Ma la storia raccontata da Diodoro «è comunque di grande interesse, per come ci mostra il regime democratico visto dalla parte dei suoi avversari». A loro non importava che Pericle avesse impiegato quei soldi per abbellire Atene e, soprattutto, per mantenere il dominio sugli alleati. Atene era stata coinvolta nell’epocale conflitto contro Sparta (che sarebbe durato un’intera generazione) per far sì che le gravi circostanze destinate a imporre continue decisioni facessero dimenticare «la minuzia dei rendiconti relativi agli anni precedenti». Pericle veniva presentato come un uomo a metà tra il cinico e lo sprovveduto. Ma Alcibiade, peggio, come un ragazzo privo di scrupoli. Ragazzo che però, agli occhi dei suoi contemporanei, aveva tratti più «moderni» di quelli di Pericle. Il suo stile oratorio e anche la frequentazione con Socrate (che nella città veniva percepita come «alla moda» e «confusa con gli insegnamenti sofistici») ne facevano «l’idolo delle nuove generazioni». Ma suscitavano «le perplessità, se non la riprovazione dei più anziani».
Alcuni elementi che caratterizzarono la vita di Alcibiade, «quali lo sfrenato individualismo nonché la disponibilità a ignorare i confini della pólis e gli obblighi nei suoi confronti» sono stati letti – con una visione, secondo Bettalli, «un po’ manualistica della storia greca» – come «anticipatori dell’età ellenistica». Ma non da Yves Mény in Democrazia: l’eredità politica greca. Miti, potere, istituzioni (Ariele). In realtà, precisa Bettalli, la personalità di Alcibiade «rivela schemi mentali assai antichi, verrebbe da dire arcaici». Nel suo comportamento si ritrovano «tratti propri dell’aristocratico di una volta». Un aristocratico «proiettato oltre i confini della propria pólis, inserito in un network internazionale, utile per intessere relazioni, amicizie, spesso rafforzate da matrimoni». Così, con questo spirito, Alcibiade guarda ad Argo, a Sparta e ad altre città della Ionia microasiatica. Come tutti gli aristocratici, poi, «è caratterizzato da un’enorme considerazione di sé stesso consapevole com’è della presunta distanza che lo separa dalla gente comune». All’indubbia intelligenza si accompagnano in lui prepotenza, arroganza, imprudenza, inclinazione alla trasgressione. Per questo gli fu immediatamente attribuito un ruolo nella bravata della mutilazione delle erme. Fu quasi naturale che i suoi concittadini lo ritenessero coinvolto in quello sconsiderato quanto inutile gesto. Compiuto probabilmente al fine di scatenare quelle fantasie e colpire così la sua immagine.
Gli aristocratici nell’Atene democratica del V secolo a. C. – una democrazia del tutto particolare come hanno ben spiegato Luciano Canfora in diversi suoi libri, Mauro Bonazzi in Atene, la città inquieta (Einaudi) e Pauline Schmitt Pantel in I migliori di Atene. La vita dei potenti nella Grecia antica (Laterza) – si sentivano degli intrusi. Anche se in fin dei conti la maggior parte di loro aveva scelto di collaborare con il regime. Ma con loro Alcibiade non si trovava a proprio agio. Il suo comportamento arrogante e sopra le righe («persino per i parametri assai tolleranti di un aristocratico del suo tempo» sostiene Bettalli) era tale «da suscitare mormorii, da attirargli le antipatie di molti, soprattutto dei più anziani». Tuttavia, questo comportamento «non fu mai così riprovevole da porlo fuori dalla comunità». La sua indole «suscitava commenti, spesso negativi, ma non gli impedì mai di ottenere posizioni di comando e un ruolo centrale nelle vicende del tempo». Alcibiade però, sostiene Bettalli, non era in grado di avere relazioni paritarie con i suoi simili. Le consorterie oligarchiche erano, al loro interno, profondamente egualitarie e agivano per lo più nell’ombra. Alcibiade, invece, aveva bisogno di un pubblico, in un certo senso come i demagoghi.
