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 2025  novembre 16 Domenica calendario

Intervista a Marco Bellocchio

Quanta vita può stare dentro una stanza? A guardare Marco Bellocchio, tra le quattro pareti del suo studio romano, la risposta è moltissima. C’è il poster grande de I pugni in tasca, ci sono i quadri impressionisti dipinti da lui, la cittadinanza onoraria della sua Bobbio; intorno, libri, cartelle di lavoro, progetti, una locandina de Il traditore in giapponese, frammenti di pellicola, calendari e decine di altri segni di cammino. Tracce di un percorso – quello di uno dei più grandi registi italiani, 86 anni appena compiuti – che continua a fare spazio al futuro.
E il futuro, per lui, passa sempre da Bobbio. Non per nostalgia – parola che non ama – ma per «vitalità». Perché per capire davvero Bellocchio bisogna partire da lì, dal paese dove è nato e dove, dopo una lunga assenza, ha scelto di tornare ogni anno: non per «ricordare i morti o il passato», ma per fare. Cinema, soprattutto. Ogni estate, così, Bobbio diventa il suo laboratorio. E lui, quando può, vi trascorre buona parte di agosto: settimane intense, liberissime, «senza giudici né critici», come ripete spesso. È il suo elisir di lunga vita: il corso Fare Cinema, un festival, una ventina di ragazzi, una troupe che nasce da zero, attori e colleghi che passano a trovarlo, angoli del paese che diventano set. «Mi fa sentire vivo», rivela, accennando un sorriso. Ed è da qui – dal rapporto con i giovani, dall’acqua del Trebbia e da questa sua idea tenace di vitalità – che comincia anche questa conversazione.
Com’erano le sue estati da ragazzo?
«Ho trascorso a Bobbio tante vacanze, e quelle estati sono state davvero formative, più di quanto non lo fosse Piacenza, che per me era l’inverno e lo studio. Poi ci sono stati anche gli anni del collegio a Lodi. La bella stagione apriva prospettive nuove. E lì, da adolescente, sono arrivate le prime esperienze amorose. Nel Trebbia ho imparato a nuotare. La prima volta che ho visto il mare, invece, avevo undici anni: mi portarono in gita ad Alassio con il collegio. Ho sempre continuato a preferire il fiume: l’acqua che si rinnova continuamente è un’esperienza viva».
Cosa le piace di più dello sguardo dei ragazzi che partecipano a Fare Cinema?
«Sono diversi tra loro: c’è chi vuole fare l’attore, chi il fotografo, chi il regista, chi vuole scrivere. Io non insegno: per me insegnare è il fare. Al di là dei risultati, quello che mi piace è il fatto di poter lavorare in modo più libero. Quando fai un film, invece, subito ti chiedono: “A quale festival andrà?”, “Quando esce?”. A Bobbio no. È una libertà breve, certo, ma senza giudizi. E c’è una ricchezza particolare: lavorare con i giovani, ma senza nessuna voglia di fare il professore. Non l’ho mai avuta».

Che cosa prova quando la chiamano «maestro»?
«È curioso: col tempo è diventato quasi normale. Ci sono persone che vengono chiamate “dottore”, altre “professore”, altre ancora “maestro”. Mi succede soprattutto su alcuni set, con alcune troupe. Io, però, non sono uno che parla molto. Non ho pretese di cattedre o di lectio magistralis. Ogni tanto posso dare una spiegazione, una parentesi, una riflessione. Quando mi chiedono di fare una lezione, dico sempre: “Se mi fate delle domande, vi rispondo”. Ma che io prepari un discorso intero, senza interruzioni, mai».
Le capita mai di ripensare al giovane Marco Bellocchio?
«Sì, spesso. I ragazzi oggi mi fanno sempre la stessa domanda – e mi fa sorridere – : “Qual è il suo segreto?”. Succedeva anche a me al Centro sperimentale: arrivavano Fellini e Antonioni e noi li guardavamo incantati. Alcuni studenti facevano mille domande, io quasi nessuna. Da giovani si cerca soprattutto l’azione. Si può cadere nella presunzione – “voi siete così, ma io farò meglio” – oppure, al contrario, sentirsi schiacciati. Serve realismo: riconoscere la grandezza degli altri senza lasciarsene intimidire».
Guardando ai giovani di oggi, le sembra che abbiano più paura di fallire?
«Viviamo trasformazioni travolgenti: io a malapena uso il cellulare. Oggi sembra – ma non è così – che ci sia una possibilità per tutti, una sorta di democrazia in cui, con un telefono, uno può persino fare un film. Io vengo da un mondo molto più “aristocratico”, nel senso che erano pochissime le persone che pensavano di fare cinema. Ora ho l’impressione che questi strumenti diano l’idea che tutti possano arrivare a conoscere, a dire, a esprimersi. Tutti parlano, tutti giudicano. E adesso c’è anche questa intelligenza artificiale…».

