la Repubblica, 13 novembre 2025
Toy story, da trent’anni verso l’infinito e oltre
In fondo l’avevamo sempre sospettato, ma nessuno prima aveva avuto il coraggio di mostrarcelo. Era capitato a ognuno di noi di rientrare a casa dopo una corsa al parco e trovare un soldatino fuori dalla scatola, una delle tazzine del servizio da tè finita sotto il letto, addirittura una Barbie con un outfit diverso da quello con cui l’avevamo salutata prima di andare a scuola. Per non parlare di quel fruscio impercettibile subito dopo il chiudersi della porta della cameretta, come un frullo di ali di passero, niente di più, o un movimento rapidissimo al nostro ingresso, una pallina che siamo sicuri di aver visto rotolare via con la coda dell’occhio, tre pastelli infingardi tornare clandestinamente nel portacolori, un trenino a molla che si infila zitto zitto in stazione, senza fare uno sbuffo.
Toy Story, il film d’animazione della Pixar che usciva trent’anni fa in America e subito dopo anche da noi, finalmente rompeva quel muro di gomma, infrangendo la regola omertosa a cui fino ad allora si era conformata la vita dei bambini e degli adulti: ebbene sì, ci rivelava senza più remore che i giocattoli vivono di vita propria. E hanno un’anima, un carattere perfino, possono essere amabili o anche antipatici, soffrire di paranoie, complessi di inferiorità, gelosie lancinanti, essere vendicativi o generosi. I giocattoli ci guardano, scoprimmo, e da quel momento non abbiamo potuto non tenerne conto.
Toy Story fu una rivoluzione nel campo dei film d’animazione perché era realizzato completamente in digitale e si avvaleva di una regia “cinematografica”, con zoom, primi piani, inquadrature iperrealiste, piani sequenza. Ma l’aspetto tecnico fu solo uno dei motivi del successo. Il regista John Lasseter e tutto il team degli sceneggiatori ebbero l’intuizione di invertire la rotta classica e “bambinocentrica” dei film d’animazione: qui gli umani, adulti o piccolini, si limitano a fare da spalla o da comparsa, mentre i protagonisti fin dal titolo sono loro: i giocattoli. Era il 1995, il mondo di allora era teneramente ingenuo in fatto di consumismo rispetto a quello odierno, eppure i bambini iniziavano a essere visti come un target di consumatori sempre più allettante, era a loro che si rivolgevano i messaggi pubblicitari più martellanti che proponevano nuovi giochi, sempre più moderni, in sostituzione di quelli vecchi.
Ma i bambini non sono compratori, ci avverte questo film, per loro un giocattolo è qualcosa di più di un pezzo di plastica da gettare via all’arrivo del nuovo, è quello che lo psicoanalista britannico Donald Winnicott denomina “oggetto transizionale”, ovvero un feticcio che aiuta il bambino a gestire la separazione dai genitori nel momento dell’ingresso a scuola o al momento della nanna. Un oggetto esterno al bambino ma profondamente legato a lui che lo accompagna nel duro e lungo cammino verso l’autonomia. “Verso l’infinito, e oltre”, d’altra parte è il motto più famoso di Buzz Lightyear, e non è un caso, perché Toy Story è un film sull’allontanamento, sul distacco e su come il passare attraverso l’allontanamento e il distacco sia la sola strada per crescere. Ma in questo film sono loro, i giocattoli, ad attraversare le fasi della paura dell’abbandono, della lontananza, dell’angoscia di smarrimento, al posto dei bambini. Loro, a perdersi metaforicamente nel bosco, ad affrontare questo rito di passaggio come i protagonisti delle antiche fiabe.
Sono Woody e Buzz a trasformare la rivalità in amicizia ritrovando la strada di casa, che, in fondo, è sempre la “strada dell’altro”, quella del vero amico, come ci canta la voce roca di Riccardo Cocciante, strappandoci ancora oggi, trent’anni dopo, una lacrima di gratitudine. Insomma, è il classico racconto di formazione ma traslato sui giocattoli. I bambini possono mettersi comodi in poltrona a trangugiare popcorn, saranno i loro beniamini a doversi tirar su le maniche e affrontare il mestiere di crescere. Mentre i loro giovani proprietari vengono visti un po’ come dei genitori distanti, incomprensibili e spesso distratti, quelli dei quali, tutti, ci siamo disputati l’amore. Woody, il pupazzo cowboy “vecchia guardia” è all’inizio della storia il classico “figlio unico”, sicuro del suo primato, della propria unicità. È sulla suola del suo stivale che il bimbo Andy ha scritto il proprio nome, è lui che vuole accanto nei momenti che contano.
Eppure, sic transit gloria mundi, Woody avverte la minaccia del nuovo che avanza, un “fratellino” temuto, che si concretizza ben presto nell’arrivo di Buzz, il sostituto tecnologico, tutto lucine, suoni e accessori, il rivale perfetto, insomma. Chissà che cosa penserebbe oggi, il vecchio cowboy di pezza, a vedere i bambini che dialogano con l’intelligenza artificiale e che di notte non stringono a sé né pupazzi di tela né robot in plastica colorata ma la polimorfa tavoletta nera, panacea contemporanea di ogni angoscia, sedativo generazionale che ha perso la funzione di “oggetto transizionale”, ovvero quella di accompagnare i più piccoli nel vasto mondo fuori, perché lo smartphone è un oggetto che consola, sì, ma non fa crescere.
Trent’anni fa Toy Story fu una piccola rivoluzione, oramai è un classico per tanti bambini di ieri e di oggi (ieri è stato diffuso il trailer del quinto capitolo della saga, nei cinema a giugno 2026), forse perché come tutte le cose che ci piacciono e non sappiamo bene per quale motivo affonda le radici negli archetipi della narrazione (separazione, allontanamento, orientamento, ritorno a casa) ma senza cadere nello stereotipo. E contemporaneamente fa riflettere sul tema dell’identità, come quando il mascelluto Buzz, seduto sui gradini di casa con la faccia tra le mani, si rende conto per la prima volta di non essere un vero supereroe ma solo una sua riproduzione, e di non poter volare.
Eppure, alla fine della storia, imparerà che non serve avere ali o poteri speciali, ma solo un buon amico per poter spiccare il volo “verso l’infinito, e oltre”.