Ma con i capipopolo, gli Iperbolo, gli Androcle, i Cleofonte i suoi rapporti furono pessimi. Forse da giovane ebbe qualche intesa con Cleone, personaggio di spessore diverso rispetto ai tre appena citati. Non ne è, però, rimasta traccia. Alcibiade disprezzava (ricambiato) i demagoghi. I demagoghi si rivolgevano al popolo dicendo «seguiteci, siamo come voi». Il messaggio di Alcibiade era l’opposto: «Unitevi a me perché io sono superiore a voi». I demagoghi gli fecero una guerra senza quartiere. Iperbolo cercò di ostracizzarlo. Androcle fu con ogni probabilità il manovratore occulto dello «scandalo delle erme» e del richiamo di Alcibiade dalla spedizione in Sicilia. Cleone si oppose perfino al suo richiamo.
Ma lui non se ne curò. O se ne curò al minimo indispensabile. Alcibiade dava talmente per scontata la propria superiorità che non assunse mai quegli atteggiamenti paranoici e ossessivi che spesso trasformano il carisma in tragedia. La dimensione del gioco – scrive Bettalli – «era in lui preponderante, un aspetto assai originale della sua personalità che a nostro parere assai raramente è stato colto nella sua importanza». La tesi di Bettalli è che il matrimonio di Alcibiade con la democrazia, più che fallito, «non s’aveva da fare». Alcibiade ebbe perfino il coraggio di proclamare la propria «estraneità» alla democrazia al cospetto dell’assemblea ateniese, rivendicando la propria superiorità. Nella sua testa la democrazia è niente più che «un involucro». E non si prefigge neanche di contrastarla. Quale fosse la migliore forma di governo «era per lui un problema secondario». Importante era il ruolo che si era autoassegnato, quello del leader. Eccezion fatta per qualche episodio minore, non si conoscono neppure specifiche azioni contro i rivali, dal momento che «non pensava di avere rivali e di doverli combattere». Bastava la sua presenza – secondo lui – per farlo vincere (e in qualche modo era vero). Ma in sua assenza le trame per portarlo alla rovina riprendevano, ogni volta con maggior vigore. Bettalli gli rimprovera – si fa per dire, il suo non vuole essere un giudizio etico – un eccesso di sicurezza che lo induceva a «superficialità».
D’altra parte, gli riconosce lo studioso, aveva ragione nel ritenersi ingiustamente accusato. E, di conseguenza, nel «non riconoscersi nel governo della sua comunità». In qualche modo sfiorò aspetti vicini alla nostra sensibilità come il rapporto tra la folla e una personalità carismatica descritto da Max Weber. Ma, a guardarlo meglio, è «il protagonista di una favola antica, irriducibile al mondo di oggi». La sua è una figura affascinante «pienamente storica» e nello stesso tempo simile agli eroi dell’Iliade. La sua diversità conclamata, fulcro di ogni ragionamento sulla sua persona «non permette di proporre alcun paragone moderno». Alcibiade – è la conclusione di Bettalli – ebbe buon gioco nell’Atene dei suoi tempi a «presentarsi come una star». Un genere di persona «per cui le comunità antiche e moderne provano attrazione» («anche se nessuno – puntualizza l’autore – ha mai scritto un manuale su come ci si debba rapportare con esse»). Però «se vuoi essere una star, puoi esserlo solo di fronte ad un pubblico, il più ampio possibile». E tutto questo lo aveva capito perfettamente Tucidide che fu spettatore delle performance di Alcibiade «come si assiste di fronte a uno spettacolo che disgusta e affascina insieme». Tucidide in buona sostanza «si divertiva nel seguirne le peripezie: lo trovava intollerabile, ma avrà goduto dei suoi discorsi pubblici e privati, della sua bellezza e intelligenza». Però non ne era affascinato. Quantomeno non del tutto.
La personalità di Alcibiade, gli riconosce Bettalli, «rendeva pressoché inevitabile affidarsi totalmente a lui». Ma «le democrazie antiche, come quelle moderne, non hanno bisogno di eroi, di persone che “saltano” la storia per entrare direttamente nel mito». Necessitano invece di uomini normali che lavorano nell’ombra rispettando le regole della comunità, mettendo a frutto le proprie competenze. Ecco perché quello tra Alcibiade e la democrazia, più che fallito, fu un «matrimonio impossibile». Alcibiade è stato in un certo senso «la negazione della democrazia» anche se «si trovò ad accettarla, a conviverci, persino a cercare di salvarla». Quello che la democrazia aveva da offrirgli in fondo era solo un pubblico.