Corriere della Sera, 17 novembre 2025
Gli alleati «in missione» dai nordisti anti Salvini: «Tutti i voti contano»
Adesso che non sono più, o non sembrano più, i «quattro amici al bar» un po’ sopravvissuti e un po’ nostalgici dei tempi in cui Umberto (Bossi) scaldava i cuori delle vallate padane, i leghisti della prima ora che hanno dato vita al Patto per il Nord, riunitosi a congresso a Treviglio per l’elezione a segretario di Paolo Grimoldi, fanno gola a molti. Tanti o pochi che siano, quei voti possono fare la differenza quando, di qui a due anni, si andrà ad elezioni politiche.
E allora, meglio trascurare le differenze, in qualche caso solari, ed esaltare le possibili convergenze. A costo di strabilianti acrobazie politiche. Come quella che vede Marco Osnato, genero di Romano La Russa e fedelissimo di Ignazio, far scattare in piedi per una standing ovation la platea del teatro Tnt di Treviglio elogiando la figura di Bossi e sottolineando che «anche la destra è sensibile al federalismo» (perché anche il Movimento sociale negli anni Settanta si batté invano per l’autonomia della provincia di Belluno, di cui il deputato è originario).
Il parlamentare di Fratelli d’Italia si è anche spinto più in là, complimentandosi con i fondatori del Patto per il Nord: «Anche noi poco più di dieci anni fa fummo costretti a ripartire da zero perché ci sentimmo traditi da chi ritenevamo dovesse portare avanti i nostri valori». Un parallelo che rischia di non essere molto gradito a Matteo Salvini e ai leghisti doc, dipinti indirettamente come coloro che hanno tradito gli ideali. Ma è la presenza stessa di Osnato, e del segretario regionale lombardo di Forza Italia, Alessandro Sorte, in casa di chi ha lasciato la Lega o ne è stato espulso fondando un movimento che si presenta come l’unico vero soggetto politico del Nord, federalista e vicino al mondo delle partite Iva, a creare i presupposti per un possibile incidente diplomatico con l’alleato.
Il deputato azzurro ne è consapevole. Nel suo discorso di saluto al congresso sottolinea la necessità per il centrodestra di allargare i suoi confini (e ricorda quando Berlusconi perse il confronto con Prodi per 24 mila voti, come a dire che i consensi del Patto per il Nord possono essere provvidenziali). Ma subito dopo lancia un richiamo: «Non dovete insultare i nostri alleati». Riferimento indiretto a Matteo Salvini, il cui nome non appena viene evocato dai relatori viene ricoperto da salve di fischi e di improperi.
Il corteggiamento, comunque, non è solo degli esponenti del centrodestra. Anche l’ex deputato e ora consigliere regionale pd, Emilio Del Bono (possibile candidato alla guida della Lombardia nel 2028), stuzzica l’orgoglio dei presenti parlando degli enti locali calpestati dal centralismo e invitando tutti ad una battaglia autenticamente autonomista. Luigi Marattin, ex renziano ora segretario del neonato Partito liberaldemocratico, gioca la carta di un invito a far parte di un terzo polo costituito da chi non si riconosce negli altri due, mentre Benedetto Della Vedova (+Europa) contrappone un Bossi euroscettico ma federalista ad un Salvini sovranista. Impreviste ragioni di salute, invece, hanno fatto saltare l’atteso intervento di Carlo Calenda.
In attesa di capire chi saranno gli alleati e in quale schieramento collocarsi, Grimoldi chiarisce cos’è la sua creatura che sta raccogliendo volti vecchi (ieri si sono visti anche i fedelissimi bossiani Marco Reguzzoni, Dario Galli e Roberto Bernardelli) e nuovi. «Non siamo gli ex, non siamo i nostalgici, non siamo una costola di qualcuno. Noi siamo Patto per il Nord, un nuovo partito, ma l’unico partito del Nord». L’ex segretario lombardo della Lega poi precisa: «Non cerchiamo un nemico da denigrare. Abbiamo un progetto politico: realizzare uno Stato federale, riportare il Nord ad essere protagonista. Lavoriamo affinché altre forze politiche prendano atto che questo Paese ha un assoluto bisogno di sradicare assistenzialismo, statalismo e clientelismo».