La usa? Le interessa?
«Direi che ne avrò abbastanza di quello che sono quando l’intelligenza artificiale prenderà il sopravvento (sorride, ndr). Oggi ci sono così tante manipolazioni, non sai mai se un’immagine è vera o no. Ma ci sarà sempre un motore originale che ha a che fare con la fantasia, con la sua unicità. Altrimenti saremmo tutti uguali. L’umanità ha attraversato tanti momenti di buio – oggi abbiamo la crisi climatica, le guerre, la moltiplicazione delle armi – ma ha sempre trovato punti di ribaltamento. E finché continuiamo a immaginare, a scrivere, a lavorare in un modo che non è poi così diverso da quando ho iniziato io, sarà sempre così. Una storia, che tu la scriva su un tablet o su una pagina bianca, la devi comunque immaginare».

Chi sono stati i suoi modelli?
«C’era il grande cinema che avevo scoperto al Centro sperimentale: il cinema muto, quello espressionista. Vedere capolavori come Il gabinetto del dottor Caligari, Nosferatu, Il diario di una donna perduta o La passione di Giovanna d’Arco è stato decisivo. Poi c’era il cinema a me più contemporaneo, la Nouvelle Vague, che non mi ha sconvolto, ma mi ha colpito: Fino all’ultimo respiro, Hiroshima, mon amour, I 400 colpi. In Italia c’erano i grandi maestri, in piena vitalità: Fellini, Antonioni, Visconti, De Sica».
Nei suoi discorsi torna spesso la parola «vitalità».
«Non mi piace la nostalgia. La prima volta in cui tornai a Bobbio – del tutto casualmente – non avevo alcuna intenzione di farlo. Ma lì ho visto, in me stesso e nel rapporto con i miei familiari – non dimentichiamo che da I pugni in tasca in poi ho raccontato madri nel burrone, fratelli affogati, tutto nato da un atteggiamento di rifiuto –, che era subentrato qualcosa di diverso: non una riconciliazione, ma il bisogno di capire più profondamente, con una sensibilità nuova, la mia storia e la mia famiglia. Non c’è mai stato in me il compianto, né la dimensione patetica. E nei miei lavori c’è sempre stato un intreccio tra vita privata e film: quella cosa che, banalmente, si dice “credere a quello che si fa”. Non puoi separarla dalla vita. E oggi, tramontata l’ideologia, è venuto meno anche quel modo moralistico di vivere “in funzione di qualcosa”: si vive più direttamente, con un certo realismo, senza pensare di essere eterni».
Un libro che l’ha segnata?
«Ho sempre avuto un’ammirazione sconfinata per Giovanni Pascoli. È vero che D’Annunzio lo definiva un “piagnone”, ma Pascoli era un poeta geniale, pur avendo rinunciato a una certa vita. Gigantesco: si è battuto per l’emancipazione delle sorelle e per un’idea civile che poi, negli ultimi anni, è diventata anche piuttosto reazionaria. Ma non è quello che ci viene raccontato nei libri di scuola. Le poesie le puoi leggere in tanti modi. Con la maturità si riscoprono molte cose che da giovani erano state imposte. Pensi ai Promessi sposi: durante il covid l’ho riletto tutto. Una meraviglia».
C’è stato un errore che le ha insegnato più di altri?
