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 2025  novembre 17 Lunedì calendario

Le carte che ha Milano

La questione più discussa in settimana dai lettori del Corriere è stata quella posta da Ferruccio de Bortoli su Sette, nell’articolo dal bellissimo titolo Milano ti amo, ma non mi piaci più. De Bortoli come sempre coglie nel segno. I milanesi sono legatissimi alla loro città; e nello stesso tempo faticano a riconoscerla, e a viverci.
A giudicare dalle reazioni dei lettori, Milano è considerata da una parte una città attrattiva, in particolare per i benestanti e per i giovani che possono permettersela, e dall’altra una città respingente per chi non ne regge i ritmi e la crescita dei prezzi, in particolare per gli anziani.
Milano, si dice da sempre, è la nostra New York. Il problema è che sta diventando come New York anche nel senso che vi si vive a rotazione. Il che è tipico della cultura americana, meno della nostra. Negli Stati Uniti quasi nessuno nasce, vive e invecchia nello stesso posto. New York, in particolare Manhattan, è una città in cui si arriva, ci si forma, spesso ci si arricchisce, per poi lasciarla verso luoghi dove i ritmi, i prezzi, il peso fiscale sono più bassi (e le temperature più alte). Sta accadendo lo stesso anche a Milano, che attrae e nello stesso tempo logora, esaurisce, espelle.
Intendiamoci: Milano resta una città necessaria. L’unica metropoli italiana. Gli altri due vertici dell’antico triangolo industriale, Torino e Genova, non ne hanno retto il passo, infatti diventano città rifugio per chi, grazie anche al lavoro a distanza e ai treni veloci, vi prende casa pur continuando a gravitare su Milano.
R oma è diversa. Più grande, più verde, certo caotica ma con isole più vivibili, le sicurezze del denaro pubblico, il respiro del mare e della campagna vicini: dove finisce la città ci sono le onde e i campi; Milano è molto più piccola ma non finisce mai, diventa Cormano, Sesto, Cinisello, Rho, Pero…
Nessuna città in Europa ha saputo riconvertire il proprio modello produttivo in tempi tanto rapidi. La cintura industriale – la Breda, la Siemens, l’Alfa, la Pirelli, la Marelli, la Falck… – si è trasformata nel motore di una nuova economia, incentrata sulla ricerca, la conoscenza, la farmaceutica, l’energia. Nessuna città italiana ha un sistema di trasporti europeo, otto università, poli sanitari d’eccellenza, oltre ovviamente alle case editrici, alla moda, alla finanza. Le antiche parole dell’arcivescovo Ariberto da Intimiano – «chi ha un mestiere venga a Milano» – sono ancora valide. Fedele Confalonieri ama tradurle così: «Chi volta el cùu a Milan, volta el cùu al pan».
Tuttavia, Milano non può essere solo una città per ricchi. La flat tax per i miliardari stranieri, che ha contribuito a far crescere ulteriormente i prezzi delle case, è una beffa ai contribuenti onesti. La povertà degli esclusi, che allungano ogni giorno le file fuori dalle mense dei francescani e della Caritas, è uno scandalo. Ma Milano sta diventando insostenibile anche per il ceto medio, e in genere per gli italiani a reddito fisso. A cominciare dai pensionati.
Le lettere dei pensionati al Corriere non pongono solo questioni economiche. E l’accento non cade soltanto sulla sicurezza, che è ovviamente un problema, tra borseggi e scippi (pur se Milano resta più sicura di molte città europee). Quello che più offende è il degrado dei rapporti umani. E l’insicurezza, più che dalla presenza di delinquenti, nasce dalla sensazione di impunità. Certo, è troppo difficile tenere in carcere chi delinque: inutile ad esempio diminuire l’età a cui si è penalmente responsabili, se l’unica struttura è il Beccaria, già sovraffollato; così come San Vittore andrebbe chiuso, mentre andrebbero aperte carceri moderne, rispettose della dignità dei detenuti e adatte al loro recupero. Ma non è solo di questo che parlano i milanesi. Il borseggio o lo scippo è un’esperienza che spaventa e umilia, ma resta un caso limite. A giudicare dalle testimonianze, al milanese anziano danno ancora più fastidio le disavventure piccole ma quotidiane: il monopattino a tutta velocità sul marciapiede, la bicicletta a pedalata assistita – in pratica una moto – lanciata contromano, il fetore di orina nelle vie del centro, lo spaccio a cielo aperto, e più ancora il fatto che tutto questo non venga minimamente sanzionato. Se si aggiungono l’inquinamento record e l’aria a volte irrespirabile, la qualità della vita di una persona la cui esistenza non coincide con il lavoro è inferiore alle legittime aspettative dei milanesi.
Le soluzioni possono essere molte. De Bortoli propone una card per i giovani, che renda la città fruibile anche a chi non ha una famiglia facoltosa alle spalle. Case popolari e abitazioni per il ceto medio saranno senz’altro costruite. La follia di far pagare trecentomila euro l’anno a chi nel proprio Paese ne dovrebbe versare decine di milioni sarà superata da una politica fiscale comune europea. Ma non è tutto qui. C’è una mentalità da ritrovare, una civiltà dei rapporti, un calore delle relazioni umane, una cultura del vivere insieme, un bilanciamento tra gli interessi privati e quelli pubblici. E c’è un contrasto eccessivo tra la ricchezza esibita e il silenzio prezioso del volontariato e della solidarietà.
Milano non è in declino; ma non può pensare di essere risparmiata dal declino italiano ed europeo, se non saprà ripensarsi.