«Un errore? Ce ne sono molti. E ci sono errori “bravi”, come li chiamo io, ed errori meno bravi. Ricordo che molti anni fa, mentre stavo girando un film, mi accorsi che l’attrice che avevo scelto era sbagliata per quel ruolo. Quando fai un errore – perché può capitare sempre – di solito hai due atteggiamenti: o dici “abbiamo sbagliato, ma andiamo avanti lo stesso”, oppure ti fermi. Ecco, in quel caso mi impuntai: pagai il contratto della ragazza e prendemmo un’altra attrice. Il produttore ancora oggi mi rimprovera di avergli fatto perdere tanti soldi. Gli errori sono così: insegnano. E certi sono talmente grandi che non puoi ripararli. Ma dove è possibile, bisogna reagire. Certo, bisogna essere anche realisti: ci sono situazioni talmente impossibili che non puoi, come Don Chisciotte, metterti a combattere contro i mulini a vento. Ma quando si può, bisogna fermarsi, correggere. E ascoltare molto. Io so di essere stato fortunato».
Un ricordo a cui è legato?
«Riguarda l’attore Gianni Schicchi, un mio grande amico. Era un intrattenitore di paese, e in uno dei suoi numeri cantava L’uomo in frack. In Sorelle Mai gli chiesi di rifarlo per una scena finale: aveva già una certa età, ma accettò. Vestito di frac e cilindro, entrò lentamente nel Trebbia – lui che da giovane era stato un grande nuotatore – e si immerse fino a scomparire, come se davvero si stesse consegnando al film. Poi, allo “stop” è riemerso, ma io e mio figlio Pier Giorgio abbiamo trattenuto il respiro. Certe realtà emergono solo sul set: non le trovi nella sceneggiatura, non le puoi prevedere. Valeva all’inizio, vale ancora oggi».
Che cosa la spaventa oggi?
«Oggi apri il telegiornale e vedi: stragi di qua, stragi di là, la guerra che ricomincia, tutti che si armano. Trump che vuole invadere il Venezuela. Poi ci sono anche teatri un po’ illusori: questa pace a Gaza, certo è meglio di prima, ma la pace vera è lontana. E la Russia continua a bombardare. Questo sì, mi deprime».
Che cosa la mette, invece, di buonumore?
«Noi viviamo anche di vita privata. Il fatto di avere una figlia che ha trent’anni e che aspetta un bambino, quello sì, è bello. È la prima volta che ne parlo. Poi c’è il lavoro, e se qualcuno ti dice “Hai fatto una bella cosa”, quello mette di buonumore. Anche quando ti dicono “Hai fatto una schifezza” bisogna interpretare: può darsi che si sbagli lui, può darsi che mi sbagli io. Le sconfitte non mettono di buonumore, ma fanno parte del gioco. Il buonumore è legato anche alla tua storia, alla tua età. Sei di buonumore nella misura in cui hai una tua stabilità. In generale, il fatto che ti piaccia ancora fare le cose che stai facendo è importante. Non ho mai cercato la ricchezza, ma i progetti non mancano. Il premio è continuare a lavorare. Chi crede in Dio dice “ringrazio Dio”, io non ringrazio Dio, ma vado avanti».
L’aldilà: come lo immagina?
«Non riesco a immaginarlo. Una volta lo chiesi anche a Virgilio Fantuzzi, un grande gesuita, un grande critico: “Scusami, Virgilio, ma tu come lo vedi l’aldilà? Vedi l’inferno e il paradiso?”. E lui: “No, no, no”. Nemmeno lui ha saputo rispondermi. Certamente non sarà come la Divina Commedia: quella è una grande rappresentazione teatrale. Che cosa sia davvero, non lo so. Uno potrebbe pensare alla metempsicosi, all’idea di rivivere in un’altra forma, ma no, non ci penso. Vivo con quello che ho. Se iniziassi a pensare a tutto ciò che potrebbe capitarmi – non solo la morte, ma anche la malattia, la demenza, che mi turba molto – non vivrei più. Meglio andare avanti e fare ciò che posso».